I compositori contemporanei bilanciaronsi fra questi due e l’influsso della scuola tedesca. Imitatore or di Rossini or di Bellini, il bergamasco Gaetano Donizetti (1798-1848) che improvvisava con feconda varietà, nella Lucia di Lammermoor esultò di vivezze, massime quando era sostenuta da Rubini, dalla Pasta, da Galli; coll’Elisir d’amore meritò bel posto anche nel buffo: istromenta bene, ma nè studia abbastanza la composizione, nè sa elevarsi dall’eclettismo all’originalità, come nol seppero l’ingegnoso e studiato Mercadante, Pacini, Nini, Coccia, Vaccaj, Petrella, molti altri che camminarono dietro ai sommi. Morlacchi di Perugia (-1841) le melodie unì all’ampiezza della scuola tedesca. Sempre meno sono quelli che s’appigliano al genere buffo, ma v’ottennero lode i Ricci, il Rossi, il Fioravanti, il Cagnone...
Giuseppe Verdi da Busseto (n. 1814), dopo stentati i primi passi, col Nabucco cominciò una carriera luminosa, ove continua ad empiere il mondo d’una gloria, che gli è vivamente disputata. Sentimento degli effetti drammatici, alquante idee potenti, certe melodie sue proprie e passaggi arditi, una foga passionata nell’istinto del ritmo, per lui divenuto più preciso e sicuro, lo resero popolare: ma i teorici trovano che nella splendida sua sonorità sia sempre sagrificata la grazia, povere le armonie in una stromentazione poco variata, uniforme la combinazione degli effetti, sicchè cade in formole e cavatine vulgari, stile sempre violento, che mena all’esagerazione e alla monotonia. La folla accorrente alle sue opere confuta i censori, e assolutamente grande fu riconosciuto dopo che affrontò le difficoltà della scuola tedesca, che prelude una musica dell’avvenire.
Le teorie musicali furono coltivate nelle scuole che dappertutto s’istituirono. Giuseppe Carpani milanese, fuggito nel 96 cogli Austriaci, a’ cui interessi adoprò sempre la penna, nelle Lettere Haydine pel primo, dopo l’Arteaga, trasse la critica musicale dai formularj scolastici, e fu copiato sfacciatamente dallo Stendhal. Dappoi alcuni giornali introdussero criterj sensati e larghe applicazioni, quando non gli acciechi o spirito di parte, o la venalità, che qui più che altrove fa prova sfacciata. Delle scuole venete non rimase traccia; conservano lode la napoletana, la milanese, la bergamasca, donde uscirono Donizetti, David, Donzelli, Bordogni che lasciò i trionfi del teatro per farsi professore.
Agli stromenti si recò perfezione, e divenne universale il pianforte; dove non vogliamo preterire il violacembalo, inventato o piuttosto pensato da Haydn, poi nel 1821 dal nostro Gregorio Trentin, e perfezionato nel 1855 dal padre Tapparelli. Il violinista Nicola Paganini genovese (1781-1840) diresse a Lucca l’orchestra della regina Elisa, più spesso sonò a Milano, poi nel 1828 cominciò il suo «gran giro d’Europa», cogliendo applausi e denari, e distraendosi al giuoco e ai piaceri, ma sapendo crescersi fama colle singolarità, e coll’avvolgersi di mistero. Stupivano le affollatissime adunanze allorchè eseguiva pezzi sopra una corda sola, ed ora imitava i gorgheggi d’un usignuolo, or somigliava ad un’intera orchestra; e la stessa Parigi denominava le sue mode alla Paganini. Oggi il bresciano Bazzini collo stromento stesso eccita ammirazione in ogni paese; e così le Milanolo e le Ferni.
La parola fu talmente subordinata alla musica, che si vide poterne far senza, e presero gigantesco incremento i balli. Nè solo bizzarre fantasticherie o mitologia, ma ritrassero fatti storici, fin contemporanei, per quanto risulti assurda quella mimica sprovvista di parola. I balli di Salvatore Viganò furono un’altra efflorescenza del fasto napoleonico, tutti mitologia, macchinismo, quadri di scene or magnifiche, or incantevoli: riprodotti in diverso tempo, non piacquero altrettanto.
Ormai la musica è ristretta al teatro; composizioni teatrali ripete la banda militare; le sacre volte non echeggiano che stromentazione od arie da drammi. Che bel campo per chi gli bastasse il genio d’erigersi riformatore d’un’arte, la quale occupa la società a troppo scapito delle altre, e di qualche cosa che più dell’arti importa! Chè sentimento d’artisti, nè abilità di maestri, e tanto meno virtù civili o pubbliche non possono sperare i trionfi, che ripetonsi a cantanti[301] e ballerine. Spargerli d’applausi, di fiori, d’oro, sta bene, perchè il secolo serio paga chi lo diverte, gli scaltri pagano chi il secolo distrae: ma quando a un teatro si destina dotazione maggiore che a tutta l’istruzione pubblica d’un paese; quando a una capriola e ad un gorgheggio si tributano anche monumenti perenni, si può riderne in paesi che ad altri entusiasmi si animano, e che alla pienezza d’affari interpongono ore di dissipamento; non si può che gemerne dove quelle distrazioni inabilitano le menti alle serie verità, e stornano dal sentire i virili dolori, da cui s’aspetta la rigenerazione.
FINE DEL LIBRO DECIMOSETTIMO E DEL TOMO DECIMOTERZO
[ INDICE]
| LIBRO DECIMOSESTO | ||
| Capitolo | ||
| CLXXV. | La rivoluzione francese | [Pag. 1] |
| CLXXVI. | Buonaparte in Italia. I Giacobini. Fine di Venezia | [24] |
| CLXXVII. | La Cisalpina. Conquista di Roma, Napoli e Piemonte | [63] |
| CLXXVIII. | Riazione. I Tredici mesi. Italia riconquistata. Pace di Luneville | [97] |
| CLXXIX. | Buonaparte ordinatore. Rimpasto di paesi. Concordati. Pace di Presburgo. Regno d’Italia | [130] |
| CLXXX. | I Napoleonidi a Napoli | [194] |
| CLXXXI. | Ostilità col papa | [213] |
| CLXXXII. | Campagne di Spagna e di Russia. Caduta dei Napoleonidi | [237] |
| LIBRO DECIMOSETTIMO | ||
| Capitolo | ||
| CLXXXIII. | La restaurazione. Il liberalismo. Rivoluzioni del 1820 e 21 | [299] |
| CLXXXIV. | La media Italia. Rivoluzioni del 1830. | [371] |
| CLXXXV. | Letteratura. Classici e Romantici. Storia. Giornalismo | [418] |
| CLXXXVI. | Scienze morali e sociali | [506] |
| CLXXXVII. | Scienze matematiche e naturali | [534] |
| CLXXXVIII. | Belle arti | [558] |