L’esempio di Bartolini e la maggior coltura introdottasi negli artisti, operò in questi ultimi anni un felice ritorno verso il naturale, massime nelle sculture. E già il Zandomeneghi e il Fracaroli, allievi del vecchio Ferrari, s’erano posti in alto, donde con Sangiorgio, Cacciatori, Fedi, Fantachiotti, Somaini allevarono una generazione di epigoni, quali il Minisini, il Galli, il Miglioretti, il Cambi, il Rinaldi, il Costoli, l’Obici, il Seleroni, il Pierotti, il Motelli, il Benzoni, lo Strazza... mentre il Pandiani s’affina nelle grazie voluttuose. Ma quando fra gli accademici tipi del Marchesi, del Monti, del Baruzzi arrivò la Fiducia in Dio, quella naturalezza parve inaspettatissima originalità, e gl’imitatori si rivolsero al Trecento, oppure colsero la natura sul vero, e la copiarono con sincerità. Da qui uscirono il Fanciullo pregante di Pampaloni, l’Abele morente di Duprè, le Madonne dell’affettuoso Santarelli, le ascetiche figure del Mussini a Firenze; a Milano nel Masaniello di Putinatti, nel Socrate e nella Leggente del Magni (-1877), nella Sposa de’ Cantici... apparvero felici tentativi di trasfondere nel marmo il pensiero; e generosi prodotti ne furono l’Angelo della risurrezione e i Pitocchi del Ferrari e lo Spartaco del Vela, nomi che col Duprè rimarranno fra i sommi.

All’architettura si offersero molteplici occasioni, ma piuttosto nel genio civile, dove poi si tende a improvvisare e colpire istantaneamente, più che ad acconciar l’arte ai nuovi bisogni. Al più manca, ed è tristissimo sintomo, il carattere; nè, scrutati gli elementi dell’arte antica, sanno concatenarli con ordine diverso e a diversa destinazione. Quelle facciate con cornici e lesene non lasciano spazio alle gelosie, perchè sconosciute agli antichi; le sporgenze rimbalzano la pioggia; elmi ed archi repugnano alla vita pacifica odierna; le case dovrebbero conformarsi al viver isolato d’adesso, quando cessò ogni numerosa clientela, ed ornarsi col meglio de’ diversi paesi, bellezza cosmopolitica, opportuna se sappiasi regolare la scelta. Dogane, bazar, stazioni di strade ferrate, sta bene il modellarli ancora sugli edifizj di Pesto e di Pompej? divulgato il ferro e il legno, sarà necessario stringersi alle proporzioni, a cui obbligava la pietra? Moltissime chiese ebbero a rifabbricarsi, molte ad erigersi di pianta, e le più segnalate furono imitazione sconveniente d’antichi, come il San Francesco di Paola a Napoli e il San Carlo a Milano. Il luganese Canonica eseguì con grande intelligenza molti teatri e l’arena di Milano; dove poi belle case e buone chiese produssero il Moraglia, il Tatti, il Peverelli..., e dove la scuola ornamentale fu sostenuta dal Sidoli e dal Durelli, che copiò e incise i lavori della Certosa di Pavia, lavoro squisito, eppur infedele al carattere; sentimento nel quale i nostri rimangono al dissotto. Il Miglioranza abbella Vicenza, e fa arguti studj sul teatro di Berga che vi si dissepellisce. Il feltrino Segusini, oltre i teatri di Belluno e di Innspruk, di Conegliano, rimodernò chiese e palazzi e preparò un ammirato progetto pel duomo di Rovereto. Al Vantini di Brescia (-1856) porse insigne occasione quel camposanto, che lo loda ben più della porta Orientale a Milano. Giuseppe Bonomi romano (1739-1808) molto e bene architettò in Inghilterra, e insignemente nel palazzo del duca d’Argyle nel Dumbartonshire. Pasquale Poccianti (-1858) mantenne lo stile classico in Toscana. Il Digny di Firenze (-1844) fece il lazzaretto di Odessa e molte opere in Toscana, ove promosse quanto volgeasi al progresso, e dove i posteri gli vorranno tener conto degl’infiniti studj fatti per terminare la facciata del duomo. Spaziare in piccola area, spinger l’occhio ove non arriva il piede, e illudere sulle dimensioni per mezzo degli oggetti interposti, e sussidiarsi con storia, mitologia, pittura, epigrafia, furono le arti per cui il padovano Jappelli (1783-1852) fu salutato l’Ariosto dei giardini. Le costruzioni in ferro e cristallo furono un campo nuovo, non ancora pienamente esplorato.

Dalle fonderie del Manfredini di Milano uscì lo stupendo soprornato dell’arco del Sempione: nè minori eleganze produssero quelle del Pandiani. Silvestro Mariotti di Pontedera (1794-1837) meravigliò con stupendi ceselli Pistoja e Livorno, come Milano Desiderio Cesari. Per incidere medaglie si segnalarono i romani Giovanni Calandrili a Berlino, Benedetto Pistrucci a Londra, Giuseppe Girometti; e nell’incavo delle pietre dure il milanese Berini, il cremonese Beltrami, i romani Giovanni e Luigi Pichler. L’arte dei vetri dipinti fu ridesta dai Bertini milanesi e dal fiorentino Botti. Si possono ricordare e Gioachino Barberi romano valente mosaicista, e lo smaltista Bagatti, e il Barbetti sienese e Sante Monelli fermano, intagliatori di cofanetti e altre opere di legno.

Continuarono artisti nostri a ornar i paesi forestieri. Un figlio di Ennio Quirino Visconti invidiato e lodato durò tutta la vita a Parigi, architetto di quei re: il Bosio ornò quella capitale di buone opere, come il Marochetti d’origine italiana. Mosca fu riedificata dai nostri, massime dal luganese Gilardi: il bergamasco Quarenghi, poi il luganese Fossati furono architetti della Corte russa; e quest’ultimo lavorò assai a Costantinopoli, e vi restaurò Santa Sofia, della quale moschea diede una suntuosa descrizione. Principalmente dai laghi lombardi e dal canton Ticino vanno architetti e scultori dovunque la civiltà faccia nuovo passo, o la potenza voglia ornarsi di bellezza. Pure l’Italia non è più la sovrana di queste arti; ci sembra dire un gran che de’ migliori nostri quando li pareggiamo ai forestieri; nell’architettura manca la grandezza e l’originalità, manca più spesso l’opportunità; nella scultura facilmente si oscilla fra il meschino e l’enfatico, con certe grandiosità tutte d’apparato, qual vediamo nei mausolei del Tiziano e di Canova a Venezia, e dei Demidoff del Bartolini a Firenze. E in generale ne’ sepolcri, esercizio il più consueto degli scultori, nuoce la disacconcia imitazione degli antichi, mentre gli artisti di quel medioevo, che domandiamo nuovamente perdono di non voler credere tutto barbarie e ignoranza, erano stati condotti a rappresentare un sistema nuovo, con simbolismo differente, con altre decorazioni; dove poi quelli del Cinquecento levandosi dal simmetrico e dal limitato, impressero una poetica nobiltà e un’eleganza che li rendeva imitabili; mentre rimarrà sempre imitatore chi non abbia educato l’intelligenza e il sentimento, s’appaghi d’improvvisare e di farsi lodare, anzichè ostinarsi a comprendere come dalla meditazione sui maestri e sulle arcane armonie del creato si possa elevarsi a collegare l’esecuzione classica collo sviluppo vario degli stili, appropriati al tempo e alla nazione.

Della rappresentazione teatrale non si mostra conoscere la civile importanza, benchè occupi tanta parte dell’odierna civiltà, e l’attore sia coadjutore supremo del poeta drammatico, del quale attua le idee, esterna l’ispirazione, anzi crea veramente i caratteri. Mal retribuita, non onorata, abbandonasi come mestiero a chi altro non ha: anche i buoni lasciansi esposti alle eventualità delle imprese, e ai capricci di quel Belial inesorabile ch’è il pubblico. Non passino irricordati il De Marini milanese (-1829) e il Vestri fiorentino (-1841) che valeva altrettanto ad eccitare il pianto e il riso, e che lasciò eccellenti scolari nel Taddei e nel Gattinelli; la Marchionni, il cui nome sopravvivrà negli scritti degli autori che ispirò, ed è accompagnata dalla Pellandi, dalla Bettini, dalla Robotti, dalla Shadowski, dalla Marini...; il Bon, che alla naturalezza univa l’intelligenza di compositore; il Ventura, destro anch’esso nel comporre. Gustavo Modena, che vale in tutte le parti mercè della squisita intelligenza, e che dal sentimento della verità storica ed umana trae correzione, decoro, eleganza, aprì una scuola nuova, dove or grandeggiano per espressione temperata eppur profonda il Morelli, il Boccomini, il Salvini, il Rossi... e quella Ristori che potè emulare i trionfi e i compensi delle cantatrici. In qualche teatro sopravvive l’improvvisazione delle maschere, e specialmente nel San Carlino di Napoli.

Fra le belle arti la prediletta fu la musica, così opportuna a distrarre, a spensierire, a dar l’aspetto di occupazione all’ozio, a porgere incentivo di partiti garrosi, di discussioni inconcludenti, dell’altre amabili futilità di cui si nutrica l’odierna società gaudente. Haydn, Mozart, Beethoven «il navigatore più ardito nell’oceano dell’armonia» aveano condotto a perfezione la sinfonia e la ricchezza dell’orchestra, e da secondaria resa principale l’istromentazione, talchè la parola restò schiava della nota, bastarono assurdi libretti a musiche divine, e fin le belle voci furono sagrificate all’accompagnamento. Mentre dapprima gli stromenti, come dicea Buratti, faceano col canto una conversazione rispettosa, allor divennero un baccano; se poc’anzi era parso ardimento l’introdurre il clarinetto, ben presto irruppero e gli oricalchi e i timballi e le casse e le campane e il cannone; il violino soccombette; il vezzoso e tenero della voce umana s’inabissò tra difficoltà, non riservate solo per poche obbligazioni, ma fatte continue; e il concetto andò sagrificato all’artifizio.

L’Italia, al principio del secolo, possedeva ancora insigni maestri, quali Paisiello, Cimarosa, Cherubini, che fino al 1843 continuò a scrivere, e con Spontini fu il maestro dell’êra napoleonica in Francia, mentre qui piaceano maggiormente Generali tutto brio e melodie all’italiana; Meyer che avendo a Vienna imparato la piena stromentazione, era accuratissimo dell’orchestra, e usava melodie non ingenue, pur non prive d’affetto; il parmigiano Paer, che pure a Vienna aveva attinto da Mozart l’energico istromentare, e compreso le combinazioni che trar se ne poteano. Di tutti il meglio seppe cogliere il pesarese Gioachino Rossini (1792-1868), e coll’Inganno felice, poi colla Pietra del paragone prodotti a Milano, ch’è come il Campidoglio degli artisti, trasse applausi dai più schifiltosi, e fece dimenticare i disastri di Russia. Il Tancredi, prima sua opera eroica, poi l’Italiana in Algeri lo posero tra i primi compositori; poi l’Otello e il Barbiere tolsero la speranza di superarlo: e quella pompa nuova, que’ canti deliziosi con accompagnamenti singolari e impreveduti, rapirono gli animi in modo, che più non si sonava e cantava che arie sue; divenuto l’uomo più rinomato in Europa dopo Napoleone, egli fra plausi, pranzi, amori incantava la vita. Non italiano più che francese o tedesco, scelse il buono da tutti, unì il progresso dell’armonia moderna colla frase melodica ch’è un bisogno per l’Italia, e ne formò una musica ornatissima e fioreggiata, pur non destituita di semplicità nel primitivo concetto, meno elaborata e maestosa, e perciò compresa da tutti, con simmetria ritmica, senza irregolarità e sproporzioni. Non inesperto del delicato, più valente nel festoso e burlesco, tutto gajezza e spirito, tutto fragore e moto siccome l’età napoleonica in cui fu educato, quando gli si dicea perchè non seguisse lo stile di Mozart e Haydn, rispondeva, — Temo il pubblico italiano».

Gli antichi maestri non sapeano darsi pace di questo corruttore dell’armonia e della melodia, e Zingarelli, disperato che gli scolari tutti s’avviassero su quell’orme, ripeteva: — Imitar Rossini è facile, non così l’imitar me». Lo tacciarono d’uniformità di stile e povertà di maniere per quel ritornar sempre ai crescendo, alle terzine, alle appoggiature; d’appropriarsi a fidanza pensieri altrui, e ripetere i proprj; d’aver pregiudicato all’arte del canto collo scrivere tutto, e far la battuta sì piena, da non concedere campo all’abilità ed al gusto del cantante; lo che mascherò la mediocrità degli esecutori, come lo strepito delle orchestre soffogava la parola. Quell’idealità, che Cimarosa mette perfino nelle più baldanzose buffonerie, non cerchisi in Rossini, al quale, come in generale ai nostri maestri, mancano studj serj e penetrazione de’ caratteri; contento all’orpello e abusando de’ processi tecnici, scivola anzichè insistere sulle impressioni, non istima un libretto più che un altro, tutto facendo dipendere dal talento del maestro; laonde alle sue note si cangiano spesso le parole senza che perdano d’opportunità, nè ben si discerne ove ben parli il re o il villano, ove la gioja si esprima o la tristezza; confonde i generi; più che alla natura applicasi a un convenzionale di crescendo, di pieni, che per tenere desta l’attenzione dell’uditore finiscono in monotonia. E forse è vero che, se in alcuni pezzi egli è veramente insuperabile, nessun’opera sua regge all’esame e all’analisi del tutto.

Ma egli ebbe per sè il successo d’una tale popolarità, che ogni altra musica ammutolì, fin quando il Freyschüts di Weber (-1825) ridestò le ispirazioni dell’antica scuola germanica, una freschezza montanina opponendo a quel turbinìo dei sensi. Era il tempo che Rossini, per le solite intermittenze della gloria, veniva deriso e insultato dai liberali come il maestro della Santa Alleanza, da’ cui re aveva ottenuto onori; da altri come l’epicureo commensale del banchetto Aguado; sicchè stupì il mondo quand’egli, modificandosi alla nuova scuola, buttò fuori il Guglielmo Tell, poema riboccante del sentimento della natura e della libertà.

Era intanto ammutolito il fragore delle battaglie e vi sottentrava il patetico, eccitato da Byron e dagli altri scrittori gemebondi; e il romanticismo domandava che le arti fossero l’espressione di sentimenti veri ed intimi. Allora comparve il siciliano Vincenzo Bellini (1804-35) col Pirata esposto a Milano nel 1826, seguíto dalla Straniera, dalla Sonnambula, dalla Norma ecc. Al tempo di Zeno e Metastasio la musica tenevasi ancora subordinata alla poesia, negletto il cantabile lirico pel recitativo, canto lento e declamato come nelle tragedie greche, poca parte all’orchestra. Ora invece la poesia più non conta, abbandonata a gente di mestiere, che si rassegna alle esigenze d’un maestro. Bellini, volendo por argine agli eccessi, nè soffrendo che le note affogassero le parole, non preferiva, come Rossini, i libretti mediocri, ma li chiedeva al poeta Romani o al Solera, d’interesse drammatico intenso al possibile, con esaltamenti o cupe concentrazioni, impeti passionati e drammatici, anche a scapito dell’effetto musicale. Elegiaco sempre è il suo fare, e direbbesi intento solo a correggere le trascendenze di Rossini; epperò, se alcuni lo sbertavano di novatore, altri non vi riconosceano che sterilità d’immaginativa, come anche nel frequente interrompere dei motivi invece della ripetizione insistente, e nella breve durata della melodia. E la melodia è la parte spirituale della musica; ma Bellini per attendere a questo fascino lasciò debole la stromentazione e senza originalità. Però, sostenuto dalla Pasta, da Rubini, da Tamburini, dalla Grisi, da Lablache, e dall’impresario Barbaja e dalle crescenti idee rivoluzionarie, tenne il campo, tanto più da che espose i Puritani, l’opera sua di miglior dettatura, e dove meglio s’allargò ed elevò, per immaturamente soccombere alla morte, lasciando immenso desiderio di sè, e persuasione de’ perfezionamenti cui sarebbe arrivato.