Il malcontento e il furore si erano sparsi principalmente nello Stato pontifizio e a Roma, che di tutta quella rivoluzione fu il centro vero. Dopo il 30 aprile la turba si separò dal papa, e viepiù da che tornarono i capitolati di Vicenza, i quali, col nome di Reduci, divennero istromenti alle turbolenze, e braccio dove non vi era nessun nemico e moltissimi declamatori. La rotta di Carlalberto riuscì tanto più dolorosa, quanto ch’erasi divulgata una portentosa vittoria: al dissiparsi della qual voce, il vulgo prorompe furioso; una gran dimostrazione notturna a fiaccole (30 luglio) minaccia l’autorità; il Parlamento decreta milioni, e di muovere la guardia nazionale, una legione straniera, un generale italiano, e sottomette al papa un indirizzo tanto più infervorato, quanto che tardo e inutile. Il papa vi risponde vagamente; onde il Ministero Mamiani si dimette, sottraendosi alle difficoltà per rovesciarle sul papa, il quale, abbandonato sopra un pendìo dove l’aveano issato a forza, fu costretto firmare tutti quei decreti, e ricostruire un Ministero sotto la presidenza del conte Fabbri. Le società di sollazzo e di ciancia erano divenute di intrigo e di cospirazione (1847): Ciciruacchio, Faccioti, Grandoni si posero capi di tre conventicole, che discordavano tra loro, e ciascuno spingeva agli eccessi con proposizioni distinte, tanto più violente perchè non toccava agli sbraitanti il metterle ad effetto, concordi solo nel domandare il secolarizzamento. Tra i sommovitori primeggiava Pietro Sterbini, capo del circolo popolare; fuori romoreggiavano giornalisti e piazzajuoli; chi cercasse reprimerli non poteva che essere esecrato, e principalmente Pellegrino Rossi.
Questo carrarese (n. 1785), di buon’ora illustratosi a Bologna come avvocato e professore, nel 1815 avea caldeggiato la spedizione di Murat, sperando inoculare idee italiche alla forza materiale: in conseguenza costretto a migrare, non credette che l’esiglio l’obbligasse alle accidiose melanconie e ad aspettare dagli altri l’imbeccata; e postosi a Ginevra, allora ritrovo d’insigni persone, quali la famiglia di Staël, il duca di Broglie, Sismondi, Bonstetten, Bellot, Dumont, Pictet, De Candolle, De la Rive, italianizzò alcune poesie di Byron, mentre s’esercitava nelle scienze positive e nel francese, che adottò pei futuri suoi scritti. Presto ad una cattedra libera di giurisprudenza attirò e studiosi e curiosi in folla, col che si fece via ad un posto nell’Università, benchè cattolico, e dirugginò l’insegnamento della giurisprudenza e della storia romana. Fatto cittadino, intraprese con Sismondi, Bellot, Dumont, Meynier gli Annali di legislazione e giurisprudenza. Quando il paese ribollì per la rivoluzione del 1830, fu scelto a compilare una costituzione, conosciuta col nome di patto Rossi, che allora rifiutata, rivisse poi nello statuto unitario del 1848: ma egli ripudiava la radicale fusione, conoscendo quanti vantaggi porterebbe l’unione, quante violenze l’unità. Perduta con ciò la mutabile aura popolare, passò in Francia, e vi fu eletto professore di diritto costituzionale, malgrado i fischi scolareschi, e membro dell’Istituto, e cittadino, e presto pari e conte, molto ascoltato dal re, e bersagliato dall’opposizione come straniero e come nella pratica applicazione modificasse o, voleano dire, tradisse le sue dottrine economiche. Di rimpatto i dispensieri della fama lo eressero fra i primi pubblicisti con soverchia condiscendenza; giacchè di facoltà inventiva egli era scarso, quanto abile a giovarsi degli altrui trovati ed abbellirli, e nulla aggiunse alle dottrine, vuoi nella teoria del diritto penale, ove, disertando da Bentham col quale militava da principio, conobbe fondamento delle leggi e della penalità la giustizia assoluta; vuoi nelle economiche, dove ammette verità speculative, che poi la pratica può contraddire; dimostri principj, dei quali insegna diffidare. Erano difetti della scuola eclettica, alla quale s’era aggregato, e che in politica dicevasi dei Dottrinarj, coi quali opinando nella Camera dei pari, sosteneva spesso applicazioni che pareano repugnanti co’ suoi principj, mentre erano questi che lo rendeano capace di servire a qualsifosse partito.
Tale esitanza di atti, e il fare burbanzoso e riservato che spesso acquista chi vagheggiò la popolarità e subì invece oltraggi, e che fa dispettare le arti colle quali essa vuol essere comprata, alienavano da lui e gli scolari e i fuorusciti italiani, accusanti questo rivoluzionario divenuto sostegno dei Governi, questo cittadino svizzero convertitosi in campione dei re. Luigi Filippo assai valevasi di esso, e quando la Francia trambustava contro i Gesuiti, lo deputò a Roma per indurre il papa a qualche provvedimento contro di essi. L’invio di un carbonaro, d’un semielvetico, d’uno che avversava la santa Sede come filosofista e come profugo, d’uno che alla vulgare paura de’ Gesuiti sagrificava la libertà dell’insegnamento, somigliò ad un insulto; pure egli seppe cattivarsi anche il ritroso Gregorio XVI, e non isgomentandosi a minaccie e ripulse, menava a fine i suoi intenti. Studiava intanto la situazione del paese e il valore degli uomini; e dopo incoronato Pio IX, procurò che il Ministero francese ne sorreggesse il coraggio, francamente cooperando coll’Inghilterra a rigenerare l’Italia; al che, sebbene vecchio, e persuaso non si potesse condurvisi che passo a passo, sperò che l’entusiasmo de’ popoli arriverebbe. Intanto i giornali lo insultavano come cosmopolito senza color nazionale, discepolo del Guizot che allora cadeva di moda, manutengolo di Luigi Filippo e di Metternich.
Al ruinare di questi, il Rossi perdette gli onori e gli impieghi: ma rimase da privato in Roma[86], ove Pio IX ne apprezzò la pratica e le cognizioni amministrative e politiche, quanto più la marea montava, e un dopo l’altro assorbiva gli uomini su cui egli faceva conto; in questi ultimi frangenti poi, vedendosi imposte persone sgradite, chiamò il Rossi nel Ministero (1846 16 9bre), di cui lasciava capo nominale il cardinale Soglia. Accettò il Rossi quel grave incarico, non come un balocco o una onorificenza, ma come un grave dovere; si applicò a restaurare l’erario con imposte effettive, promuovere i lavori pubblici e le strade ferrate e i telegrafi, porre scuole d’economia pubblica e diritto commerciale, avviare una statistica: promesse solite d’ogni nuovo reggitore, ma fatte con più serio aspetto, in quanto egli subito diede sussidj ai volontarj reduci e alle vedove degli uccisi, e riordinò la milizia volendo compagno nel Ministero il modenese Zucchi (t. XIII, p. 396) che dal 1831 sepolto in una fortezza austriaca, n’era stato tolto dalla presente rivoluzione, e che allora fu spedito a quietare Bologna, sovvolta ancora da quei ribaldi e dal padre Gavazzi. Aborrente da un’unità che poteva solo attuarsi colla violenza, il Rossi desiderava un’unione sincera e reale de’ varj Stati, e perciò combinare la lega italiana, «della quale Pio IX era stato spontaneo iniziatore ed era assiduo promotore»; e — Noi abbiamo speranza di vederla fra breve posta ad effetto per l’onore d’Italia, per la tutela de’ suoi diritti e delle sue libertà, per la salvezza delle monarchie rappresentative testè ordinate, e che un sì splendido avvenire promettono agl’Italiani di vita civile e politica»[87].
Per trattare di questa lega, il Gioberti, allora anima del Ministero torinese, aveva spedito il filosofo Antonio Rosmini; opportunissima scelta d’uomo devoto alla santa Sede, venerato dall’Italia, e insieme perseguitato dai Gesuiti e sospetto all’alto clero, nel quale però possedeva ammiratori ed amici. I suoi avversarj già avevano promosso un’indagine intorno alle dottrine filosofiche e teologiche di lui: ora s’inacerbirono per un suo scritto sopra le Cinque piaghe della Chiesa, le quali erano, la separazione del popolo dal clero nel pubblico culto, specialmente in grazia della liturgia in latino; la insufficiente istruzione del clero; la disunione dei vescovi; l’essere la nomina di questi abbandonata al potere laicale; la servitù dei beni ecclesiastici, dove, propugnando le ragioni della Chiesa a fronte della podestà laicale, non dissimulava i disordini di quella, e confidava nel riparo «ora che il capo invisibile della Chiesa collocò sulla sedia di san Pietro un pontefice, che pare destinato a rinnovare l’età nostra, e dare alla Chiesa quel novello impulso che spinge per nuove vie ad un corso quanto impreveduto, altrettanto stupendo e glorioso». Il papa, non che condannare il Rosmini, appena ne conobbe quella sapiente dolcezza lo volle consultore alla Sacra Congregazione dell’Indice, e lo preconizzò futuro cardinale: intanto ch’esso filosofo spingeva alla lega che, «per dare unità di forza e di opera all’Italia, doveva essere una confederazione di Stati, con un potere centrale, cui primo officio fosse il denunciare la guerra e la pace, e prescrivere i contingenti de’ singoli Stati, necessarj, siccome all’esterna indipendenza, così alla tranquillità interna»[88]; regolare il sistema doganale e i trattati di commercio; a vicenda si garantirebbero gli Stati. Ma il turbine che allora imperversava, travolse ben presto il Gioberti; e il Ministero succeduto, avverso a tutto ciò che sapesse di piviale, disdisse quelle convenzioni già combinate fra Pareto e monsignor Corboli Bussi. E al punto ove stavano gli eventi, forse è vero che lo scopo reale della divisata lega si era nei principi l’impedire che troppa Italia si unisse sotto Casa di Savoja; mentre il Ministero piemontese, mirando al sommo ampliamento di questa, chiedeva prima di tutto gli si mandassero truppe onde rinnovare la lotta dell’indipendenza.
Che tutt’Italia dovesse armarsi per estendere il regno sardo da Chambéry al Panaro, sembrava stravagante al Rossi: conveniva egli pregiudicare così la quistione nazionale? poteasi dimenticare a tal punto il regno di Napoli? il Piemonte stesso, coll’accettare la mediazione delle alte Potenze, non si mostrava propenso alla pace? nol mostrava coll’abbandonare indifesa Venezia? prima di domandare contingente ai collegati, canti chiaro a che cosa aspira, a quali limiti s’arresterà; «ogni Stato spedisca ambasciadori a Roma, e si delibererà de’ comuni interessi, sotto l’ala del pontificato, sola viva grandezza che resti all’Italia, e che le fa riverente ed ossequioso tutto l’orbe cattolico». E nel suo concetto stava che le varie Corti s’accordassero fra loro e con Napoli e coll’Austria per assicurare la libertà interna di ciascuno Stato; insomma impedire i mali irruenti, più che vagheggiare beni irraggiungibili.
Fu nei destini di quegli anni che i trionfi e la ragione si attribuissero sempre al caduto: e la sventura aveva ora cresciuto le propensioni pel Piemonte e le smanie degli Albertisti. I quali allora colle mille voci de’ giornali denunziarono il Rossi per ostile all’unità italiana, sprezzante del valore piemontese, insultatore alle disgrazie nazionali, avverso all’ingrandimento della Casa di Savoja, il che allora e poi equivaleva a satellite dell’Austria. Il Rossi udiva, soffriva come avvezzo, e intanto navigando contr’acqua, imbrigliava gli stemperati de’ circoli e di piazza, non meno che la subdola riazione ne’ palazzi; e perchè avea spia di tutto, e nel reprimere parziali sommosse e nel cacciare perturbatori forestieri e le bande del Garibaldi avea spiegato forza, era esecrato dagli esuberanti: i preti, da lui colpiti di tasse al pari degli altri cittadini, lo denunziavano sacrilego; austriacante, quei che subodoravano ch’egli patteggerebbe anche coll’Austria vincitrice, dacchè non erasi saputo vincerla: il Congresso Federativo di Torino dichiarava la caduta di lui essere necessaria nell’attuamento delle speranze italiche: i declamatori, che in tutte quelle faccende ebbero un’importanza, di cui l’Italia dovrebbe eternamente ricordarsi per sua lezione, lo designavano al furore del vulgo, bisognoso d’esecrare spettacolosamente dopochè avea cessato di spettacolosamente amare Pio IX: Ciciruacchio sbraitava, — Per c..., lasciate fare a noi altri, e domani sarà finito tutto, e comanderemo noi»: sulle piazze e sui caffè gridavasi che non si rifà il mondo colle dimostrazioni e con applausi al papa; croci e incensieri valere al più in chiesa; una rivoluzione volersi, cioè riscattarsi dalla turpe servitù de’ preti e dell’aristocrazia, ricuperare i pieni diritti dell’uomo, nè ciò potersi che con colpi e sangue; volgansi pugnali e archibugi contro preti e frati, e se vengano col crocifisso o coll’ostensorio, il primo colpo a questo, il secondo a chi lo porta.
Quando si trovano a fronte due partiti, entrambi scompaginatori, chi attiensi al mezzo legale è trascinato da due lati a rovina. Venne il tempo di aprire il Parlamento; e il Rossi, benchè avvertito che attentavasi ai suoi giorni, non vi badò, per quell’orgoglio con cui era avvezzo a sbraveggiare l’opinione, e perchè d’altra parte il suo dovere gl’imponeva d’andare all’adunanza, raccolta colta nel palazzo bramantesco della Cancelleria (16 9bre). Tutta la strada è accompagnato da’ fischi della plebe e della guardia nazionale; fiele mesciutogli prima della croce: come arriva, prorompono urli, ringhi, grida d’ammazza, fra cui alcuno s’accosta e lo trafigge. Un silenzio universale succede; la guardia nazionale assiste inerte al fatto; nessuno lo compassiona o soccorre, e un suo staffiere a fatica lo trascina in una camera ove spira. In quei tempi furono uccisi in simil modo a Vienna il ministro Latour, in Ungheria il Lamberg, a Francoforte il Lichnowsky: eppure quest’assassinio parve destare più orrore pel modo. Quando nel Parlamento fu annunziato l’occorso, la voce che incessantemente vi prevaleva, grida: — Cheti là, cosa c’importa. Forse è morto il re di Roma?» e non un atto di protesta nè di compassione si ardisce, soffogata l’indignazione dalla paura della plebaglia. Alla sera Ciciruacchio combina un’ovazione, urlando abominio quegli stessi che da due anni urlavano osanna; e cantano al Bruto terzo, e fino sotto le finestre della vedova benedicono quella mano che il trafisse, e col «Morte ai preti» alternasi «Viva la Costituente». Altra ciurma, la giornalistica, parte affettò silenzio o semplice enunciazione del fatto, parte applause all’assassinio «dell’aborrito avventuriero, causa di tanti mali ed anelante a spargere il sangue de’ cittadini dopo averne spenta la libertà: egli trovò la morte fra i primi cittadini che incontrò salendo la scala dei deputati e cadde spettacolo di sangue ai Governi d’Italia... Ci fa ribrezzo la necessità nel sangue; ma voi, uomini del potere, specchiatevi nella morte del ministro Rossi»[89].
Così i trionfi del mite pontefice rigeneratore finivano col trionfo per un assassinio, del quale si accettava la correità col festeggiarlo anche in altre parti d’Italia; a Livorno occasionò un’orgia, presente il governatore; altrove si pubblicarono pasquinate e canzoni, e da quel sangue riprometteasi politica nuova e il termine della servitù. Al domani il popolo si dirige al Quirinale chiedendo un ministero democratico: e il papa, non senza aver protestato, lo consente, preponendovi monsignor Muzzarelli con Sterbini, Campello, Mamiani, Lunati, Sereni, Galletti. Deplorabile spediente, ove conservavasi il principe, eppure si obbligava ad atti da cui aborriva; faceasi richiamo alla costituzione mentre la si violava coll’imporre al principe ministri ch’e’ non gradiva. Comandatogli d’intimare la guerra nazionale e l’assemblea costituente, il papa protesta non poter risolvere sotto la violenza: ma la folla abbranca le armi; gli Svizzeri non osano far fuoco, eppure si divulga che versano torrenti di sangue; si spara contro il palazzo del papa, il cui segretario rimane ucciso; tutte le vie verso Monte Cavallo sono serragliate; si prepara ogni occorrente per un assalto. Il mite papa, che s’era di cuore abbandonato alle manifestazioni plaudenti, dovette allora subire fino l’attacco personale dell’armi e delle bestemmie; e dall’ebrezza de’ battimani riscosso al tuono delle fucilate, trovandosi deserto dal vulgo ch’egli avea creduto popolo, si getta in braccio ai principi; e favorito da tutti gli ambasciatori forestieri e dalla figlia del comico Giraud, vedova di Dodwell e moglie di Spaur ministro di Baviera, fugge nel Napoletano (21 9bre), lasciando una lettera ove attestava che nessuno era complice della sua fuga; ai ministri raccomandava l’ordine, e di rispettare le persone e le robe. Da Gaeta poi, ove il re di Napoli lo ospitò coi sommi onori, destinò una commissione che reggesse in suo nome: ma il Parlamento, concitato principalmente dal Canino che senza posa ripetea la costituente italiana, dichiarò (11 xbre) o falso o surrettizio quel breve, e nominò un triumvirato col potere esecutivo, composto del principe Corsini senatore di Roma, Camerata gonfaloniere d’Ancona, e Galletti.
Il rifuso Ministero dava buoni ordini, ne dava di cattivi; ma in ogni parte i magistrati laici o ecclesiastici abbandonavano il posto, lasciandovi lo scompiglio e lo smarrimento; i costituzionali cercavano che la Corte li sorreggesse, e restaurerebbero il principato, purchè garantisse le date franchigie; i diplomatici seguirono il papa a Gaeta; il popolo chiarivasi a favore di esso, e bisognava sottometterlo o punire, mentre vedeansi miracoli di crocifissi che grondavano sangue, di madonne piangenti. Bologna, dove Zucchi colla forza dava sopravvento ai costituzionali, volea staccarsi dalla tempestosa Roma che scarcerava i galeotti: i violenti speravano giunto il regno del saccheggio e del sangue: universale era lo scombussolamento, e i governanti doveano adulare la plebe colle condiscendenze che avevano disonorato la repubblica di Francia, e sollecitare qualche riordinamento contro la feccia che saliva a galla. A Roma affluiva quanto di più fermentoso v’avea nello Stato e per l’Italia, e mal poteanli frenare le parole di Mamiani e la guardia nazionale; i ricchi e i quieti fuggivano, e per giustificarsi esageravano le scapestratezze del popolo, che per verità su quelle prime fu a lodare per quello che non commise, anzichè a vituperare di quello che commise dopo rotto ogni freno; ma i pericoli prendeano gravezza e corpo dalle concitate fantasie. Nulla badando a proteste del papa, si convoca una Costituente per lo Stato romano (20 xbre), ma la legge elettorale «non che venisse dai Consigli accolta e decretata, non si potè pur discuterla per mancanza di numero legale»[90]. Anatemizzata dal papa, non poteanvi prender parte quelli che ancora serbavangli fede, e che sarebbero valsi a moderarla; mentre i circoli, governati dai veneti De Boni e Dall’Ongaro, faceanvi destinare i più impetuosi e intriganti, minacciando del coltello chi esitasse.