In fatto per allora i Tedeschi fermaronsi al Ticino, lasciando inviolato il Piemonte: i volontarj di Lombardia vi furono dal bravo Giacomo Durando ricondotti traverso a territorio occupato dai nemici, benchè di loro non parlasse la capitolazione, e dai repubblicanti fossero esortati a buttarsi ne’ monti e cominciare la guerra del popolo, il quale non si scosse: le milizie toscane lasciarono Piacenza, macchiandosi coll’assassinare il proprio colonnello Giovanetti. Ma i Tedeschi si stesero nei ducati, pretestando gli accordi, la parentela e le aspettative, e istituendovi Governi militari; passarono anche in Romagna, proclamando recar guerra non a Pio IX, ma ai fazionieri che, malgrado suo, gli avevano osteggiati. Pio protesta contro quel proclama, e non voler separare la sua dalla causa de’ popoli, e intima a Welden che sgombri: ma il sant’uomo avea perduto ogni efficacia, e i suoi ministri barcollavano, discordi e da lui e dalla nazione. Bologna con ammirato coraggio respinse gli aggressori (8 agosto), facendo tra il suono dei cannoni e delle campane a stormo echeggiare per l’ultima volta congiunti i nomi d’Italia e Pio IX: l’eroismo soccombette, e se ne prevalsero i ribaldi, che abbrancate le armi, le disonorarono con ferocia di saccheggi e assassinj, continuati più giorni contro chicchefosse, col titolo di spia o di aver servito al Governo papale, o più veramente perchè aveano denari o un nemico; talchè la forza nazionale dovette ritorcersi contro costoro, i quali non tolsero che Bologna fosse ingloriata d’eroismo al par di Milano e Palermo.

E un’altra volta l’alta Italia restava a discrezione degli Austriaci, eccetto Venezia. Vedemmo come questa legalmente acquistasse la propria libertà, ma parve dimenticare la necessità di difenderla; ed oltre l’errore che la privò della flotta, rimandò a casa i tremila capitolati italiani, e lasciò prendere a chi volle le munizioni dell’arsenale. Secondo le sue tradizioni, proclamossi repubblica, ottenne l’adesione delle città della terraferma, e fu riconosciuta dal Ministero del Piemonte, che vi mandò il generale Lamarmora affinchè sopravvedesse agli armamenti. Stavano a capo delle cose l’avvocato Manin e il dalmata Tommaseo, elevati perchè vittime, ma nuovi agli affari, e che ben presto discordarono fra sè. Apponeasi a Manin che restringesse le sue idee alle lagune, alle Potenze straniere parlasse di Venezia, non dell’Italia, non della liberazione della terraferma, le cui città presto dimenticarono l’adesione per torcersi a Carlalberto, il quale potea salvarle se avesse diretto parte di sue truppe alle alpi Carniche, o spintovi gli alleati di Romagna[84]. Se nol facea, davasene per ragione l’aver preferito la bandiera repubblicana alla regia; e il Comitato di Padova, ergendosi interprete anche delle altre città, intimò al Governo di Venezia di fondersi col Piemonte, o esse se ne staccherebbero. Decidere della patria per ischiamazzi di plebe o di giornalisti pareva indegno; onde si assegnò un’assemblea di deputati che risolvesse: ma le città neppure questo attesero, e sull’esempio della Lombardia si diedero al re, ne’ giorni appunto che i Tedeschi le rioccupavano.

Venezia però era ancor salva, e per la sua posizione poteva difendersi. Sprecata l’occasione d’aver tutta la flotta, teneva due corvette e due brigantini sotto Brua, cui si unirono due fregate a vela e altrettante a vapore napoletane e tre brigantini a vapore, comandati da De Cosa, e quando gli uffiziali di essa vennero a visitare Venezia (22 maggio), fu la festa più splendida che da cinquant’anni si vedesse: il Piemonte avea spedito la sua flottiglia sotto l’ammiraglio Albini che comandava in capo; e così formavano il doppio dell’austriaca. Questa rincacciarono nella rada di Trieste, dove facilmente avrebbero potuto distruggerla, e sollevare quella città e l’Istria; ma per riverenza alle proteste germaniche non osarono; poi ben presto i Napoletani se ne staccarono, come dicemmo, per combattere non Tedeschi ma Italiani. Pepe, ridottosi a Venezia, fu eletto comandante supremo dell’esercito, che consisteva in diciottomila uomini, mal in monture, bene in armi e munizioni, privi d’esercizio, con un’infinità di uffiziali che il grado eransi dato da sè, o s’erano fatto dare dai soldati o dallo schiamazzo. Vero è che poco aveano a fare, poichè, sebbene Welden avesse occupato tutto il littorale, stendeva appena diecimila uomini su lunghissima linea; in fazioni parziali, massime alla Cavanella e a Malghera, esercitarono il valore, nulla decisero.

Cessato di sperare da Napoli, non restava che Carlalberto, e a lui gridavansi i Viva, i Mora a Manin e Tommaseo, da quei moltissimi che dal continente correano a cercarvi ricovero dalla paura, libertà di piazzate, apparenza d’eroismo. Raccolta l’assemblea (4 luglio), esposero i ministri la condizione delle cose; abbondarvi l’armi, bastevole la marina, ma occorrere due milioni e mezzo di lire al mese, mentre n’entravano appena ducentomila. Messasi allora in dibattimento la fusione, non mancò chi s’opponeva. Venezia, diceano, proclamando la repubblica, non avea che seguìto la sua storia; del resto capì la necessità di non disgiungersi dalla sorella

Lombardia, e la imitò, asserendo si terrebbe neutra sulla forma politica fin a guerra finita. Tale neutralità erasi violata da coloro che primi l’aveano annunziata; ed avviatasi la fusione della Lombardia, le città venete blandite dai cortigiani, che usavano arti semiliberali, semipopolari, semimagnanime per farsi esibire il carciofo invece di ciuffarlo risolutamente, aveano rivolto indirizzi, poi deputazioni al re. Ripetono che il paese non è maturo a repubblica, e intanto lo fanno decidere da sè le proprie sorti colla più avanzata forma repubblicana, qual è il voto diretto universale, e senza previa discussione, e sopra gli affari in cui è meno competente, i politici. Che se il pericolo è urgente, forse si svia colla fusione? Se vi erano dissensi, non invelenirono con queste brighe? Perchè supporre al re la grettezza di rovinare la causa nazionale per aspirazioni dinastiche? Se bisognano soccorsi stranieri, ciò renderà men facile l’ottenerli.

Discussioni superflue quando l’esito era prestabilito, e l’immediata fusione col Piemonte restò vinta a gran maggiorità. Manin, professando di pensare repubblicano ma di non ostare a quel che la necessità impone, non volle parte nel nuovo Governo, ed ebbe lodi e vituperj. Accettata dal Parlamento piemontese la fusione (7 agosto), vengono commissarj regj il generale Colli e lo storico Cibrario, proclamando che «chiamato dal loro libero voto, il re Carlalberto gli accoglie e li proclama eletta parte della sua grande rigenerata famiglia». Era il domani appunto della resa di Milano; e all’11 giunge l’avviso che Carlalberto nell’armistizio cede anche Venezia. Più non si rattiene la folla dei tanti colà ricoveratisi; e concitati dal lombardo Sirtori e dal toscano Mordini, costringono i commissarj a congedarsi; Manin, rialzato sull’aura popolare, quieta la sommossa, e dice: — Per quarantott’ore governo io: ora sgombrate la piazza, chè bisogna silenzio e calma per provvedere alle necessità della patria»; e il popolo si ritira (13 agosto), ed egli salva gli Albertisti dal furor demagogico: poi radunata l’assemblea, è gridato dittatore, mentre, per togliergli un emulo e un ostacolo, Tommaseo viene spedito a invocare gli ajuti di Francia; si decreta di resistere fin all’estremo; ed esulta la speranza che Venezia basti ancora una volta a ricovrare le reliquie della perduta Italia.

Quel diroccamento delle fortune italiche, oltre eccitar dappertutto la riazione contro la violenta unità predicata dagli Albertisti, esacerba gli animi anche in Piemonte, e precipita i consigli. Il re, con un proclama mestamente dignitoso annunzia i disastri dell’esercito in cui stavano tutte le patrie speranze; «torna esso con onore di forte e bellicoso; vogliate accoglierlo con fraterno saluto che ne allevii il dolore: io co’ miei figli sto in mezzo a voi, pronti a nuovi patimenti per la patria». Ma che in quattro mesi l’esercito sì agguerrito non riportasse una vittoria, mentre tante n’avea avute il popolo inesperto a Milano, a Bologna, nel Cadore, dove sin le donne mostraronsi eroine, nel Vicentino; che centomila uomini, senza campale sconfitta nè gravi perdite, in pochi giorni cedessero un vastissimo territorio e tante città, le quali dianzi da se medesime aveano saputo liberarsi, pareva strano fin a quelli che la guerra aveano sempre sconsigliato: or pensate ai diversi! Da Torino vengono deputati a chiedere de’ misteriosi rovesci spiegazione al re, il quale in Alessandria celava quasi obbrobrio quella ch’era sventura; i Lombardi ivi rifuggenti sono accolti con aspreggio, dai retrogradi come incitatori d’una guerra che rovinò il paese, dai caldi come troppo pigri ai soccorsi, dai municipali come avversi al Piemonte; l’ingiuria baldanzeggia, quanto un giorno la fratellanza.

Cesare Balbo che, dopo ventisette anni d’aspirazione, erasi trovato ministro, e avea potuto dichiarare guerra all’Austria e far decretare la fusione della Lombardia, ne esultava fin all’ebbrezza; un tratto volle esser anche ministro della guerra, pregò il re di chiamarlo quando s’avesse a combattere una battaglia, e assistette a quella di Pastrengo con cinque figli tutti militari. Ma i vortici della rivoluzione inghiottono le reputazioni più sode; e se il Ministero era parso facile tra gli applausi e i primitivi prosperamenti, divenne scabroso nelle traversie e in faccia alle Camere. Avea dunque dovuto scomporsi per formarne un nuovo con persone de’ varj paesi uniti, Casati e Durini milanesi, il piacentino Gioja, il veneto Paleocapa; oltre Rattazzi, Plezza, Lisio, Collegno, antichi perseguitati. Ma le stizze municipali inviperirono contro di essi, e il gridío non frenavasi se non all’autorevole voce di Gioberti.

All’annunzio poi degli inaspettati disastri, il Parlamento decretò la dittatura a Carlalberto, ma non sapea che far declamazioni; e il Ministero si sciolse, protestando contro l’armistizio Salasco come conchiuso da autorità non competente: nell’intervallo restarono l’arbitrio e l’illegalità, finchè si rassegnarono ad assumere il portafoglio Alfieri, Pinelli, Revel, Merlo, Dabormida, Roncompagni, Perrone, Santarosa, sentendone il carico e le difficoltà. Qui una furia d’interpellanze sulle presenti, di recriminazioni sulle passate cose, e un sistematico avversare le proposte del Ministero, o snaturarle con emende; l’improperio peggiore era l’essere detto moderato, e dimostrazioni e minaccie e lettere anonime e fischi e insulti sui giornali e coi fatti lanciava ad essi quella turba di rifuggiti d’ogni paese, che si denotava col nome di Lombardi: al Balbo, costante nei consigli temperati, fu più volte minacciata la vita se tornasse alle Camere, e v’andava col pugnale; e quei che non voleano ingiuriarlo, il compativano come imbecillito dall’età. Fu duopo soddisfare agli schiamazzanti col punire Salasco autore dell’armistizio, Federici e Bricherasio che cedettero Peschiera e Piacenza: a Genova si assalì il generale Trotti, benchè sciorinasse la bandiera crivellata da palle nemiche: giunti poi in quella città il padre Gavazzi e De Boni, cinti da quei che cercavano ventura col predicare libertà sconfinata, procurano far proclamare la repubblica. Insomma il nemico comune, la plebe, dopo invasa la stampa, invadeva anche il Governo; e i guasti ne furono peggiori che quelli dell’Austriaco.

Allora tornasi agli esercizj di chi non n’ha di migliori; e a Torino radunasi un Congresso Federativo italiano (10 8bre), preseduto da Gioberti piemontese, Mamiani romagnuolo, Romeo calabrese, cui si aggiungono presidenti di sezione, vicepresidenti, segretarj[85]; assistito dai più fervidi declamatori, e dall’irremissibile Canino, che voleano pensare qualche assetto alle cose italiane con vacuità di retorica e di applausi, come si soleva prima della rivoluzione, e col solito rito di credere e far credere ciò che non è. Ben presto si sfasciò.