Giuseppe Montanelli, poeta elegiaco, era uno de’ molti che dalla religione aveano dedotto sensi e speranze repubblicane, ma colla placidezza toscana e sua propria; moderatore più che eccitatore, facendosi amare colle melate parole e coll’indistinta condiscendenza; venuta l’ora del fare, non istette a dire; combattè a Curtatone e fu pianto per morto, finchè si seppe prigioniero; e rilasciato dagli Austriaci, tornava circondato dall’aureola del coraggio e della sventura, pallido e con fasciate le ferite, accolto con applauso dappertutto, preteso da ciascun partito come gloria propria; sicchè il Ministero credette provvedere alla quiete mandandolo governatore a Livorno. Ivi trova la stampa scapestrata, la demagogia baccante; e quel desso che non avea temuto le palle austriache, allibì davanti alla paura di perdere la popolarità col lasciarsi sorpassare; e nella sua professione di fede democratica, nazionale, cristiana, dichiara (12 8bre) che non s’ha a proclamare la repubblica immediatamente, però non basta la federazione, proposta dal Ministero d’accordo con quelli d’altri paesi, ma doversi recidere ogni trattativa, e divenire esempio agli altri col proclamare una Costituente di rappresentanti di tutta Italia, da convocarsi in Toscana. Da questa nuova parola resta eliso il Congresso di Torino; e in Toscana si eleva un’altra opinione a fronte al Ministero, il quale sotto le grida e i cartelli è forza che rovesci. A tanto riusciva in cinque soli giorni di governo il Montanelli, che sottentra ministro con Guerrazzi, col napoletano Ayala, e con Mazzoni, Adami, Franchini, gente che poneva da banda le antiche nimicizie; e senza slealtà proponeasi di frenare i trascendenti, i quali, avendoli elevati, erano altrettanto risoluti a dominare soli, e non correggere ma sovvertire. Avrebbero essi coraggio d’affrontare l’impopolarità, e fra gli scogli d’un Governo rivoluzionario, senza la fiducia del principe nè l’appoggio della nazione, salvare almeno l’onore della democrazia?

Prima soddisfazione ai loro creatori fu l’amnistia ai Livornesi, e il mandare a governare l’aretino Pigli, persona estrema e balzana, inesauribile parlatore nei circoli o nella Camera: altri demagoghi furono posti in impieghi, e sciolte le Camere, benchè si prevedessero in egual senso le nuove elezioni. A chi portasse querela o domanda, diceasi o faceasi capire che «fin quando Leopoldo non se n’andasse, le cose non procederebbero in bene».

Ma gli ambasciadori si volgeano alla Corte, non ad essi, de’ quali non capivano il fraseggiare nubiloso: denaro non s’avea; le perturbazioni cresceano, i ministri stessi, dopo sommosso il popolo per salire, ora lo sommoveano per conservarsi; ne’ circoli ogni partito si disonorava con laidi diverbj e impertinenti recriminazioni; quando s’accolgono i comizj per le nuove elezioni, le urne sono rovesciate, imposto il voto ai suffraganti, assalite le case di chi era infamato col titolo di moderato. Montanelli, desideroso di ordini larghissimi, pure la causa sua amava onestamente; sebbene fosse accontato col Canino nel predicare la Costituente, avea scritto al La Cecilia, «Da una repubblica romana Iddio ci guardi»[96]; e mal accordavasi col violento Guerrazzi, che odiando gli oppressori, disprezzava gli oppressi, e vissuto fin allora sol di rivolta, ora sapeva anche resistere, e a fini profondamente dissimulati voleva pervenire con qualunque fosse modo, anche colla forza. «Le cose del mondo (diceva in quel suo fare ghiribizzoso e pittoresco) quando non si possono fare come si vorrebbe, hanno a farsi come le si possono. Uniamoci tutti per creare un Governo, un qualcosa che difenda e assicuri; ottenuto questo, ci mandino al diavolo. Io, se non crepo, reggerò ogni cosa. Retrogradi e rossi subbugliano il paese; bisogna dare una zampata ad ambidue. Non più condiscendenze: chi rompe paghi. Che serve cotesto andare e venire de’ volontarj alla frontiera senza volere arrolarsi? Non è il moto della spola del tessitore che ogni volta aggiunge un filo; qui invece non si fa che logorare la trama dello Stato. Male il gridare vitupero ai nemici ne’ circoli; vincere si vogliono, non oltraggiare; chè l’insulto prima della vittoria è jattanza, dopo è codardia».

Così fatto, egli non ispirava affezione ma paura: eppure più tardi confessò che tremava davanti ai tirannelli dell’opinione, a un Montazio, a un Niccolini, a simil pulla, portata dal vento negli occhi. Un circolo, formato principalmente di Lombardi (tal nome dinotava i vinti della guerra, di qualunque paese fossero) guidava sino ventimila cittadini a gridare la Costituente (1849). Guerrazzi non potea rassegnarsi a questo scolo d’Italia, e voleali sistemati in legione per combattere. E perchè il Ministero piemontese molestava il toscano per volere Livenza e altri cantoni, Guerrazzi facea temere che, quello Stato cresciuto, terrebbe vassalla la Toscana. Modificando il concetto di Montanelli, proclamava la Costituente italiana.

Appoggiato all’esempio del re di Sardegna, il Ministero toscano propose che il voto universale valesse per la Costituente. Consentì il granduca si trattasse dell’eleggere rappresentanti toscani per quella: ma udendo il papa colpire di scomunica chi vi prendesse parte, ritira l’assenso, e non avendo forze da resistere, nè volendo offrire motivo a riazioni, ricovera a Siena (6 febb.), ricevuto fra le grida di «Viva il duca, morte alla Costituente». Era popolo anche questo? Ma vedendo crescere il bollimento, e che un corpo movea da Firenze per prenderlo, Leopoldo fugge a Gaeta.

Il baccano di piazza decreta scaduto il granduca (20 febb.), e si demandano pieni poteri a Guerrazzi, Montanelli, Mazzoni, che svincolano dal giuramento, e lanciano violento proclama contro la menzogna e le scelleraggini di Leopoldo austriaco, dolendosi di avere creduto che principe e libertà di popolo potessero stare insieme; esecrano con formole poetiche il Laugier, che l’esercito conservava fedele al granduca; smentiscono che il Piemonte volesse «con fiumi di sangue italiano ristorare il trono di Leopoldo austriaco»; e annunziano che «la repubblica, dopo trecendiciott’anni, ritornerà a casa sua».

Acclamato il Governo provvisorio a Firenze, tutti i rappresentanti stranieri dichiarano cessate le loro missioni, che concernevano solo il granduca. Quel giorno stesso, contadini corsero addosso a Firenze; dappoi a Empoli e altrove si tumultuava: i soldati del dato giuramento faceansi pretesto per lasciare le bandiere; rinascenti tentativi di controrivoluzione faceano empire le carceri, e istituire un tribunal militare. Da che parte stava il popolo? Non certo in que’ giornalisti e declamatori, che ingordi di posti e di missioni, insultavano ai più onorati cittadini perchè moderati, che toglievano di cattedra il Giorgini, mandavano via l’Azeglio ferito, celiavano sulla cecità del Capponi, calunniavano a tutti, e bruciavano le effigie e le scritture de’ dissenzienti; la Toscana sbigottivasi all’udir ragionare della necessità del sangue e di puntare i cannoni: il governatore Pigli a Livorno proclamava la repubblica, e — Popolo, compi i gloriosi tuoi destini; pensa che tua capitale è Roma, tua patria Italia; chi ti conferisce l’imperio è il tuo diritto, chi ti consacra è Dio»; e il grido di Viva la repubblica fu ripetuto in molte città. Ma Guerrazzi diceva: — Da che volete repubblica, repubblica sia; patto che domani mi conduciate duemila giovani, disposti a combattere per quella. — Trentamila», risposero: ma neppure i duemila apparvero. Egli resisteva imperterrito a quella marea crescente, rinfrancato dagli ambasciadori di Francia e d’Inghilterra; imponeva silenzio agli strepitanti delle tribune, fin a chiamarli «scellerati e iniqui perturbatori»; non annuì al Mazzini, il quale, nel recarsi a trionfare in Campidoglio, donde diceva non essere uscite fin allora che «melensaggini arcadiche e suoni d’agonia di monarchie costituzionali», incaloriva a gridare la repubblica e unirsi alla romana.

Giuseppe Giusti che con un riso adiraticcio aveva scassinato il vecchio Governo, visto il movimento del 1847, applause al duca che dava le riforme, e tanto bastò perchè fosse detto rinnegato: poi trovatosi sotto ai piedi, volse la stizza contro Guerrazzi; e quando poi vide i rivoluzionarj di tutt’Italia rifluire sopra la patria sua, diceva: «Le figure che passeggiano queste lastre, mettono ribrezzo e terrore. Figúrati ragazzi con pistole e stiletti alla cintola, vestiti a mille colori, parlanti un linguaggio turpe, provocante, rifiutandosi di pagare osti e vetturini, violando il domicilio del popolo minuto per commettere stupri e rapine; in somma un principio di casa del diavolo... Mentre i campi lombardi sono insanguinati, con che cuore si può vedere qui una gioventù numerosa di quel paese a vagabondare?... Son qua da cinque mesi a gridar guerra, e imperversare, e volgere il paese sottosopra; viene la guerra, e non si movono come se non toccasse a loro...». Il cadere del pontefice non può essere un fatto isolato nella cristianità; ed oltre la riverenza dei fedeli e le simpatie del mondo intero per Pio IX, nella rivoluzione romana, inaugurata da un assassinio e poi affidata all’incorreggibile cospiratore, vedeasi un atto della gran congiura europea contro ogni ordine, ogni subordinazione[97]. Già all’udire in pericolo il papa, il generale Cavaignac, il quale, represse le terribili sollevazioni della popolaglia ladra e assassina, che in una giornata erano costate la vita di quattordicimila persone e nove generali, era stato messo a capo della repubblica francese, ma ora sentiva la sua popolarità soccombere alla nuova di Luigi Buonaparte, cercò rincalorirla col favorir le idee d’ordine e di cattolicismo, rinascenti per ricolpo contro la sfrenatezza, e così inaspettatamente trionfanti per mezzo del voto universale; e decretò che tremila cinquecento uomini sbarcassero a Civitavecchia per proteggere il santo padre. Il Piemonte manda offrirgli tutte le sue forze, «fermamente risoluto a mantenere e difendere con ogni sforzo la causa dell’ordine e della monarchia costituzionale». Lord Palmerston, ministro inglese sopra gli affari esterni, dichiara[98], quantunque la Gran Bretagna sia antipapale, aver tanti milioni di sudditi cattolici, che pel proprio interesse deve desiderare il pontefice sia posto in situazione temporale da poter con intera indipendenza esercitare le spirituali sue funzioni; l’intervenzione di forze straniere doversi serbare per l’estremo; in tal caso gioverebbe affidarlo al Piemonte, per togliervi l’odioso carattere di straniero.

Le novità romane dunque pericolavano. La Costituente ivi proclamata spiaceva al Piemonte non men che a Napoli, come quella che rimetteva in problema l’esistenza di tutti i Governi: spiaceva ai dittatori toscani, vogliosi di dominar soli, anzichè mettersi in coda ai romani; talchè fu indarno il comparire a Firenze dei più avventati Romani e dello stesso Ciciruacchio: spiaceva in Roma ai chiericanti non meno che ai costituzionali, i quali ultimi sudavano perchè il popolo ripristinasse Pio IX, però colla costituzione; spiaceva all’eretica Inghilterra non meno che alla cristianissima Francia; sicchè ai caporioni non rimaneva che di trescare coi democratici, allora vinti dappertutto, e così porgere nuovi titoli ai Governi regolari. In fatti l’Assemblea costituente di Francia (20 aprile) dichiarava voler rintegrare il papa nel dominio; Spagna, avida di ripigliar azione nella diplomazia europea, invita i potentati a un congresso per tale scolpo: il papa invoca l’Austria, Francia, Spagna e Napoli ad abbattere un’orda settaria che teneva tiranneggiata la maggioranza de’ suoi sudditi.

Lord Palmerston (1848), costante nell’uffizio di alternare al cavallo una fitta di sprone e una stretta di morso, avea sempre tergiversato la politica della Francia; quando questa inviò Bignon perchè temperasse i primi movimenti liberali, esso spedì lord Minto ad aizzarli; quando gl’italiani s’inebriavano al programma pindarico di Lamartine, egli gittò acqua sul fuoco; quando dappertutto fremeasi d’indipendenza, egli propose di formare del Lombardo-Veneto e dei ducati un regno sotto un arciduca autonomo. Ricusato perchè Carlalberto in quel momento vagheggiava il regno dell’Alta Italia, esso gli carezzò quest’idea, escludendo però dalle trattative la Francia, e imponendo per confine l’Adige. Entro questi limiti non l’avrebbe disapprovato neppur la Germania, che la linea di quel fiume pretendea necessaria alla propria integrità e strategicamente e politicamente. La spada di Radetzky troncò le discussioni; e Palmerston accettò l’uffizio di mediatore, e volle si adunasse a Brusselle un congresso per dar sesto alle cose d’Italia. Ma l’Austria non trovava più ragione di cedere nemmanco una lista del paese che avea rioccupato, ed asseriva che l’armistizio conceduto il 5 agosto sottintendesse l’interezza de’ prischi possessi.