Con De Maistre militava pure il marchese Enrico Costa de Beauregard, che scrisse un ragguaglio di quella spedizione, poi i Mémoires historiques sur la Maison de Savoie (Torino 1816), e altre opere, fra cui merita attenzione il Saggio sull’eloquenza militare. Nella spedizione del 94 perdette suo figlio Eugenio, e De Maistre ne scrisse quel bellissimo Discours à madame la marquise de C... sur la vie et la mort de son fils lieutenant au corps des grenadiers royaux.
Sull’Investigateur di Parigi (1856 giugno: luglio...) comparvero alcune memorie sulla situazione della Savoja e sull’occupazione di Montesquiou. Allora il paese contava 402,724 abitanti, e ventimila migravano; le imposte salivano a due milioni e mezzo di lire tornesi; il sale a due soldi la libbra. Costa de Beauregard, Mém. historiques precitate, vol. III.
[8]. Come Mazzini a Carlo Alberto, così l’ex-marchese Gorani scriveva consigli a Vittorio Amedeo. Dipingeagli la sua posizione, e come quattro occasioni avesse avuto Casa di Savoja d’ingrandirsi: sotto il Conte Verde impadronendosi della Francia, sotto Carlo III profittando della Riforma, sotto Carlo Emanuele valendosi dei disastri di Maria Teresa, e adesso. «Perchè si vedono nel Canavese e fin alle porte di Torino tante sodaglie? perchè ricusò i progetti di canali navigli e d’irrigazione? perchè non accettò l’offerta de’ Ginevrini di render navigabile l’Arve, e così utilizzare le selve della Tarantasia? perchè invece volle favorire quegli otto o dieci signori che non voleano veder deprezziate le loro foreste del Sciablese? perchè abbandonar l’isola di Sardegna a vicerè e preti che ne scemarono la fertilità e la popolazione? E tutto ciò potea farsi colla metà del denaro sprecato in ricompense a indegni, in costruzioni inutili, in una Corte trista, in un compassionevole esercito, in inutili ambasciadori». E qui s’avventa contro il servidorame grande e piccolo, gli esuberanti uffiziali, le fastose ambascerie, le grandi cariche, e peggio gli ecclesiastici, dei quali non rifina di sparlare. «Con ciò, con tanti biglietti di banco senza ipoteca ruinò le provincie, mentre, se le avesse prosperate, sarebbero l’asilo di tutti i malcontenti d’Europa, e il Milanese si getterebbe nelle sue braccia». Lo sconsiglia dal romper colla Francia, potenza tanto maggiore e con eserciti invincibili; «ritiri dunque le truppe dai confini, congedi le austriache, si dichiari neutro negli affari di Francia, altrimenti non avrà che accelerato la sua ruina».
Pensate quel che costui diceva al papa in un altro indirizzo!
[9]. Kellermann il 1º luglio 1795 si lagna con Devins perchè i soldati austriaci infierissero contro i prigionieri e i vinti, sin a tagliarli a pezzi. Devins risponde che ciò è contro i suoi ordini; mais vous savez que nous avons des corps francs et d’autres troupes, en partie sujets turcs, et en partie des confins de la Turquie: vous savez que, par leur éducation, ces peuples sont beaucoup plus cruels que toutes les autres troupes de l’Europe. Pinelli, Storia militare del Piemonte, documento IV. Kellermann fu poi chiamato a Parigi a giustificarsi dell’umanità usata verso i Lionesi, e gli sottentrò Dumas.
Il libro Victoires et conquêtes des armées françaises esagera stranamente la forza degli eserciti nemici ai Francesi; e per esempio nel 1795 dà all’esercito austro-sardo centomila Piemontesi, quarantacinquemila Tedeschi e cinque in seimila Napoletani, mentre in tutto giungeano appena ai cinquantamila. Così esagerate vi sono sempre le perdite dei nostri.
[10]. «Lo spettacolo dell’armata (quand’entrò in Milano) facea stupore a chi ha conosciuto quelle di Federico. Accampavano i Francesi senza tende, marciavano senza compassata forma; erano vestiti di colori diversi e stracciati; alcuni non aveano armi; pochissima artiglieria; cavalli smunti e cattivi; stavano in sentinella sedendo; anzichè d’un esercito, avean l’aspetto d’una popolazione arditamente uscita dal suo paese per invadere le vicine contrade. La tattica, la disciplina, l’arte cedevano costantemente all’audacia e all’impegno nazionale d’un popolo che combatte per se medesimo, contro automi costretti a battersi per timore del castigo». Pietro Verri mss.
[11]. Il maggior elogio di Ercole III di Modena sta nella Memoria che Giambattista Venturi scrisse intorno alla vita del marchese Gherardo Rangone, che fu ministro di quel duca (Modena 1818). Annovera tutti i miglioramenti che esso introdusse nel ducato.
[12]. Vent’anni appresso, nella calma della sfortuna, Napoleone descriveva la punizione di Pavia, e come n’avesse concesso ai soldati il sacco per ventiquatt’ore; dopo tre ore le grida della popolazione gliel fecero sospendere, attesochè aveva soli mille cinquecento soldati: se n’avesse avuto ventimila, avrebbe lasciato intero il castigo. Mémoires de Sainte-Hélène, tom. IV. p. 280.
[13]. Il Gianni era fuggito da Roma dopo l’assassinio di Bassville col Salfi, che su questo fatto compose un poemetto. A Firenze il Gianni improvvisava colla Fantastici; e l’Alfieri ammirandolo diceva però che quello non era improvvisare, ma un comporre in fretta, alludendo al suo lento declamare.