Gli stromenti chirurgici furono perfezionati, e molti ne introdussero l’Assalini di Modena per l’ostetricia, il Signoroni di Adro per le ernie e per avere primo tentato la demolizione della mascella inferiore. Il Donegani di Como e lo Schiantarelli di Brescia ebbero nome per operazioni intorno agli occhi. Paolo Mascagni sienese (1755-1815) volle passare in rassegna tutte le scoperte astronomiche d’antichi e moderni, e valutarne il merito; colle injezioni esaminò le parti tutte della testura umana, principalmente vasi linfatici; nell’Anatomia per uso degli artisti offrì le più giuste proporzioni del corpo umano ben conformato e lasciolla postuma, come anche la Grande anatomia, dove con incomparabile esattezza sono rappresentati gli elementi del corpo. Si pretende volesse usurparsela quel côrso Antonmarchi, che assistette agli ultimi momenti di Napoleone nell’isola di Sant’Elena; e i professori Vaccà e Barzelotti si unirono al professore Rosini stampatore per terminarla e pubblicarla a grave dispendio.

Fra gli anatomisti il torinese Bianchi intorno al fegato dissentì da Morgagni; il Rolando pure torinese è arguto esploratore del cervello, il Bellingeri del sistema nervoso e del midollo spinale, il Lippi della comunicazione delle vene coi vasi linfatici, il Barbieri delle vescicole spermatiche, corretti e superati dal vicentino Panizza, che la gloria del Mascagni sostiene co’ suoi studj sui vasi linfatici, sul fungo midollare e la depressione della cataratta. Porta mostrasi indagatore sottile non meno che esperto operatore: il Corti esplora il magistero dell’udito; De Filippi, Gastaldi, Pacini volgonsi principalmente all’istiologia; Giuseppe Cantù cresce il museo anatomico torinese con bei preparati in cera.

Tra i fisiologi, dopo il napoletano Tommasi, non potrebbero dimenticarsi i veneti Nardo e Berti. Il Vittadini pretendea mutare la teoria della visione, ad onta degli anatomici e dei fisici; alla quale ricerca si volsero e Dell’Acqua, e Polli, e Cattaneo, e Trinchinetti. Il Petropoli, che nel 1808 coll’Etiologia riprovava i sistemi adottati nelle scienze fisiologiche, qui ricordiamo solo pel suo famoso paradosso, Matematica e poesia condannate dalla ragione. Coi metodi di Tronchina e Passeri si agevolò l’imbalsamazione; e gran rumore di prose e versi levossi attorno al bellunese Segato (1793-1836), allorchè annunziò poter ridurre lapidei i tessuti animali. Non trovando soscrittori per trentamila lire onde pubblicare la sua scoverta, viveva a Firenze lavorando da calcografo, esponendo i viaggi che aveva fatto in Africa, e presto morì. Lo contraddissero il tempo e Giovanni Rossi sarzanese, valentissimo operatore, che l’Università di Parma arricchì di preziosi preparati, e primo in Italia eseguì l’esofagotomia: ma sul modo di conservare i cadaveri e le carni mangereccie volgonsi ora tante attenzioni, che fanno sperare la riuscita[295].

Francesco Aglietti bresciano, trovando a Venezia già preoccupati i seggi dell’arte sua dal Paitoni, dal Lotti, dal Pellegrini, dal Cullodrowitz, dal Pezzi, fondò il Giornale per servire alla storia della medicina (1783), coadjuvato da Stefano Gallino illustre fisiologo e da altri; e può dirsi instauratore dell’anatomia patologica. Pubblicava pure le Memorie per servire alla storia letteraria e civile (1793), con retti giudizj e buoni estratti di opere, e promosse la fondazione della società veneta di medicina (1789) di cui fu segretario e presidente. Luigi Valeriano Brera illustre clinico cominciò nel 1812 un giornale di medicina pratica. Gli Annali a Milano furono tenuti in lungo credito dall’Omodei, poi dal Caldarini e dal Griffini, ed emulati dalla Gazzetta medica dello Strambio e del Bertani. E ne’ giornali moltiplicatisi, meglio che in questi nostri cenni da ignorante, saranno a cercare i nomi illustri d’una scienza, di cui, come della politica e con altrettanta presunzione ed ignoranza, vogliamo parlare tutti, e che fu estesa, quanto al passato, con copiosa erudizione dal dottore De Renzi napoletano, arricchendola di particolarità e sui sistemi e sulle persone: e meglio dal Puccinotti, mentre altre prolissamente sono aggiunte alla traduzione della Storia pragmatica dello Sprengel; altre ogni giorno compajono in sapienti monografie, fra cui vogliamo citare quelle del Perini e del Ferrario.

Come Broussais localizzava le malattie, così Gall localizzò le facoltà colla frenologia, alla quale non mancarono cultori e contraddittori in Italia[296], benchè i più siansi accontentati alla codarda futilità di celie ed epigrammi. Altrettanto avvenne dell’idropatia e dell’omiopatia. Quest’ultima fu coltivata specialmente dal Rucco napoletano, e che ito in Francia nel 1814, pubblicò i Nuovi elementi di materia medica, e più tardi l’Esprit de la médecine ancienne et nouvelle comparée (1846), e la Médecine de la nature protectrice de la vie humaine (1855).

Fino dal primo estendersi delle scoperte elettriche, il veneziano Pivati avea preteso potersi ottenere l’effetto da farmachi senza introdurli nel corpo, e solo col metterli in bottiglie vitree elettrizzate. Il mesmerismo risorse testè con nuove forme e nuovo corredo di scienza e di fatti tali, da non poter più gettarsi da un canto come fanciullaggine; e se è troppo lo sperarne portentose guarigioni nè scoprimento di verità, offrirà ragioni di molti fatti che nella storia è temerità il negare, sebbene non sia possibile spiegare. Fa vent’anni noi proclamavamo che «coloro i quali ammettono solo ciò che comprendono, e ripudiano ciò che non si brancica e taglia, trovando le teorie fisiologiche inette ad abbracciare e spiegare i fatti magnetici, li negano risolutamente: ma più che dai nemici, dalle esagerazioni de’ sostenitori è posta in compromesso questa scienza, che forse recherà tanta luce sopra l’azione nervosa.»

Davanti a questi avanzamenti delle scienze fisiche, allo smisurato aumentarsene della potenza dell’uomo e del suo imperio sulla natura, inorgogliscono alcuni: altri mestamente si domandano se tali incrementi sieno civiltà, quanto ajutino il progresso morale e civile, e se non diano viziosa prevalenza al sensibile sovra l’intelligibile.

CAPITOLO CLXXXVIII. Belle arti.

Il privilegio di esprimere in creazioni concatenate l’evoluzione del genio dei popoli fu tolto alle belle arti dalla letteratura, sicchè esse decaddero ne’ tempi nuovi, ma subirono i medesimi influssi di questa. Nella rivoluzione, tutta di Bruti e Timoleoni, stettero classiche affatto; e la scuola di David, imitante il movimento esterno antico colla pretensione di rappresentare idee gravi in istile castigato, dominò l’età napoleonica, per ricerca della correzione dando nel freddo, pel contegno arrivando a una semplicità manierata, e sotto la pompa di una falsa scienza comprimendo l’originalità, così propria de’ primi maestri di Grecia e d’Italia. Che il revocare all’arte greca come temperamento transitorio è opportunissimo, ma non il volerla costituire principio estetico rigeneratore. Andrea Appiani (tomo XII, p. 532) nei chiaroscuri pel reale palazzo di Milano ritraendo i fasti di Buonaparte, s’ingegnò di adattare il panneggiare antico alle truppe moderne; poi ivi stesso e alla Villa frescò l’apoteosi di Napoleone: lavori che gli meritarono il titolo di pittore delle Grazie; e come arte classica, difficilmente sarà superato. Da questa scuola uscirono Pietro Benvenuti d’Arezzo (1769-1844), che a Firenze, dove fu direttore dell’Accademia, effigiò nel palazzo Pitti le fatiche d’Ercole, l’opera più acclamata del tempo[297], e la cupola di San Lorenzo, ad Arezzo il trionfo di Giuditta, il conte Ugolino ed altri quadri; il parmigiano Gaspare Landi (1756-1830), di cui fu tanto lodato il Cristo che va al Calvario: il Camuccini, Giuseppe Colignon, Giuseppe Bezzuoli, Francesco Nenci fiorentini, l’Errante siciliano, il Boldrini vicentino, altri grandiosi ed esanimi dipintori, i quali, fioriti in età retorica, ebbero magnifici encomj, mentre ai successivi toccò comprarsi qualche povero articolo di giornali. In gara col gloriato Benvenuti lavorò Luigi Sabatelli (1772-1850), professore dell’Accademia di Milano, che meglio pratico dell’affresco, parve scarso di stile, e non bene intelligente del chiaroscuro e delle distanze prospettiche: nella tribuna di Galileo riuscì meglio che a Pitti e a Pistoja e nella peste di Firenze, nella benedizione dei fanciulli unì ricca fantasia e stile grande. Più che Rafaello raccomandava a’ giovani di studiare i Caracci nella sala Farnese in Roma. I due suoi figli Francesco e Giuseppe prometteano largamente se non fossero morti così giovani.

Molti costruivano in quel modo, strettamente imitatore, con distribuzioni grandiose, ed absidi ed esedre frequenti, escludendo le lesene dagli intercolunnj, attenendosi quasi solo al dorico, e riuscendo a un liscio freddo e monotono. Camporesi a Roma dirigeva le feste imperiali, e disegnò piazza Popolo coll’attiguo giardino. Il marchese Luigi Cagnola (1762-1830) alzò in Milano l’arco del Sempione, ch’è de’ più grandi e il più bello di tal genere; e chiese, palazzi, torri disegnò con gusto correttissimo, dai classici non si scostando neppure in edifizj di cui quelli non poteano aver idea.