La Costituente, adunatasi (1849 5 febb.) «per purificare la patria dall’antica tirannide e dalle recenti menzogne costituzionali», apre i suoi lavori sul Campidoglio «sotto gli auspicj di queste due santissime parole Italia e Popolo»[91]; Armellini informa di quanto operò la commissione provvisoria, e come, dopo che era passata ai Cesari, poi ai papi, fosse tempo di ricostruire la Roma del popolo. Ben Mamiani avvertiva questo vizio d’Italia, di mettersi indosso gli abiti che altrove sono stati dismessi, e rialzare le insegne altrove cadute, invece di cogliere il tempo e l’occasione; che cosa sperare adesso che mancavano eserciti e ardore di plebi a sostenere la repubblica? Piemonte, Toscana, Napoli non le darebbero ajuto nè imitazione; Francia le si pronunzierebbe avversa, e prevalendo già dappertutto un genio di conservazione e di rassettamento, non sarebbe tampoco favorita dall’aura democratica; si rimettesse dunque la decisione alla Costituente italiana.
Ma più sfringuellavano quelli destinati a tutto impacciare, e — Che importa l’appoggio altrui? faremo da noi. Francia repubblica sosterrà certo una repubblica; Napoli è troppo occupata in Sicilia; se Torino ricusa, ben si moverà Genova; è assurdo l’attendere dalla Costituente quello che possiamo darci da noi». Ed erano que’ dessi che predicavano l’unione italiana; che della Costituente faceano la panacea d’ogni piaga, il cardine della liberazione universale.
Garibaldi propone di immediatamente proclamare la repubblica, senza pur la formalità di verificare i deputati; Canino esclama: — Sento fremere la terra sotto a’ miei piedi; sono l’ombre de’ grandi trapassati che gridano Viva la repubblica romana». In fatto si pronunzia scaduto il pontefice (10 febb.), nazionali i beni ecclesiastici, governo la democrazia pura col titolo di Repubblica romana; badando all’intrinseca eccellenza della cosa, più che all’opportunità. Mamiani che, partito il pontefice, avea consentito di ripigliar parte nel Ministero[92], vi rinunzia dacchè vede impossibile la riconciliazione: e fu giudicata debolezza d’uomo, che spinge fino agli estremi, poi si ritira; onde lo gridarono liberale rinnegato, speculativo ambizioso e infetto d’aristocrazia. Nel Ministero romano furono posti il vecchio Armellini, il sapiente Saliceti, il dovizioso Guíccioli, persone rispettate in generale, e lo Sterbini, ambizioso faccendiero che invidiava tutti, e tutti contrariava senza discernere mezzi e vie. Si levarono campane che il popolo avea in devozione; si molestava chi comparisse vestito da prete o frate; sciolto il Sant’Uffizio, de’ misteri di quello si fecero scene e spettacoli, e si fu ad un punto di mettere fuoco alla chiesa e al convento della Minerva. Smaniavasi di leggi contro i migrati, di confische, di penali feroci; provvedeasi al denaro coi decreti, alla politica colle millanterie rivoluzionarie, e beato chi di più severe ne portasse; chi vi contrariasse sottoponendo alle giunte arbitrarie ed eccezionali, di cui faceasi tanta colpa a Gregorio XVI, come concedeansi più grazie che mai non avessero fatto i preti: e intanto dappertutto gli assassinj politici «turbavano quel maraviglioso concorso d’un intero popolo nell’opera della sua redenzione, gittavano nel fango l’idea vergine e maestosa che si eleva sul Campidoglio, profanavano il nuovo patto d’amore e di perdono, giurato in Roma dai veri credenti nell’avvenire dell’umanità»[93].
Ma appena messo in istallo il Ministero, Haynau varcava il Po (2 febb.), occupava Ferrara e per punirla d’insulti recati, la tassava di dugentomila scudi, a favore però del papa. Il triumvirato, fatto inutile appello «a tutti i popoli della penisola» che non poteano badarvi, «a tutto il corpo diplomatico» da cui la repubblica non era riconosciuta, si avaccia a formar legioni: ma gli Svizzeri chiesero congedo; pochi e disvolenti erano gli altri soldati, numerosissimi e inesperti gli uffiziali, salvo nella legione che diceasi di Garibaldi, mescolanza d’ogni gente, risoluta a ogni estremo, sotto di un capo inesorabile e arrischiatissimo. Intanto il debito esorbitava; i tre milioni che giravano in carta moneta, bisognò accrescere di molto; faceasi ressa di adunare la Costituente italiana a commissione illimitata; ma nè Lombardia nè Napoli poteano concorrervi; Sicilia, gelosa dell’autonomia, non assentiva che ad una federazione; Venezia assediata disapprovava quel concetto; Toscana aborriva dalla fusione.
Quando poi vi giunse Mazzini ad opera compita, esaltò con la colorata parola la Roma del popolo; e proclamato cittadino, poi triumviro, diceva: — Forse avremo a combattere una santa battaglia contro l’unico nemico che ci minacci, l’Austria; e la vinceremo. Gli stranieri non potranno più dire come oggi, che questa Roma è un fuoco fatuo fra i cimiteri: il mondo vedrà ch’è luce di stella eterna e pura». Ancora metafore e memorie e scene, sostituite alle metafore, alle memorie, alle scene che si erano abbattute; com’era eguale la servilità ai governanti, il petizionare, il trarre a privata fruizione la pubblica fortuna; anzi si vollero baccanali santi; e per la settimana santa e per pasqua si raddoppiarono le solennità, condite dalla prurigine della scomunica; e sulla loggia da cui il papa benediceva alla città e al mondo, Mazzini circondato da degni accoliti, fa benedire alla repubblica, e «se mancava il vicario di Cristo, rimanevano il popolo e Dio[94].
Il granduca, appena si sovvolsero gli Stati modenesi (1848), avea occupato quelli che confinano col Lucchese e il Pontremoli; accettò la chiesta unione della Lunigiana e Garfagnana, e di Massa e Carrara; mandò truppe alla guerra santa, ma non volea ricorrere ai robusti spedienti di fare denaro e soldati; il qual riguardo alle fortune e al sangue allora parea crimine di lesa nazione. I Toscani, che avrebbero voluta la libertà ma senza disagi, sfogavansi più volentieri in feste, in benedizioni di bandiere, in conviti ai crociati che passavano in Tedeum a vittorie supposte; dichiaravano cittadini Gioberti e i membri del Governo provvisorio di Milano, e lo stemma di questa città si collocasse sotto la loggia dell’Orgagna: il principe trottolava (26 giugno) a queste benedizioni di bandiere, e a gridare viva all’Italia indipendente e confederata; ma raccoltosi anche qui il Parlamento, quasi tali passatempi fossero opportuni nelle gravi urgenze d’allora, cominciossi a trovare che il Ridolfi e gli altri ministri non rispondevano all’aspettazione concepita da quelli che gli aveano giudicati dai discorsi alle accademie o in piazza. Gravossi d’un terzo la tassa prediale, s’impose una straordinaria alla mercatura, si aperse un prestito di quattro milioni ducentomila lire, si tassarono le pensioni di tutti gli uffiziali civili, si ordinò l’affrancamento dei livelli dello Stato: ma di sei milioni presupposti, neppure si raccolse la metà.
I deputati, lieti d’averne finalmente l’occasione, sfoggiavano quella dicacità ch’è sì comune e sì cara in bocca toscana. 1 borghesi sfoggiavano d’un’altra loro abilità, le arguzie e i motti, che risolveano in riso i provvedimenti e le controversie. Voleasi guerra; ma appena costasse sangue e denaro, prorompevano lamenti, richiami, piagnistei, e più veneravasi Carlalberto perchè combattendo dispensava essi dal combattere: i giornali[95] coll’esorbitante lodarlo metteano ombra al Governo, inasprivano i dissenzienti, producano subbugli e cozzi. Alcuni Fiorentini, massime il Salvagnoli, vennero predicatori d’albertismo a Milano, andò colà a predicarlo Gioberti, intanto che in senso diverso lo spettacoloso padre Gavazzi, dopo aver sovvertite le città romane e le lombarde, passeggiava il giorno fastosamente in cocchio, poi sulla bruna davanti a un popolo immenso, che piacevasi a quella voce tonante e a quei sensi energumeni, inveiva contro dei ricchi che non davano i loro cocchi per tirare i cannoni, de’ sacerdoti che non isventolavano la bandiera tricolore, di chiunque avea denaro perchè nol portasse nella cassa di guerra: così invelenendo gl’istinti dei poveri, avrebbeli spinti al saccheggio se il popolo non avesse inteso le cose differentemente dai cittadini, e sfogato con fischi o con arguzie una scontentezza, che qualificavasi di briga pretina e gesuitica.
All’annunzio dei disastri del campo (30 luglio), gli strilloni levano rumore contro l’inerzia del Governo, sciorinano bandierone iscritte Giù il Ministero; fin si tenta in piazza far decretare esautorato il granduca, essendo capo del movimento il piemontese Trucchi. Nel dissenso dei moderati essendo cresciuti i demagoghi, e Guerrazzi rinfacciando le sconfitte di Custoza al Ministero, quasi a bell’arte fosse lento ai soccorsi, Ridolfi si dimise, dolendosi che, dopo essersi sempre mostrato italiano, dovesse ritirarsi fra’ sibili della disapprovazione; che la stampa, alla cui libertà tanto avea contribuito, non fosse mai venuta a sussidiarne il Governo, anzi il contrario.
Scomposto il Ministero, crebbe il disordine interno; e intanto vedendo l’Italia invasa dagli Austriaci sin al confine, si dovè patteggiare con Welden che stava nel Bolognese, con Lichtenstein che stava nel Modenese, affinchè non invadessero la Toscana. Dopo molta fatica e il ricusare anche di persone null’altro che ambiziose, fu ricomposto un Ministero di Giorgini, Samminiatelli, Mazzei, Landucci, Marzucchi, Belluomini, preseduto da Gino Capponi (1848 16 agosto), che venerato dai temperanti non meno che dai democratici, affidò gli animi promettendo l’unione federale e nuova guerra, se buona pace non si potesse. Ma il tempo dei moderati era tramontato; la demagogia cresceva; i giornali disimparavano l’urbanità toscana; affluivano i profughi lombardi; Livorno addoppiava tumulti. Il padre Gavazzi, ch’era stato espulso, tornava di que’ giorni nella rada di Livorno; e sebbene fosse ordine di non lasciarlo sbarcare, una deputazione va a prenderlo, e fa accogliere ad applausi i discorsi suoi, dove accusa di traditori i principi, i ministri, i generali, e grida la guerra del popolo; e poichè il seppero messo ai confini, si prorompe a sollevazione. S’avea bel gridare che l’avversario comune era il Tedesco, e questo era a domare; non già i deboli soldati del granduca, e che tutti gl’Italiani sono fratelli: si prende la cittadella, s’imprigiona il governatore, si moltiplicano insulti e sangue, e s’istituisce un Comitato di salute pubblica.
Guerrazzi aveva affascinato con que’ romanzi ebri di libertà e d’ira; e Livorno, che, tutta ai commerci e poco agli studj, s’inorgogliva di questo nome italiano, lo riguardò come si suole i grandi, con amore ed odio al paro stemperati; non vi fu calunnia di cui non si bruttasse il suo nome, nè speranza che in quello non si ponesse. Qual meraviglia s’egli ne contrasse ambizione? e cercò tutte le occasioni di mettersi oppositore al Governo, non foss’altro nelle cause che patrocinava. Uomo passionato ancor più contro o in pro delle cose che degli uomini, dispettoso di vedersi non adoperato, eppure affettando di non chiedere anzi di rifiutare; ingrandito dalla persecuzione di un Governo sì poco persecutore, poi via via erettosi col galleggiare sopra marosi che avea sollevati egli stesso, e che doveano poi rotolarsegli sul capo, privo di fede in qualsiasi cosa, professava «odio alle vecchie istituzioni, onta e martirio della specie umana», sicchè volgeva alle riforme radicali e alla repubblica; e con La Cecilia di Napoli, antesignano di tutti gli agitamenti, e con un Petracchi robusto braccio, e con altri ingloriati dall’avere combattuto in Lombardia, incitava a chiedere operosità nella guerra, armamento marittimo, sale a buon mercato. Tutto invelenivano i giornali, i circoli, l’abjetta condiscendenza al vulgo, che fu il peggiore nemico di quell’anno. Raccheti un tratto, i Livornesi si risollevano gridando al tradimento e a meditati macelli: le bajonette e le artiglierie non bastano contro il popolo, che costringe la fortezza a capitolare. Il granduca repugnava dalla guerra civile, eppure doveva allestirla: ma se disponesse le guardie nazionali, dicevasi che armava fratelli contro fratelli, e si scioglieano, come volonterose di pompeggiare non di fare davvero; i soldati non sapevano combattere; il Ministero, ingelosito del Piemonte, ricusò i soccorsi che questo offeriva.