Mentre tutti credeansi valevoli a proporre, nessuno volea la responsabilità del risolvere; il popolo male obbediva a governanti, dipintigli come spregevoli; e fra le canzoni e la proclamata fraternità nessuno avea fiducia in nessuno. Finchè trattavasi di bruciare in effigie Guizot o Metternich, e di mettere in caricatura Radetzky, molti faceano l’eroe; quando si trattasse di fatti, l’inerzia, che prima si crogiolava nell’impossibilità di affrontare il nemico, dappoi coglieva pretesto dalla facilità della vittoria, tutto asserendo finito colla cacciata de’ Tedeschi.

Ai nuovi reggitori accalcavansi i servidori degli antichi, che cogli antichi non volendo cadere, chiedeano compensi di persecuzioni non sofferte; improvvisati statisti offrivano consigli; speculavasi sulle armi, sugli impieghi, sulla pubblicità, sulla fame; dilettanti del mestiere di delatore e di carceriero continuavano a vedere cospirazioni e delitti, e mentre sovrastava un esercito minaccioso, eccitavano schiamazzanti paure contro spie che non si trovavano, contro contadini che voleano soltanto far chiasso come i cittadini. Vaglia il vero, di que’ tumulti licenziosi che altrove metteano sdegno o terrore, danneggiando le persone e gli averi, qui non fu ombra; ma le dimostrazioni clamorose attestavano che freno d’autorità non v’avea, e i reggitori erano impotenti.

Di fuori ci vennero anche ibridi innesti, e in paese ove il clero sempre era comparso nelle prime file, si urlò contro gli ecclesiastici; in paese che da ottant’anni non conosceva dell’aristocrazia se non la casualità dei natali, si seminò odio ai nobili, anche in ciò snervando col dividere.

Quindi oberate le finanze nella pinguissima Lombardia, e sospesi i pagamenti del Monte; inettissimamente provveduto alla guerra; e nell’inazione si cominciò a disputare del come si governerebbe la nazione, prima d’essere certi che nazione saremmo. La repubblicana parea forma consentanea a paese ribattezzatosi col proprio sangue, dove nè dinastie da rispettare, nè aulica nobiltà da gonfiare; ciascuno avea contribuito alla redenzione, ciascuno conserverebbe la massima porzione di sovranità. I bei ricordi della Lombardia non erano repubblicani? ed ora questa forma dalla Francia iniziatrice non sarà diffusa a tutto il mondo? non ci procaccerebbe volonterosi ajuti da quella sorella? non allontanerebbe le gelosie degli antichi e le ambizioni dei principi nuovi? D’altra parte, gli avversarj più risoluti di essa aveano predicato che da Repubblica a Governo costituzionale poca o niuna differenza intercede[70].

Pure, nel supremo intento della liberazione, la Giovane Italia si era obbligata, già prima dell’insurrezione, a velare il suo vessillo, chè non turbasse i principi rigeneratori. Se Carlalberto al primo entrare in Lombardia avesse assunto poteri dittatorj, e concentrate tutte le forze allo scopo unico, chi avrebbe mosso lamento? Ma ed egli e il Governo provvisorio iteratamente aveano promesso, della forma di governo non si ragionerebbe che a causa vinta, quando liberi tutti, tutti deciderebbero. Or eccoli invece sollecitare il paese a dichiararsi; e nonchè gl’intraprenditori di dimostrazioni e di mozioni, il filosofo nel cui nome si era iniziato il movimento, uscì dai dignitosi suoi studj per vagare apostolando la fusione col Piemonte[71]; con ciò determinando un altro, in cui si personificavano le spasmodiche speranze di diciott’anni, a contrapporvi il grido di repubblica.

Allora il paese restò scisso, e il dissenso offrì pretesti alle debolezze, alle avarizie, ai calcoli personali. I disordini della Francia svogliavano già molti dalla repubblica, perchè considerata come fine, mentre non è che mezzo alla libertà. Di coloro stessi che la vagheggiano come la pacificazione dell’avvenire, alcuni trovavano che il paese nostro non fosse abituato alla legale subordinazione, ch’è la prima virtù repubblicana, e bisognasse arrivarvi traverso alle alchimie costituzionali. D’altra parte, un sovrano, irradiato dall’aureola della libertà, e campeggiante per la causa comune, un Governo già stabilito il quale non avrebbe che ad estendersi, l’eroismo dei Piemontesi pugnanti pel nostro riscatto, la potenza che alla guerra verrebbe dall’unità del comando, inducevano a sovrapporre una corona al simbolo nazionale. Per queste ragioni, da non confondere colle servilità dei fiacchi che s’allietano qualora il caso loro manda un padrone, e degl’intriganti che, avendo l’accorgimento di voltarsi un quarto d’ora prima della fortuna, s’erano già ingrazianiti i cortigiani di Carlalberto, anche persone lealissime, anche tali che aveano imprecato al disertore del 1821, come Berchet, immolarono i rancori alla speranza ch’egli compirebbe la redenzione, e avvierebbe l’unità del paese.

Gli adulatori, che furono i peggiori nemici suoi, svilivano il re magnanimo fino a supporre che subordinasse la nazionale alla quistione dinastica, e trovasse convenevole ad una gran nazione il disporre di se stessa in modo intempestivo e tumultuario; i dissolventi tacciavansi di venduti all’Austria, fossero pure di quelli che più aveano contribuito a cacciarla; e posta come alternativa «Carlalberto o l’Austria», proruppero le stomachevoli prepotenze dei deboli.

Chè l’impulso venne dal basso. Il popolo di Modena, ripudiando la reggenza lasciata dal duca, avea creato un Governo provvisorio, preseduto da Malmusi: ma Reggio protestando ne formò uno a parte, e più d’un mese ebbe a contendersi prima d’unirli. Invece Parma stette contenta ai conti Luigi Sanvitale, Ferdinando Castagnoli, Girolamo Cantelli, e all’avvocato Ferdinando Maestri, designati dal duca stesso, e che formaronsi in Governo provvisorio, aggiunti il professore Pellegrini, Giuseppe Bandini e monsignor Carletti: ma i Piacentini esclamando contro il principe spergiuro, costituirono (1848 8 maggio) una reggenza separata, alla quale veniva l’avvocato Gioja; poi ben presto aperti registri, la fusione del ducato col Piemonte fu voluta senza restrizioni, com’era ad aspettarsi in paese piccolo e sconnesso. Brescia, col dichiarare proprietà della nazione bresciana i beni de’ Gesuiti, costrinse il Governo provvisorio a quelle persecuzioni di frati, da cui aborriva per indole, per politica, per rispetto a sè e alla libertà: dappoi la classe bassa e fiera cominciò a gridarvi la fusione col Piemonte. Bergamo assecondava; altre città minacciavano se indugiasse l’unione, la farebbero da sè; fin l’esercito divenne deliberante, e la legione Griffini mandò la sua adesione. Balbo, da che scese di carrozza a Milano fin quando vi rimontò, non sapea ripetere se non «Fondersi, e subito, subito»: Gioberti, ricevendovi le solite ovazioni, cercò far gridare a voce di popolo la fusione, promettendo Milano capitale dell’alta Italia[72].

Il Governo provvisorio chiamò dunque alla votazione, confessando che, «mentre avea proclamata la neutralità per poter essere un Governo unicamente guerriero ed amministratore, si trovava trascinato in mezzo alle distrazioni d’incessanti dispute politiche, e costretto a difendersi ogni giorno dall’insistenza delle più divergenti opinioni».

Chi non può sottrarsi da condizioni repugnanti alla coscienza, abdica il potere. Essi invece aprirono registri in tutte le parrocchie, chiamando il popolo a votare su punti dove non era competente; e come avviene immancabilmente, a grande maggiorità fu chiesta l’immediata fusione della Lombardia col Piemonte.