NOTE:

[1]. Il decreto 17 giugno 1791 dell’Assemblea Costituente contesta che le persone della stessa professione possano avere interessi comuni.

[2]. Napoleone Buonaparte, allora tenente d’artiglieria, scriveva contro costui: — O Lameth, o Robespierre, o Pétion, o Volney, o Mirabeau, o Barnave, o Bailly, o Lafayette, ecco l’uomo che osa sedersi al vostro lato. Grondante del sangue dei fratelli, lordo d’ogni specie di delitti, presentasi sotto l’abito di generale, iniqua ricompensa de’ suoi delitti; osa dirsi rappresentante della nazione egli che la vendette, e voi lo soffrite! osa alzar gli occhi e tender le orecchie a’ vostri discorsi, e voi lo soffrite! Non è la voce del popolo, ma sol quella di dodici nobili ch’egli ebbe. Ajaccio, Bastia, la più parte de’ contorni han fatto della sua effigie quel che avrebbero voluto fare della sua persona».

[3]. Cum omnibus regni incolis enixissime gratulamur de egregia comparata sardo nomini regnoque nunquam interemtura gloria. Breve 31 agosto 1793.

[4]. Quelle intenzioni ci sono rivelate dall’elogio del Semonville, recitato alla Camera dei pari il 7 febbrajo 1840. Era con essi Montholon, che avea fatto le prime armi in Corsica sotto Buonaparte, e dovea poi raccorne l’ultime parole a Sant’Elena.

[5]. Allocuzione 17 giugno 1793.

[6]. Il contado Venesino era appartenuto a Raimondo VII di Tolosa, il quale, sospettato d’eresia e scomunicato da Gregorio IX, per sottrarsi a Luigi XVIII di Francia rassegnò le terre di là del Rodano al papa, che tenne quel contado. I re di Francia più volte l’aveano reclamato invano: or ecco il popolo stesso vuole staccarsi dal papa per darsi alla rivoluzione. Subito si trovarono divisi fra patrioti e papisti: Carpentras, gelosa d’Avignone, non volea unirsi a lei per non esserle sottoposta, e pretendeva esser capo di dipartimento, e cominciossi ad assassinare d’ambe le parti; gli Avignonesi v’entrano armati, e si canta il Tedeum; Carpentras respinge gli assalitori, per tutto si uccide, si beve il sangue, si mangia la carne de’ nemici. Si manda a domandar la fusione: allora l’Assemblea e tutti i circoli di Parigi prendono parte per gli uni o per gli altri. In queste fusioni un Governo non insano sa sopire l’avidità del momento per addomandarsi se un popolo abbia diritto di disporre di sè e di cangiare la propria amministrazione, e a che porterebbe un tal diritto applicato a tutti. Menou agitò tal quistione davanti all’Assemblea, e conchiuse che i Venesini e gli Avignonesi n’aveano il diritto secondo il sistema antico quando la Francia non era una; cessava dacchè, messisi in rivoluzione, volontariamente eransi legati a un patto sociale con tutti. S’apersero dunque i registri; e quelle quarantacinque leghe quadrate di paese, così opportunamente situate fra il Rodano e i dipartimenti della Drôme e delle Basse Alpi, furono aggregate alla repubblica. Ma Liancourt mostrava che è impossibile accertar il voto della pluralità durante la guerra civile; Mably, che a spogliar il papa non v’avea nè generosità nè giustizia; Jessé, che abbastanza litigi religiosi agitavano la Francia; Malouet, che la Francia accettando Avignone sgomentava tutt’Europa: e per quanto Robespierre, Goupil, Pétion sostenessero il contrario, l’Assemblea dichiarò che «Avignone e il contado non formavano parte integrante della Francia». Avignone era stata venduta al papa per ottantamila fiorini: acquisto regolare dunque, ma pretendeasi infirmarlo perchè Giovanna aveva ereditato la contea di Provenza come inalienabile, e di tenerla tale avea giurato ella stessa; perchè era in età minore; e perchè è «da supporre avesse operato per comprare dal papa l’assoluzione». Intanto però la guerra civile menava sterminio in quei paesi; i faziosi scannavano chi repugnasse, e insistevano presso la repubblica perchè li ricevesse nella gran famiglia; talchè finalmente l’Assemblea li accettò, benedetta da quei ch’erano stanchi di tante stragi. Ma non cessarono per questo, e i bravi briganti dell’armata di Valchiusa, com’erano intitolati nei proclami, esercitarono ogni peggior misfatto: avendo un commissario voluto rapire i pegni del Monte di pietà e i voti alla Madonna, il popolo lo trucidò; e lo spaventevole mulattiere Jourdan, il quale una volta tagliò tutte le dita d’un nemico, e se le pose in bocca un dopo l’altro a guisa di sigaro, lo vendicò con centinaja di vittime, che invece di sepolcro furono buttati a riempiere una ghiacciaja.

Questo da Luigi Blanc e dal Michelet è dato tra i fatti che mostravano «la potente attrazione, il sorprendente effetto del poter morale esercitato dalla rivoluzione francese», una gloriosa conquista non della forza, ma dello spirito nuovo. Blanc sopra tutto dice che «bisogna confessare che la dominazione di Roma non presentava nulla che di ben tollerabile»; e domandandosi perchè dunque gli Avignonesi avessero voluto essere alla Francia, esclama: — Oh prestigio del diritto vittorioso! o potenza per sempre santa della giustizia sopra gli uomini».

[7]. Secondo una dissertazione di Depoisier, inserita nell’Investigateur del 1855, le relazioni sopra quella campagna sono molto inesatte. Tutti i documenti d’allora attestano la meraviglia de’ Francesi per l’inattesa ritirata, e Lebrun, ministro degli affari esteri, scriveva a Montesquiou: La retraite subite des troupes du roi de Sardaigne, et ce qu’il peut avoir concerté avec les Suisses, donnent lieu à tant de réflexions, qu’on ne peut trop multiplier les précautions.

Prese parte a quella spedizione il famoso conte Giuseppe De Maistre, e scrisse un’Adresse de quelques parents des militaires savoisiens à la Convention Nationale, ove, dopo detto che le truppe dans une honorable impatience attendaient le moment de signaler leur valeur, soggiunge: Mais il était écrit que leur bonne volonté devait être inutile: il fallut s’éloigner sans combattre. Tirons le rideau sur des événements inexplicables, et surtout gardons-nous d’insulter l’honneur. Le courage malheureux et trompé doit exciter dans tous les cœurs bienfaits une compassion respectueuse, fort éloignée du langage adopté par tant d’hommes inconsidérés.