Della qual maniera sarebbe stato il capolavoro il Foro Buonaparte, vasta spianata attorno allo smantellato castello di Milano, che si pensò circondare di tutti gli edifizj occorrenti a gran città; tempio (non dovea dirsi chiesa), ginnasj, palestra, teatro, odeon, terme, e insieme uffizj, cantieri con canali, caserme. Fu ideato dall’Antolini, che negli Elementi di architettura aveva fatto una rapsodia di Palladio e Vignola: alla stampa de’ disegni accompagnò una descrizione il Giordani: tutto nel classico più pretto, senza commettere una sola originalità, se non fosse quella di Gaetano Cattaneo, che nel mezzo collocava una gran torre, rappresentante l’erma di Napoleone, su cui la corona ferrea serviva di terrazzo accessibile. Non si edificò che l’anfiteatro veramente bello, pure non credemmo vano addurre questo testimonio delle fantasie d’allora.
Nella città stessa si appose fretta e furia una facciata al duomo, rimpastando disegni anteriori, e conservando quello che di barocco o di romano aveanvi intruso i secoli precedenti; nel che all’Amati servono di scusa gli ordini imperiali, che non soffrivano nè riflessioni nè dilazione. Ma egli stesso quando, più tardi e liberissimo, ebbe ad erigere di pianta una chiesa a San Carlo, non seppe che copiare il panteon, alterandone le proporzioni, e sepellendolo fra due edifizj giganteggianti.
Maggior lavoro diede allora il convertire in teatri, in caserme, in prigioni i monasteri e le chiese; e il farnetico dell’abbellire, del rinfrescare, dell’allineare, non è a dire quanto guastasse in un tempo che niun rispetto usava all’antichità, se non fosse romana o greca.
Il Canova, nel ritrarre i Napoleonidi e nel supplire alle statue trasportate a Parigi, riuscì minore di sè; pure lungo tempo rimase indisputato re della scultura. A Milano Pacetti, Comolli, Acquisiti, Grazioso Rusca, Gaetano Monti, Pompeo Marchesi teneansi al sajo di quel maestro, e quest’ultimo ebbe poi le più segnalate commissioni che ad artista toccassero, in monumenti regj e nel gruppo del Venerdì santo, il più grandioso che modernamente si eseguisse e uno dei più infelici. Solo a fianco di Canova reggeasi Thorwaldsen (1844); e mentre quello aspirava alla grazia, modificando e la natura e i classici, il danese voleva la grandezza e la forza, per le quali però talora dava nell’enfasi e mancava di finezza, e sebbene studiasse il concetto, abbandonavasi poi nell’esecuzione. I ticinesi Albertolli a Milano rendeano corretto e sobrio il gusto fino al secco; poi, dopo Gerli e Vacani, il Moglia introduceva uno stile castigato eppure di effetto; nelle superbe modanature dell’arco della Pace, e nella Collezione d’oggetti ornamentali e architettonici congiungeva l’assiduo studio dell’antico coll’abilità di applicarlo al moderno.
Teoriche superiori al bello sensibile e all’eclettismo non si conosceano; e coloro che, al principio del secolo, ci rubavano i Guidi e i Caracci, non c’invidiavano i Gioito, i Masaccio, i Signorelli: tanto una spigolistra illibatezza era insensibile a quanto non fosse artisticamente acconciato. Giuseppe Bossi milanese (1777-1815), uomo dei più colti ed amabili, appassionato de’ libri, disegnava correttissimo, ma non avea l’organo del colorito; all’Accademia di Milano formò una scuola, propensa a sentenziare più che abile ad eseguire, e incaricato di copiare il Cenacolo di Leonardo, scrisse su di esso un’opera dove mai non sorge dall’analisi delle forme alla sintesi del concetto. La principessa di Galles (pag. 308) che lungamente divertì e scandalezzò l’Italia, volle essere ritratta dal Bossi seminuda; sicchè dovendo tenersi in ambiente caldissimo, egli ne contrasse una malattia che precipitò la sua fine.
Leopoldo Cicognara ferrarese (1767-1831) nella Storia della scultura non osa negare ogni senso di bellezza al medioevo, ma non vede risorgimento che col rifarsi all’antico; tutto è più bello e grande quanto meglio all’antico si accosta. L’idea poi, la convenienza non sono quistioni da lui; Napoleone e Canova devono segnare l’apogeo dell’arte possibile: divaga in quistioni biografiche di lieve conto, eppure incoglie in molte inesattezze; descrive a lungo monumenti di secondario interesse, nè ha estesa comprensiva dell’arte; per l’Italia dimentica Francia e Germania, e vuol persuadere che le guerre dieno impulso alle arti. Così ispiravano o imponevano i tempi.
Ma già alla vita napoleonica tutta esterna, rappresentata da Monti, Gianni, Canova, Camuccini, Rossini, Viganò, era sottentrato il genio tranquillo e pensieroso della storica verità, dell’ingenua natura. Appreso allora a rispettare il medioevo, a cercare sotto alla forma il pensiero, e vedere l’arte come un linguaggio dell’umanità, una manifestazione dell’incivilimento, si applicarono le teoriche, maggiore indipendenza di giudizj, più profondità nelle ricerche d’un piacere estetico, il quale spesso va in ragione inversa del diletto sensuale. Già può vedersene lampo in G. B. Niccolini, che talvolta elevò l’arte al patriotismo; in Serradifalco, che riprodusse i monumenti siculi con riverenza; fino nel Canina e nel Nardini-Nespolti, che devotissimi all’arte classica, pur cercano intenderla alla moderna; ma più in Tommaseo e in Selvatico, rivolti a discoprire nelle opere il pensiero, che doveva essere creato nella mente dell’artista prima che egli lo esternasse sulla tela o col marmo. Quest’ultimo, applicando a noi l’estetica tedesca, della scuola veneta principalmente offre un concetto differente dal vulgato; richiama in onore i Trecentisti e Quattrocentisti, ed altri vanti prima dei Bellini, del Giorgione, dello Squarcione; deplora il naturalismo introdotto dal Mantegna e dal Cima, che pure loda assai; come loda Tiziano ma non l’adora, credendo suo dovere l’additarne ai giovani i traviamenti. Ne crollano il capo quei che pretendono che il sentimento e la pratica devano prevalere alle ingegnose combinazioni teoriche, e che i concetti estetici sieno baje in un’arte, diretta principalmente a toccare i sensi, e che il bello non sia scienza metafisica, ma raccolta empirica. E come si fischiò ai Romantici che dagli Arcadici voleano richiamare a Dante e al Trecento, così scandolezzarono coloro che dissero Guido e i Caracci non essere modelli, e meglio valere Giotto e frate Angelico; e il titolo di Puristi fu una taccia in opposizione degli Accademici. Ma essi a Roma posero fuori una specie di professione di fede, sottoscritta da Federico Owerbeck tedesco, e da Tenerani, Tommaso Minardi, Antonio Bianchini: gente che dall’arte pretendeano qualcosa più che le forme e il luccicante e il prestigio; più che la semplice imitazione della natura, per la quale non differirebbero di merito il pittore storico e quello di fiori e d’animali.
Già la scoperta dei marmi d’Egina e del Partenone aveva alzato a riconoscere un bello robusto, superiore a quello della seconda età, che unica s’era fin là ammirata; e Tenerani, chiesto con Thorwaldsen a restaurarli, comprese lo stile grande di Fidia, che pareva duro agli idolatri della correttezza. Ma nemico dell’esclusivo, ed accettando il bello semplice e d’ogni tempo, il Tenerani riuscì grande, vuoi nelle grazie della Psiche o nella grandiosità del Giovanni evangelista e dell’Angelo del giudizio, e principalmente nei monumenti sepolcrali, siano eroici come quello di Bolivar, o domestici come quelli di Merser o della Sapia.
Allora Finelli concepiva robustamente ed eseguiva squisitamente opere originali, fra cui il Lucifero; e dietro a que’ maestri spingeansi a Roma il Galli, l’Amici, il Bienaimé, il Revelli, l’Obici, il Tadolini.... Lorenzo Bartolini (1777-1850), nato a Savignano da un ferrajo, si ostina alla scultura, e, lottando coll’indigenza, pur si trafora a Parigi nello studio di David: ma non che copiarlo, si volge alla natura; quanto gli antichi, stima i Quattrocentisti nostri; nelle opere sue mira ad una verità, che pareva sregolatezza e gli attirava le beffe. Concorso al premio, non l’ottiene, eppure fissa l’attenzione, e gli si affida la battaglia d’Austerlitz per la colonna di piazza Vendôme: poi la granduchessa Elisa lo chiama professore a Carrara. Si arricciavano gli idealisti adoratori di Canova, chi compassionandolo, chi non parlandone; inoltre era odiato come napoleonista, e al cadere dei Buonaparte gli fu invaso lo studio e spezzati i modelli. Egli, per guadagnare, lavora a Firenze vasi d’alabastro e statuine: ma i forestieri gli moltiplicano commissioni, una Baccante per Londra, il Pigiator d’uva per Parigi, ritratti per molti; intanto che gli artisti compatrioti non rifinivano d’osteggiarlo per quest’audacia di cercar il vero, risalire ai Quattrocentisti, non compassare le sue statue sulle antiche; e diceano materializzasse invece d’idealizzare, come i Classicisti diceano che i Romantici repudiavano la correzione, intendendo una correzione tutta esterna, la sintassi non l’ispirazione, l’applicare l’antico a tutti i soggetti per quanto differenti.
Ma Bartolini variava e concetti e stile nel Machiavelli agli Uffizj, nella Carità ai Pitti, nell’Astianatte precipitato dalle mura di Troja, ne’ monumenti funerarj, sebbene, troppo lavorando, negligentasse l’esecuzione e il pensiero, e abbandonando la squisita scelta greca, non giungesse all’idealità cristiana, per puntiglio cadendo nel naturalismo. Nel 1839 fatto finalmente professore all’Accademia, offre per modello anche dei gobbi: il Diario di Roma prorompe contro il nuovo Erostrato, adoratore del brutto; il Bartolini risponde[298] che il suo Esopo meditando le favole doveva avvezzare a sottrarsi dalle solite generalità, e cogliere forme caratteristiche, poichè ogni cosa in natura ha una bellezza propria, relativamente al soggetto che si tratta; e perciò erano grandi Fidia, Murillo, Donatello, Michelangelo e Leonardo; doversi cercar quel bello naturale che è la verità profondamente risentita, compiuta da un’intenzione morale, che non può essere annichilita nè degradata dalle condizioni fisiche più apparentemente sgradevoli.