Il Piemonte nella dinastia di Savoja vede da un pezzo la gloria e la potenza, come l’interesse proprio; pure anche colà si cozzavano fazioni. La Savoja avea respinto una banda d’operaj, venuti di Francia proclamando la repubblica; ma dall’italianità non era infervorata agli aggravj impostile dalla guerra, sebbene li portasse con serena intrepidezza. Genova mirava altrove che il Ministero, e a surrogare il berretto alla corona, appena questa non paresse più necessaria alla causa nazionale. La coccarda tricolore, come fregiava il patrioto, così mascherava il brigante, che gettava nel fango il potere onde raccorne qualche brano; il sofisto, che preponeva la forma al fondo, l’espressione alla dottrina; l’intollerante, che la libera discussione strozzava cogl’insulti; il declamatore, amico e nemico prestabilito di qualunque siasi risoluzione; il pauroso che, portando al bottone Pio IX e tamburando Italia, non mirava che a sguizzare dal pericolo coll’adulare coloro che lo aveano cagionato. Ma da una parte quei che sempre eransi lamentati del troppo spendio nell’esercito, ora lamentavansi perchè a soldati e uffiziali nuovi mancassero le virtù di veterani; da un’altra si disapprovava come lusso di sacrifizj il mandarne altri nella vincitrice Lombardia: un prestito di dieci milioni restringevasi a sei; interpellavasi il Ministero sulle provvigioni di guerra, sull’esito di alcune battaglie, su quel che intendeasi fare, quasi premesse d’informarne il nemico; tutti quelli che sentivano vergogna di non combattere in campo, la mascheravano col combattere nella Camera, aperta l’8 maggio, o nei caffè con motteggi, con articoli, con frivole mozioni, ora di sottoporre i chierici alla coscrizione, ora di espellere i Gesuiti e le dame del Sacro Cuore; onde vi ebbe chi esclamò: — Se perdiamo tempo a cacciare i frati, non cacceremo mai i Tedeschi». Le affollate tribune applaudendo, fischiando, urlando, vilipendevano la maestà della rappresentanza nazionale, e violentavano la coscienza de’ legislatori.

A questi trambusti si gittò in mezzo la fusione colla Lombardia. A molti gradiva l’avere i Lombardi messa per patto un’assemblea costituente, colla quale speravasi introdurre nello statuto un più largo equilibrio fra il potere legislativo e l’esecutivo; ma un geloso antagonismo facea paurosi che Torino dovesse cedere il grado di metropoli a Milano, secondo l’avrebbero desiderato Genova, Novara e i ducati, e che i Piemontesi restassero in minorità nell’assemblea costituente[73]. In fine, si votò (13 giugno) che «la Lombardia cogli Stati sardi e coi ducati formerebbe un sol regno; e in assemblea generale si stabilirebbero le norme d’una nuova monarchia costituzionale, sotto la Casa di Savoja, coll’ordine di successione secondo la legge salica». Vale a dire che un Parlamento legislativo parziale imponeva limiti a un Parlamento costitutivo da eleggersi dalla intera nazione; e ch’è peggio, decretavasi la fusione di paesi già rioccupati.

Perocchè fra questi maneggi le condizioni italiane erano ite alla peggio. Alla vittoria de’ Milanesi tutta la penisola era trasalita di libertà e di speranze, e il movimento già trasceso, non che lasciarsi regolare dai principi, torcevasi contro di loro: da Modena e da Parma sommosse i duchi partirono: il granduca dovette deporre i titoli austriaci, e scegliere ministri di minor suo gradimento. Il papa, che colla cara ed autorevole voce avea benedetto alle speranze italiche, deputò un prelato suo dilettissimo (monsignor Corboli Bussi) al campo italiano; alle sue truppe diede generale Giovanni Durando piemontese e l’ordine d’accordarsi con Carlalberto; sollecitò i principi a mandar deputati a Roma per conchiudere una lega (29 marzo): ora però dolevasi si tiranneggiasse la sua coscienza: eppure fu costretto estrudere i Gesuiti, mentre dichiaravali «instancabili collaboratori nella vigna del Signore»; ai consiglieri di sua confidenza surrogarne altri, che gl’imponevano e parole e generali e guerra. I suoi intimi gli mostravano come pericolasse non solo lo Stato ma la nave di Pietro: i nunzj da Vienna e da Monaco gli faceano temere che la Germania non si separasse da un papa, il quale mettevasi ostile ai cattolici tedeschi: poi vedendo che Carlalberto domandava un’alleanza guerresca, e che fervea la briga di riunire l’Italia ma sotto altri auspizj, Pio IX pronunziò non favorirebbe un principe a scapito degli altri: — Il nome nostro (rispondea all’indirizzo de’ deputati) fu benedetto in tutta la terra per le prime parole di pace che uscirono dal nostro labbro: non potrebbe esserlo sicuramente se quelle n’uscissero della guerra... L’unione fra i principi, la buona armonia fra i popoli della penisola, possono solo conseguire la felicità sospirata. Questa concordia fa sì che tutti noi dobbiamo abbracciare egualmente i principi d’Italia, perchè da quest’abbraccio paterno può nascere quell’armonia che conduca al compimento de’ pubblici voti».

Inerme sacerdote, circondato da un concistoro cosmopolitico, sentendo tardi che la popolarità vuole schiavi i proprj feticci, lamentò che dalla diffusa voce della gran congiura si togliesse pretesto a perseguitare persone onorande e religiose[74]: poi come parvegli pericolare la nave che Dio gli affidò (29 aprile), disdisse ogni partecipamento colle rivoluzioni; non aver egli se non attuato quel che le Potenze già aveano suggerito a Pio VII e a Gregorio XVI, e ch’egli credea vantaggioso a’ suoi popoli; dolergli che questi non avessero saputo contenersi in fedeltà, obbedienza, concordia; non a lui doversi imputare le convulsioni italiche, a lui che aborriva la guerra, e repudiava coloro che parlavano d’una repubblica italiana, preseduta dal papa.

Roma, che obbediva al papa a condizione che il papa obbedisse a lei, sobbolle a questi voci (1 maggio), e bestemmiando come si bestemmia colà, minaccia sommergere nel sangue il pretesco dominio; si levano dalla posta le lettere dirette a cardinali e prelati, esponendole pubblicamente colle più strane interpretazioni; la guardia civica occupa le porte e Castel Sant’Angelo; grida di morte si diffondono. Pio IX procura calmare con un proclama mansueto: ma ogni parola n’è presa a onta, come un tempo prendeasi a lode; i circoli fremono. Il filosofo Terenzio Mamiani, profugo sin dal 31, e che coll’ingegno, l’onestà, la cortesia erasi acquistato venerazione in Francia, era stato ricevuto benchè negasse sottoporsi alle condizioni e promesse che l’amnistia esigeva, e da cui la coscienza sua repugnava; e favorito dalle classi colte, ne profittava per insinuare miti consigli; sicchè rimaneva indicato a capo d’un nuovo Ministero, nel quale entrarono il cardinale Ciacchi, Massimo, Galletti, Marchetti, Lunati, Doria Pamfili, Pasquale Rossi.

La onesta vacuità del Parlamento, dominata dalla melliflua parola di Orioli, dalla fulminante di Sterbini, dalla incessante del principe di Canino, rendea sempre più vacillante l’azione governativa, e cresceva lena alla sovversione ne’ circoli, ne’ giornali, sulle piazze. I liberali stessi scindeansi in centralisti e federalisti; quelli volendo metropoli di tutt’Italia Roma, questi conservando le prische capitali: ma ecco aspirar a questo onore anche Genova e Palermo: tutti poi nel concetto italico dimenticavano che un popolo non si amalgama come i diversi metalli per far una statua, e che l’unità nazionale è tutt’altro da quell’unità amministrativa e despotica, sciaguratamente trasmessaci dalla Rivoluzione francese.

Il nuovo Ministero, debole come i buoni, non volea l’unità italiana, non la rivoluzione, bensì l’indipendenza italiana e la separazione dei due poteri; il Mamiani dichiarava che «dimorando nella serena pace dei dogmi, Pio IX prega, benedice, perdona, ma lascia gli affari all’assemblea»; col che elevandolo in cielo, lo svestiva d’ogni autorità terrena. Il papa protestò, come protestò contro gli Austriaci allorchè un loro corpo invase Ferrara per dissipare un branco di truppe pontifizie: ma l’efficacia di lui era passata, come altre mode; e la forza popolare abbandonò il papato, allora appunto che più importava sorreggerlo e spingerlo.

Nè Pio aveva rinnegato la causa italiana; e quando il presidente della repubblica veneta gli raccomandava la sua città e «questa Italia, tempio magnifico del Dio vivente, nel quale la dimora dello straniero insultatore è una quotidiana bestemmia», esso, il 27 giugno, di proprio pugno rescriveva: — Iddio benedica Venezia, liberandola dai mali che teme»; al La Farina deputato siciliano, che gli faceva rimostranze, disse risentito: — Io sono più italiano di lei, ma lei non vuol distinguere in me l’italiano dal pontefice»; dal cardinale Antonelli fece scrivere al Farini, inviato suo a Torino, essere «volenterosissimo d’interporre la propria mediazione come principe di pace, sempre nel senso di stabilire la nazionalità italiana»; e il 3 maggio scriveva all’imperator d’Austria: — È stile che da questa santa Sede si pronunzii una parola di pace in mezzo alle guerre. Non sia dunque discaro alla maestà vostra che ci rivolgiamo alla sua pietà e religione, esortandola a far cessare le sue armi da una guerra, che, senza poter riconquistare all’Impero gli animi dei Lombardi e dei Veneti, trae funesta serie di calamità, certamente da lei aborrite. Non sia discaro alla generosa nazione tedesca, che noi la invitiamo a deporre gli odj, ed a convertire in utili relazioni d’amichevole vicinato una dominazione, che non sarebbe nobile nè felice quando sul ferro unicamente posasse. Quella nazione, onestamente altera della nazionalità propria, metterà l’onor suo in sanguinosi tentativi contro la nazione italiana? o non piuttosto nel riconoscerla nobilmente per sorella, come entrambe sono figliuole nostre e al cuor nostro carissime, riducendosi ad abitare ciascuno i naturali confini con onorevoli patti e con la benedizione del Signore?» Anzi, per mediar la pace non meno col nemico che fra i parteggianti, pensò trasferirsi a Milano; e quanto la sua presenza avrebbe rincorato i nostri!

Ma già la diffidenza aveva ossesso gli spiriti; si sospettò che il Piemonte intisichisse in una mena dinastica la gran causa italiana; si sospettò che il Governo romano recuperasse il Polesine e le antiche ragioni sul Parmigiano e il Modenese; si sospettò del prelato che il papa deputava all’imperatore[75]; si sospettò del Ministero romano quando affidava a Carlalberto tutte le forze pontifizie; si sospettò della flotta che re Ferdinando spediva nell’Adriatico a rinforzare la sarda, i Siciliani al passaggio la cannoneggiarono, e nei proclami la insultavano ogni giorno; i capitani sospettavano dell’esercito napoletano, che ostinavasi a gridare «Viva il re»; l’esercito sospettava delle bande siciliane, contro cui avea combattuto nell’isola; Romagnuoli e Marchigiani sospettavano che i Napoletani volessero occupare Ancona, e prendere i loro paesi.

E il sospetto mandava a precipizio le cose del Regno meridionale. Vedemmo come la Sicilia rompesse il concetto dell’unione italica col dichiararsi indipendente sotto la presidenza di Ruggero Settimo. Il re, che i tempi rendevano impotente a resistere, consentì (18 genn.) ogni loro domanda; ma i Siciliani non aggradirono come dono quel che già teneano conquistato; data a Napoli la costituzione, essi la ricusarono perchè importava «unico regno la Sicilia e il reame di Napoli, e unica la rappresentanza nazionale»[76]; solo aggiungendo «bramar di unirsi al regno con legami speciali, e formare insieme due anelli della bella federazione italiana».