Una volta il Governo provvisorio mandò al colonnello Alemandi perchè sistemasse quelle squadriglie, ma ciò le scompose. Rimossi dalle battaglie, traviavano in giuochi e bagordi entro le case testè bombardate dai Tedeschi e testimonj di gloriosissime difese, o intrigavano di politica. Come avviene fra gente inusata alle imprese, prodigavansi lodi a costoro, o se le prodigavano da sè nei giornali; qualunque gran coraggio, qualunque lunga pazienza trovavansi qualità affatto ovvie nei soldati; trovavasi miracolo ogni minimo sforzo in questi subitarj, d’altra parte avuti in sospetto come democratici; laonde i tattici ripeteano: — A chi le fatiche, i patimenti, le morti? A noi; mentre quei che stanno a casa a far feste e banchetti ci lanciano vituperj, ci chiamano vili; ringrandiscono le geste de’ nemici, le nostre deprimono; noi più che gli Austriaci odiano; la nostra disfatta desiderano affinchè la repubblica trionfi. Oh, i nostri nemici non sono a Verona, ma a Milano, a Genova, a Torino; non sui campi e dietro le trincee, ma ne’ giornali e ne’ circoli, ove imbelli parlatori eccitano malevolenze nelle città, sedizioni nel campo, e credono mostrare libertà col disapprovare tutto, col gridare ai tradimenti perchè non vinciamo, non moriamo».

Ciò svogliava il re dal valersi delle bande: eppure fu vero torto l’arrestarsi nella strategia precettiva, e repudiare la potente alleanza dell’insurrezione popolare; e per la sublime ambizione d’esser l’eroe dell’italico riscatto, non avere sofferto altre spade, meglio acconce ad una guerra che non era da re. Francia, briaca dei trionfi suoi e intormentita dalle proprie convulsioni, prendeva alla causa italica soltanto un interesse di ciarle; oltrechè se ne elidevano le simpatie col gridare Italia farà da sè. Gioberti avea detto di temere meno il dominio austriaco che l’ajuto francese. Mamiani ministro a Roma, proferiva: — Massima sventura della nostra nazione sarebbe la troppo fervorosa e attiva amicizia di alcun grande potentato» (giugno). Quando l’Austria, quasi non cercasse che la decenza dell’abbandono, mediante l’Inghilterra offrì di comporre Modena, Parma e la Lombardia fin all’Adige in un regno indipendente sotto un arciduca, poi persino di cedere questi paesi, non fu tampoco permesso di darvi ascolto; e il re medesimo, almeno in pubblico[78], trovava che alla guerra assunta per l’italianità non poteva convenirsi altro termine che l’intera emancipazione.

È sempre degno del più forte il propor la pace; ma i linguacciuti non vi vedeano che un sintomo dello sfasciamento dell’Austria. E per verità le proposizioni erano state dirette dal ministro imperiale Fiquelmont nel momento che l’Austria, arietata dalle rivoluzioni rinascenti dappertutto e nella stessa sua metropoli, pareva sobbissare: ma ben tosto ella potè ripigliare il vantaggio; e dacchè l’impero non fu più che nel campo di Radetzky, l’onor nazionale si trovò impegnato a sostenerlo a ogni costo. Quelle Alpi, che sgomentano l’immaginazione e fanno bel giuoco alla poesia, non furono mai insuperabili ad eserciti forestieri da Ercole fin adesso, quando Nugent menò per le Carniche ventimila uomini a rinforzo di Radetzky. Invece di perder tempo intorno a Palmanova ed Osopo, come faceano i nostri a Peschiera, dissipando qualche resistenza delle città munitesi subitariamente e delle bande, egli passò il Tagliamento e la Livenza, e presa Udine (23 aprile) un mese appena dopo insorta, accampò a Conegliano presso la Piave. Giovanni Durando, generale de’ Pontifizj, dopo molto esitare fra gl’impulsi popolari e le renuenze del pontefice, era comparso; e il dover suo sarebbe stato d’accorrere nella Venezia, e impedire questa calata di rinforzi: e ve lo sollecitavano i Veneziani[79], ma così non la sentivano nè il Ministero romano nè Carlalberto; sol tardi giunse, e non impedì che fossero prese (5 maggio) Feltre, Belluno, Bassano. Oltre la non dissimulata avversione del papa a questa guerra, intrecciavansi i comandi suoi con quelli del generale Ferrari capo di volontari romagnuoli, e del generale Antonini capo di raccogliticci in Francia: gente mal disciplinata, e capitani gelosi perchè pari, gli uni credonsi traditi dagli altri perchè non si sussidiano a vicenda, e tutti pajono intenti più ch’altro a non pericolare i loro seguaci. Ferrari, non soccorso nel fatto di Cornuda da Durando ch’erasi ritirato alla Brenta, recede a Treviso: quivi accorre pure Durando, e il nemico ne profitta per assalire Vicenza: se non che la gagliarda resistenza dei cittadini basta a respingerlo.

Nuovi rinforzi al nemico conducea Welden pel Tirolo; e Radetzky con un colpo arrischiato tentò girare alle spalle de’ Piemontesi, i quali senz’averne avviso trovaronsi assaliti a Goito (29 e 30 maggio): i soldati e i volontarj toscani a Curtatone e Montanara aveano sostenuto coraggiosi l’assalto di triplo numero di nemici, comandandoli Laugier; e dopo sei ore dovettero ritirarsi in rotta quei che non rimasero morti come il professore Pilla, o prigionieri come il Montanelli. Quanto fu il lutto della mal agitata Toscana, e quanto lamentarsi di madri e di fratelli, impreparati a tante perdite! Tardi giunse a soccorso Bava coi Piemontesi, o non informati della mossa, o lenti a ripararla: intanto però Carlalberto avrebbe potuto vantaggiare di quel soprattieni, e colla sua copiosa riserva involgere il corpo di Radetzky, e tagliarlo fuori delle sue fortificazioni: ma mentre tutta Italia solennizzava la resa di Peschiera, lasciò che il nemico, rifattosi e fidando nell’inesperienza di lui, abbandonasse le proprie posizioni per correre ad incalzare Vicenza, che difesa dai cittadini, dagli Svizzeri, dai Pontifizj sopraggiunti, pure dovette capitolare (11 giugno). Durando patteggiò di ricondurre di là dal Po i Romagnuoli, nè più combattere nella guerra santa; alquanti ricoverarono a Venezia con Ferrari e Antonini; Treviso, Palmanova, Osopo non tardarono ad essere occupate (13 giugno) dagli Austriaci, ai quali restò aperto il varco verso la Germania per la Ponteba e pel Tirolo, mentre Radetzky, compite le decisive operazioni, rientrava nelle inespugnabili bastite.

Cessava la speranza del vincere, eppure le illusioni cresceano, e mostrando i disastri ripeteasi: — Nessun’altra salvezza che nel re e nel suo esercito». Ciò fece sollecitare la fusione della Lombardia: ma qual capitano avrebbe potuto condursi fra le ciarle di quattro Parlamenti, di centinaja di circoli, di migliaja di giornali? e Carlalberto che «era entrato in campo più per cancellare colpe vecchie che per acquistare glorie nuove» (Ranalli), era costretto rispettare quell’inesauribile retorica. Rinforzarsi sull’alture di Sommacampagna, che sono il baluardo della Lombardia, era il partito che unico gli restava, e lo prese: ma stanco dell’inazione, e spronato dalle lodi e dalle accuse, volle prendere l’offensiva col bloccare Mantova, e spinse quarantamila uomini sull’ala destra; col che assottigliò la linea, scoprì la sinistra, e aperse il varco di Rivoli, ch’egli erasi acquistato con tanto vanto. Allora Radetzky, sbucato da Verona, e con ardita mossa sfondando il sottile nemico, si spinse contro il centro (23 aprile), e prese Sommacampagna senza aver vinto una battaglia. Dov’io, sebbene schivi le particolarità de’ combatimenti, avvertirò come il nemico non esitasse ad abbandonare sguarnita persino Verona, tanto sentiva l’importanza di farsi grosso sopra un punto solo; e come la posizione decisiva di quella giornata fosse presa da ottocento volontarj viennesi, giovani nuovi alle armi, di cui soli cencinquanta uscirono illesi. Sono atti proprj della guerra insurrezionale, e li faceva il domatore.

Tardi accortosi del fallo, il re diresse tutta la gagliardia a ricuperare la posizione, ma non potè celeremente concentrare truppe così disgiunte, e dalla inattesa celerità del nemico si trovò circuito; e il nome di Custoza (25 luglio), come altri, ricorda valori e sventure. Allora cominciano i disastri. I grossissimi magazzini cadono preda degli Austriaci; gl’invii di nuove provvigioni restano tagliati fuori, e l’esercito per due giorni difetta di cibo e di vino, mentre lo sferza un sole cocentissimo, e lo incalzano senza resta i nemici, ben pasciuti e incorati dalla vittoria. Il re, sconfitto prima d’essersi accorto dell’attacco[80], da Goito manda a cercare un armistizio; e Radetzky lo consente; purchè abbandoni tutte le fortezze, e si ritiri dietro l’Adda. A questi patti esorbitanti il re preferì piegare sopra Cremona per coprire questa città, dove giaceano i feriti. Giuntovi, e accortosi di non vi si poter reggere, ogni buona legge di guerra gli suggeriva di ricoverare per Piacenza ad Alessandria, sua base d’operazione: ma non l’avrebbero tacciato di combattere per sè, anzichè per l’Italia? Difilasi dunque sopra Milano (3 agosto), professandosi risoluto a difenderla, quasi sia possibile per una città sì estesa e sguarnita, e dopo che avea mandato di là dal Po il gran parco d’artiglieria.

A Milano il Governo provvisorio, dopo la fusione, avea ceduto il potere ai commissarj regj generale Olivieri, Montezemolo, Strigelli. Giunsero allo stringere del pericolo; onde si pensò invigorire la resistenza mediante un Comitato di pubblica difesa[81], che pubblicò prestito, armamento, silenzio de’ giornali, inquisizione contro gli abbondanzieri, quella sfuriata d’editti che si fanno quando non si può far altro. Realmente nella città aveasi sufficienza di viveri, di polvere, di cartuccie, recente memoria d’eroismo, afflusso di profughi dalle città rioccupate; la guardia nazionale, messa al comando del generale Zucchi, potea valere a difesa, appoggiata dall’esercito che battesse di fianco il nemico: inoltre tutto l’alto paese era libero; le creste dell’alpi Retiche munite di cinquemila volontarj; Griffini con cinquemila altri presidiava Brescia; il temuto Garibaldi accorreva dal Bergamasco nella Brianza, sicchè poteasi minacciar le spalle del nemico con dodicimila volontarj, a dirigere i quali il re avea spedito Giacomo Durando, generale piemontese impratichito in Ispagna alla guerra di squadriglie.

Se di ciò incoravansi gli animosi, i più disperavano, e torme lamentevoli e costernate fuggivano dalla città. Noi difendevamo l’Adda da Cassano in su, e i Tedeschi già la passavano (1 agosto) verso le foci sul ponte di Grotta d’Adda, lasciato sprovvisto; a gran pena evitasi nell’esercito il pieno scompiglio; le strade ingombre di carriaggi fanno penosissima la marcia, desolata anche da rovesci di pioggia; e di cinquantamila uomini, che eransi mossi in ritirata da Goito, venticinquemila appena avvicinavansi a Milano. Radetzky, lasciati tremila uomini a Cremona, diecimila avviatine verso Pavia, con trentacinquemila accampò nei prati di San Donato presso Milano, e battendo rincalzava i nostri verso la città. Molti cittadini sortirono a combattere, e il re vedemmo in mezzo a noi aspettare le palle nemiche, siccome chi più non ha nulla a perdere nè a sperare. Conosciuta irreparabile la rotta, ci diemmo di tutta forza a far risorgere le barricate: ahimè! l’entusiasmo era sbollito; e quei che bastarono a cacciare il Tedesco quando concordi, or non valeano a tenerlo fuori perchè disuniti: gli uffiziali ripetevano essere inutili quelle difese popolari quando cannoni s’aveano da spazzar le vie: il popolo supponea volessero difendere una città, sulla quale aveano attirato il nemico, e invece li vide sfilare verso la patria.

La disgrazia rende ingiusti, e cessata la speranza della vittoria, parvero cessare le scuse della sconfitta. Si pretese che Carlalberto, vistosi incapace di restaurare la fortuna, patteggiasse con Radetzky d’aver libero il ritorno, consegnandogli una ad una le città cui passerebbe. Sempre il tradimento! ragione infingarda che dispensa dal cercare le vere. Unico suo torto fu l’essersi creduto buono a condurre una guerra, sol perchè la desiderava, e l’aver sino a quell’estremo dissimulata la miserabile condizione del proprio esercito, e con ciò dato lusinga d’una difesa, anche dopo aver capitolato. Avesse scoperto il vero, si fosse immediatamente ricoverato sotto Alessandria, risparmiava tanti patimenti al suo esercito e gli estremi sforzi ai Milanesi, che, delusi nell’aspettazione e non ancora ridotti alla rassegnazione di chi si trova sconfitto, proruppero in improperj; il grido di traditore fu lanciato di nuovo in volto al misero re, che aveva esposto la vita propria e de’ figli; e coloro che l’incensavano inorpellato di diademi, non seppero rispettarlo coronato dell’avversità, nè ricordare che ciò ch’è coraggio davanti alla tirannia, diviene viltà dinanzi alla sventura. La notte (6 agosto) egli usciva celatamente da Milano: il domani rientravano i Tedeschi in una città muta e vuota d’abitanti, che a migliaja rifuggivano in Piemonte o in Isvizzera[82].

L’armistizio (9 agosto) portava, che l’esercito vuoterebbe la Lombardia e le piazze forti di Peschiera, Osopo, Rôcca d’Anfo, gli Stati di Modena, Parma, Piacenza, e inoltre Venezia e la sua terraferma: nessuna parola dei popoli, e neppur delle bande volontarie. Non era firmato dal Ministero, bensì dal generale Salasco, al quale allora i ministri stranieri presero a rinfacciare d’aver con ciò rovinato i buoni accordi ch’essi erano in via d’ottenere, cioè che i due eserciti restassero nella relativa posizione, finchè si negoziasse una pace, fondata sull’indipendenza della Lombardia[83]; allora il Parlamento a imputarlo d’aver trasceso i poteri con un atto che teneva alla politica; allora il vulgo a insultarlo, poichè in ogni disgrazia vuolsi una vittima che cangi in ira la vergogna, e incolpasi chi fece quel che non potea tralasciare. Ma Salasco rispondeva: — Le insurrezioni si fanno dai popoli, le guerre si combattono dai soldati; e questa era guerra: e poichè i primi nè s’erano mossi nè accennavano di muoversi, e gli altri mostravansi e disordinati e ritrosi, unica salute rimaneva una sospensione d’armi».