Il re, che i trattati impediscono dal separare i due regni, accorda alla Sicilia Parlamento distinto (10 febbr.), e un luogotenente generale con ministri, oltrechè terrà un ministro siciliano presso di sè: ma i Siciliani vogliono non s’intitoli più re del regno delle Due Sicilie, ma solo delle Due Sicilie; sia bandiera la tricolore, nè truppe napoletane nell’isola: il Comitato generale più domanda quanto più il re concede e via via infervorandosi, rifiuta i servigi de’ migliori perchè ne aveano prestato ai Borboni, e così obbliga a valersi dei ribaldi; in odio della centralità amministrativa scioglie i legami che congiungeano i Comuni collo Stato, onde non resta nè forza nè obbedienza. I trasmodati inviperivano contro i Napoletani, proclamando, — Che hai tu fatto, regno d’infingardi e di perfidi? «Fu la Sicilia che ti spinse; volesti che il nostro brando ti spezzasse le catene che amendue ci serrava, per divenire libero e offenderci. Mentre poltristi nella viltà, osi chiamar sorella la Sicilia, che non tenne la spada nel fodero mentre tu nel meglio ti ritratti, quasi sacrilegio avessi commesso. Il cuore ti trema, nè oseresti tentare ciò che con minori genti abbiam noi in un giorno compito. Non appellarci dunque fratelli, che mai fra noi non è stato nè sarà nulla di comune». Anche il padre Ventura, avvoltolatosi nella politica, commemorava gli storici patimenti della Sicilia, e quanto fosse giusta nelle sue domande, ingiusti i Napoletani nel negarle, e nel volerla unita con loro nei mali della guerra che intraprendevano e nei pericoli d’una libertà che non conserverebbero.

Lord Minto, che avea girato l’Italia in condizione anfibia, supposto inviato dall’Inghilterra, e sparpagliatore di consigli di cui restava irresponsale, si offre mediatore; e tanto basta perchè l’isola credasi appoggiata dagl’Inglesi. Il re consente a tutto, fin a nominare suo luogotenente il Settimo; ma la Sicilia esige che il re risieda nell’isola, e le ceda metà dell’esercito e della flotta, protestando non farebbe «niuna essenziale modificazione a tali proposte, ed essere inutile qualunque forma di negoziazione». Il Ministero napoletano pubblica una protesta (22 marzo) contro pretensioni, «che turbano positivamente il risorgimento d’Italia, e compromettono l’indipendenza e il glorioso avvenire della patria comune, specialmente in questo momento supremo, in cui tutti gl’Italiani sentono potentemente il bisogno d’affratellarsi in un solo volere»; e i Siciliani per risposta convocano il Parlamento; aprendo il quale (25 marzo) Settimo dichiara che il Comitato generale operò sempre nella convinzione che la Sicilia non dovesse dipendere da verun altro Stato.

Era allora sul crescere la marea de’ popoli; talchè Palmerston, il quale avea sconsigliato il re dal prender parte alla guerra d’Italia come repugnante ai trattati, allora lo esortava a rassegnarsi a qualsifosse condizione, giacchè nè Inghilterra vorrebbe, nè Prussia potrebbe ajutarlo a sottomettere l’isola[77]. E il re esibì perfino di trasmettere la corona di Sicilia a suo figlio minore, coll’unico patto che fosse ricevuto: e la risposta fu dichiarare scaduti i Borboni (13 aprile).

Nel tempo che dappertutto parlavasi d’unità italiana, inestimabile danno recò questa scissura, che costrinse il re di Napoli a volgere contro Italiani una parte di sue forze. Le restanti furono avviate alla Lombardia sotto Guglielmo Pepe, caporione in tutte le sommosse dal 1796 in poi. La flotta erasi già spinta ad Ancona sotto l’ammiraglio De Cosa: ma neppure questo potentissimo ajuto doveva arrivare. Il nuovo Ministero, dov’erano entrati i liberali Poerio, Savarese, Carlo Troya, e come presidente il principe di Cariati, diplomatico esercitatissimo, nel suo programma professava che «le due Camere, d’accordo col re, avriano facoltà di sviluppare lo statuto, massimamente in ciò che riguarda la Camera de’ pari». Per attuarlo convocavasi a Napoli il Parlamento, proponendo ai deputati giurassero di «professare e far professare la religione cattolica; fedeltà al re del regno delle Due Sicilie; osservare la costituzione del 10 febbrajo». Nell’adunanza preliminare questa formola incontra gravi contraddizioni; «è da Sant’Uffizio cotesto inceppare le credenze: se riconosciamo il re, veniamo a giustificare la guerra fratricida di Sicilia: la fedeltà alla costituzione data sminuirebbe il diritto promesso alle Camere di modificarla»; si parlotta, si declama, più a baldanza si grida perchè si sa come il Governo è disposto a cedere. In fatto quella formola si tempera, riservando le modificazioni che allo statuto farebbero il re o il Parlamento: ma la concessione pare machiavellica sopraffina, tanto o le menti erano stemperate, o rese diffidenti da storiche perfidie: si ripete dover il Parlamento essere costituente, non costituito; il re esser uno, essi cento; il diverbio dal palazzo civico di Montoliveto echeggia di fuori, e ne nasce tumulto, che gli uni dissero eccitato dai repubblicani per trascendere, gli altri dai reazionarj per toglierne titolo a comprimere, e chi dai Piemontesi per trarre anche questo paese alla loro fusione; ciascuno solendo imputare agli avversarj o le imprudenze o i misfatti di cui soffre le conseguenze. E il re assentì altre domande (11 maggio) e un nuovo Ministero; onde alcuni deputati si diffusero fra la turba raccomandando di disfar le barricate dacchè l’oggetto della dimostrazione era conseguito: ma il movimento è facile ad imprimersi, non a regolarsi.

Coloro che altrove si adulano col nome di popolo e quivi si vilipendono col nome di lazzaroni, presero parte pel re contro cotesti disputatori; gittatisi alle furie, incendiarono, uccisero; gli orrori che di quella giornata raccontano i liberali, si direbbero inventati per iscagionare i Croati. I deputati rimaneano raccolti senza prendere alcun partito, finchè da un uffiziale ebbero l’intimazione di ritirarsi; e fatta protesta, se n’andarono tra i fischi della popolaglia. La necessità del reprimere la rivolta restituì al potere gli arbitrj strappatigli dalla ragione; e il re, stretto fra la ribellione della Sicilia e la sommossa della capitale, richiamò l’esercito suo dal Po.

Pepe, generale sfortunato della sommossa del 1821, esule d’allora in poi, era conosciuto nelle società segrete ma non da quei soldati, docili piuttosto ai particolari capitani, e devoti al re; sicchè egli rassegnò il comando al generale Statella: ma ecco i volontarj tumultuano contro l’ordine del re traditore; Statella, costretto a ritirarsi, in Toscana è insultato, mentre s’applaude a Pepe, che disobbedendo mena di là dal Po un battaglione di cacciatori e due di volontarj napoletani, uno di lombardi, uno di bolognesi, una batteria di campagna, e va a Venezia dov’è creato comandante supremo delle forze. Il resto dell’esercito diè volta; e quest’altro potentissimo e ben ordinato soccorso rimase sottratto alla causa nazionale, dolendosi il re di «non poter partecipare a sì nobile impresa, e dover soltanto ammirare le gloriose geste dell’esercito sardo, cui augura sollecita e lieta vittoria».

Troya rinunzia al Ministero, che è ricomposto con Bozzelli, coi principi di Cariati, d’Ischitella, di Torella, col generale Carascosa e l’avvocato Ruggeri, in voce di liberali. Al 15 giugno si tolse lo stato d’assedio, e si rintegrò la libera stampa, che trascorse subito in eccessi, corretti solo dalla plebaglia o da’ militari, che istigati od offesi andavano a rompere i torchj. Rinnovate le elezioni, ricaddero quasi sulle persone stesse: ma alcune erano profughe, sgomentate altre; e quei che accettarono, davano indietro dalle dottrine testè proclamate, come la cittadinanza rimanea muta avanti al vessillo tricolore, che tornò a sventolare da Sant’Elmo. Il re, aprendo il Parlamento (11 luglio), ripeteva «l’inflessibile risoluzione di assicurare a’ suoi popoli il godimento d’una libertà saggiamente limitata; fidassero nella sua lealtà, nella sua religione, nel suo sacro e spontaneo giuramento». Ma i deputati diffidavano dei ministri e del re, il popolo diffidava dei deputati: e ciancie e reciproche recriminazioni furono l’unico frutto del senno ivi congregato. Si richiese di mandar ancora un esercito alla guerra santa; ma come farlo se nelle provincie ripullulavano sommosse e guerra civile, odj reciproci, reciproche paure di tradimenti?

In Calabria Ricciardi, Mileti ed altri vollero considerarsi come una continuazione del Parlamento, sebbene gran parte dei deputati della nazione avesse accettato di sedere nel nuovo. Le truppe, reduci dalla guerra santa, repressero gl’insorti, invano sorretti da Sicilia: i costoro capi poco mancò non dessero lo spettacolo di accapigliarsi fra loro; perchè non riuscirono, ebbero taccia di traditori, e fin Ribotti non potè purgare il proprio nome, benchè sempre fosse comparso alla prima fila, e côlto dai Napoletani fosse sepolto nelle carceri. Francia repubblicana, Inghilterra istigatrice, il papa cattolico (diceasi) protesteranno contro gli abusi della vittoria regia, e vendicheranno i popoli. Ahimè! il papa era avviluppato in domestiche sciagure: Francia, svogliata della libertà, si contentò di domandare compensi pei danni patiti da Francesi in Napoli: Inghilterra e altre Potenze non credettero che Ferdinando avesse torto di usare d’una vittoria datagli da’ suoi avversarj.

Perduto coi fatti, resta lo sfogo delle parole: e poichè in quei tempi nè l’odio nè l’ammirazione conoscevano misura, le imprecazioni contro Pio IX traditore, contro il Borbone assassino erano tante, quanti gli applausi a Carlalberto, dappertutto salutandolo re d’Italia; in tal senso faceansi prediche, intrighi, tumulti qua e colà; il principato di Monaco pronunziavasi per lui; il Parlamento siciliano, dopo una tumultuosa discussione, chiedeva re un figlio di esso (10 luglio). Era naturale che Roma, Toscana, Napoli ingelosissero di vedersi condotte a combattere, non più per la causa nazionale, ma per indossare ad un solo i proprj manti, e rinascesse l’inveterato capriccio del volere servire tutti, piuttosto che veder sovrastare uno de’ nostri. Cessato il buon accordo, il nicchiare de’ principi accanniva i popoli; e lo stesso Carlalberto, re che guidava una guerra d’insurrezione, soccombeva alle sconsigliate ammirazioni, e sentiva tentennarsi in mano la spada, che avea promessa redentrice d’Italia.

I Tedeschi, a principio diffusi per tutto il regno, dovettero rimaner inferiori, sinchè non si concentrarono nelle loro fortificazioni. Carlalberto non si credette sicuro qualora non possedesse come base d’operazioni il Mincio e l’Adige; e mentre avrebbe dovuto confidare in Venezia, si ostinò davanti a fortezze, inespugnabili da soldati inavvezzi alle stragi del cannone. La cui prodezza non potea contro i terribili munimenti della natura e dell’arte? Nulla scoraggia quanto l’inutilità degli sforzi. I viveri erano mal distribuiti, e lasciavano affamare nel paese dell’abbondanza. Le bande de’ Crociati, inesperti, smaniosi di titoli e di comandare tutti, mostrarono eroismo allo Stelvio, al Tonale, a Curtatone, ma non l’accordo, l’obbedienza, la perseveranza che richiedonsi per vincere; vi si mescolava feccia di viziosi che disonoravano anche i buoni; e colle improvvide correrie nel Tirolo e a Castelfranco cagionarono ruine di paesi e infruttuosi supplizj.