Stizzito delle violenze, adottò per sigillo un gobbo che strozza una serpe; nel suo giardino collocò un monumento colle parole criticategli dal Diario: rispondendo all’insistente critica, spiegava meglio a se stesso il suo concetto, modificandone l’assolutezza, ma insieme esagerava: e protestando del suo rispetto per l’arte antica, veniva a tradirla.

Il romanticismo insomma penetrava anche nelle arti: ma qui pure, anzichè impararne la necessità del vero, l’espressione d’un pensiere studiato, d’una fede profonda, il parlare alla ragione e al sentimento più che ai sensi, la turba, massimamente fra i pittori, limitavasi a cambiar soggetti, preferendo i moderni e del medioevo o della Grecia, con pittoresca novità e con attrattiva storica e scene passionate; ancora contentandosi del primo concetto che rampolla, comechè meramente esteriore e materiale; sopperendo allo scarso sentimento colla maggior verità di costumi e d’espressione, con linee più pure, miglior ordine, più gustosa distribuzione, ma lasciando mancare quell’alito interno, che palesi avere l’artista studiata l’idea, prima di disporre le forme, essersi accorto che il bello dev’essere splendore del vero e divenir educatore, eccitando la commozione, combattendo l’istinto o il calcolo egoistico.

In tal campo grandeggiarono i pittori Politi, Lipparini, Grigoletti, Bezzuoli, e principalmente Francesco Hayez veneziano (n. 1791). Creato alla scuola statuaria, vi sovrappose un magico colorito, che vela gli atteggiamenti convenzionali e l’aggraziata eleganza, viepiù spiccando di mezzo allo smunto di Agricola e di Camuccini, sicchè anche gli stilisti lo pregiarono, e Andrea Appiani fece premiare il Laocoonte, esposto a concorso a petto d’un lavoro a cui egli medesimo avea messo mano; e quando il gazzettiere ostinavasi a vilipenderlo, l’incisore Longhi uscì protestando che se il tempo e l’età glielo permettessero, tornerebbe a incidere una di quelle opere. Questo indefesso artista, più immaginoso che filosofico, sollecito della linea più che dell’espressione morale, preferisce soggetti simpatici, quali l’addio del Carmagnola alla famiglia, il bacio di Giulietta e Romeo, i Vespri siciliani, Maria Stuarda, Pietro Eremita ed altri lodatissimi, di cui si chiesero ripetizioni. Appostogli che ogni cura desse al vestito e facesse solo fantoccini, e composizioni di genere piuttosto che storiche, eseguì dei nudi come la Bersabea, l’Ajace Oileo, le figlie di Lot, la Maddalena; oltre il gran quadro accademico della sete di Gerusalemme. I ritratti suoi non cedono a qualunque sommo, e quando volle esprimere un affetto, seppe ritrarre le più difficili gradazioni, e fino la dissimulazione; con infinita varietà di fisionomie, se anche non sempre decorose e talora peccanti di naturalismo. Quanta distanza da lui ai tanti che lo imitarono, rappresentanti e coloristi, alcuni dei quali degenerano nel lezioso, alcuni s’affidano con superba negligenza al tocco, mancando e di verità e d’ideale!

Il bolognese Pelagio Palagi, coloritore splendido e compositore grandioso fece ottimi scolari nell’Accademia di Milano prima che a Torino si buttasse all’architettura. Giovanni Demin bellunese gettò grandiosi affreschi a Ceneda, a San Cassiano del Meschio, a Caneva, a Belluno, e in molte villeggiature. Nel quale artifizio primeggiò anche il milanese Comerio. Chi pareggia la femminea venustà degli Schiavoni veneziani? E Gazzotto, De Andrea, Peterlin, Busato, Zona, Gatteri, Molmenti... sostengono l’onore della scuola veneta, alla quale Paoletti (-1847) si conservò fedele anche tra le commissioni estemporanee di Roma, e sarebbe salito ad alto punto se non periva giovane: sorte toccata pure a Vitale Sala brianzuolo, al Nappi, ai figli di Sabatelli, al Bellosio comasco, di cui ammirano a Torino la scena del diluvio.

A Roma il bergamasco Coghetti contrasse del manierato nell’eseguire dipinti che tengono piuttosto del decorativo; nè se ne schermì il Podesti, tutto festoso di colorito e d’azione, e vario ne’ caratteri. Questi, con Gagliardi, Mariani, Cisari, Calamaj, Oberici, Consoli... tengono il campo della pittura in quella città, dove Minardi richiama sempre a pensamenti severi e dignitosi. Il milanese Arienti con forza e sentimento commove ed eleva in soggetti bene scelti e sobriamente trattati. Il modenese Malatesta raggiunge il carattere storico e la splendida espressione. Il toscano Pollastrelli levò rumore coll’esiglio volontario de’ Sienesi, composizione tutta vita e sentimento. Giuseppe Diotti, tutto accademico, nella scuola di Bergamo formò lodati scolari, fra cui primeggiano Scuri e Trecourt. E a ciascuno di questi s’affiglia uno stuolo di valenti: ma se anche gli onori della storia non fossero riservati ai caposcuola, tant’è l’abbondanza de’ pittori in ogni paese, dall’Oliva, dal Morelli, dal Rapisardi di Napoli sino al Gonin, al Gamba, al Beccaria, al Ferri piemontesi, che una lunga commemorazione non farebbe se non offendere i molti che inevitabilmente resterebbero dimentichi, o giudicati a detta.

Tante chiese disacrate offersero quadri e statue da formar gallerie, le quali spostandole ne tolsero metà della significazione, ma sembrarono ornamento necessario delle città quando il dar favore alle arti fu creduto un dovere o un orpello dai Governi che istituirono dappertutto accademie, premj, esposizioni. Ma che? gli artisti non pensarono tanto a far bene secondo il sentimento, quanto a carezzare il pubblico, e meritarsi lode dai giornalisti e commissioni. Se ne immiserì l’arte, fatta servile alla moda, ai piccoli appartamenti, alla decorazione, al teatrale; nelle accademie s’insegnò nel modo e dalle persone che piacevano al Governo; colla regolarità impedendo gli ardimenti, i quali traverso alla scorrezione possono riuscire all’originalità. Ne derivò estensione di buon gusto, scarsezza di genio; moltiplicazione di artisti, penuria di sommi.

E la diffusione fu favorita anche dalla litografia, per la quale si divulgarono i capolavori d’altri paesi: ma i nostri v’ebbero poca lode, se eccettuiamo il Fanolli di Cittadella che nelle Willis raggiunse forse il supremo di quella maestria. Ne restò trafitta l’incisione; e se Giuseppe Longhi, il quale aveva anche pretensioni letterarie e scrisse della calcografia[299], se Toschi, Jesi, Anderloni, Garavaglia, Raimondi, Aloisio e poc’altri attesero ancora al gran genere, i più dovettero ridurla a mestiere, eseguendo di fretta piccoli intagli per ornare libri. Mauro Gandolfi bolognese (-1834), uomo bizzarro ed eccellente acquarellista, seppe variare a norma dei soggetti; e la sua gloria rivisse nel figlio scultore. Vuole un ricordo a parte Battista Pinelli (-1835), figlio d’un fabbricatore di figurine di majolica, che ajutato dal principe Lambertini di Bologna, a Roma, oltre moltiplicare disegni di quadri classici per vendere a curiosi e forestieri, studiò su Michelangelo e Rafaello l’arte d’aggruppare figure, e si applicò a schizzare alcuni fatti storici, lodatigli dagli amatori del fare spiritoso, quanto disapprovati dagli accademici; e acquistò tal facilità, che quale si fosse soggetto schizzava lì lì con vigore e nettezza singolare; vero improvvisatore in disegno. Cominciò una raccolta di costumi, verissimi e pieni di carattere, e paesaggi dei contorni di Roma, poi i Buffi, e via via innumerevoli collezioni di disegni, e illustrazioni di Virgilio e Dante, ma principalmente le scene di Trasteverini, di Ciuciari, di Minenti, dell’altre così caratteristiche figure della plebe romana. Il più lavorava all’acqua forte, al qual modo eseguì cinquantadue tavole d’illustrazioni al Meo Patacca[300]. Dipingeva pure all’olio o all’acquarello, facea statue e gruppi di popolani della campagna romana; obbligato sempre per vivere a vendersi a mercanti, e confuso col popolo che copiava.

Dalla scuola di San Michele a Roma vennero incisori, che levarono fama in tutt’Europa, quali Mercuri, Lelli, Martini, Calamatta, che dal ministero francese fu incaricato d’incidere tutta la galleria di Versailles o dirigere, e nel voto di Luigi XIII di Ingres, nella Francesca da Rimini di Ary Scheffer, seppe dare a quelle belle opere ciò che loro mancava pel colorito. Lodano pure la sua maschera di Napoleone, il ritratto di molti insigni; attorno alla Gioconda di Leonardo faticò vent’anni; e sarà forse l’ultimo gran maestro di bulino, dacchè la fotografia riproduce i quadri con un’irraggiungibile finezza, e ogni giorno acquista un nuovo perfezionamento.

Quella tradizione di metodi e di idee, che ricevuta dagli antecedenti, si trasmette ai successivi come eredità vitale, e che costituisce le scuole, più non trovasi oggi, qualora escludiamo coloro che s’acchiocciolarono nell’imitazione: nessuno pensa ad aggiungere un nuovo raffinamento a un’intenzione comune, conservata con coerenza; si vorrebbe ogni cosa a fantasia, ma neppure questa è inventrice, attesochè si piglia per modello da chi frate Angelico, da chi Van Dick, da chi Tiziano, da chi il Tiepolo, e questa si pretende novità. Nella stessa imitazione del vero, l’esclusione dell’ideale restringe a riprodurre copie esatte della natura; il che dispensa dall’addentrarsi nelle tradizioni, elaborate dai secoli; e l’attività intellettuale, ch’è tanto cresciuta, si esercita sopra accessorj con sottigliezze superflue, poi con nocevoli.

E in fatto viepiù si attese ai generi inferiori, il ritratto, i quadri di genere, il paesaggio. Le nevicate di Fidanza, i paesi del Gozzi destavano applausi nel regno d’Italia: Migliara parve prodigioso nel diffondere e raccogliere la luce, ma ben presto gli fu tolto il campo da Canella, da Bisi, da Ricardi, da Renica, da Moja, da cento. Le scene di genere, se troppo spesso cadono nella vulgarità, sono talvolta affettuose, ed anche educatrici sotto il pennello di Induno, di Stella, di Mazza, di Scatola, di Zuccóli. Nè vuolsi dimenticare un lavoro speciale, le scene da teatro, sfoggi di ricchezza e prospettiva, talvolta veramente stupendi, e che durano soltanto una rappresentazione. La scuola fondata a Milano dal Perego, s’illustrò del Sanquirico e de’ migliori suoi discepoli.