Ma queste conferenze divennero il tema d’infinite parole, in un anno di parole tante. Quei che aveano schiamazzato mentre gli altri combattevano, più schiamazzavano adesso che nessuno poteva interrogarli perchè non combattessero. Migliaja di rifuggiti in Piemonte dal paese vinto, s’agitavano nel desiderio della patria; s’agitavano i coraggiosi, cupidi di cimenti riparatori; s’agitavano i timidi per mascherare la paura col far paura; s’agitavano i repubblicanti, che attribuivano il disastro all’essersi fidati d’un re; s’agitavano i calunniatori, infamando i ministri, i generali, gli abbondanzieri, chiunque dubitasse del tradimento, o avesse esercitato qualche bricciolo di potere, per quante prove date avesse di patriotismo; ed erano creduti, come sempre si crede ciò che faccia torto ai nostri.

Da un altro canto coll’affisso di democratici voleansi riprovare quei che gridavano il nome d’Italia: eppure la guerra del Piemonte all’Austria non era giustificata che dall’indipendenza italiana, e questa voleano i democratici; democraticamente erasi fatta decidere la fusione dal voto universale, e poichè questo avea proferito, chiedeano fosse mantenuta. Vero è che tal sillogismo era stato scomposto da un avvenimento, una guerra perduta; ma questa turbava il fatto non il diritto. — La patria non è stata vinta; solo il tradimento ha potuto ricondurre i Tedeschi in Lombardia», gridavano gl’Italianissimi. I Piemontesi, non potendo negare la sconfitta, ne imputavano l’inettitudine dei generali, lo scarso cooperare de’ Lombardi, la moderazione dei ministri, cento altre cause fuorchè le vere; ad ogni modo credevano potersene trarre esperienza per riparare colla vittoria il primo smacco. Ed è singolare che il paese ove la democrazia meno debaccò, fu quello ove portò maggior disastro, perchè si mescè agli atti guerreschi.

Carlalberto credeasi in dovere di mantenere ai popoli la fusione; aveva udito rinfacciarsi d’aver rinnovato nel 48 i tradimenti del 21; la libertà della stampa e dei dibattimenti lasciava giungere fino a lui le accuse, delle quali più si struggeva di purgarsi quanto meno meritarle conosceva, e quanto più avea sorbito le lodi prodigategli come spada d’Italia; e invisibile nella reggia, masticava l’onta nuova che gravava l’antica, e risolvea gittarsi a capofitto in un nuovo tentativo.

Ma un esercito sfasciato poteva assaltar vincitrice e munita quell’Austria, contro cui non era bastato quando scomposta, atterrita, sprovvista? Le grida dunque dei giornalisti e degli avvocati non avrebbero dovuto smoverlo; ma il fragor di essi lo stordiva, quasi in essi parlasse la nazione, nè vedea come far argine alla demagogia di cui giungevagli il ruggito. L’eterogeneo Ministero Casati si dimetteva (18 agosto), esponendo quanto avea fatto per riparare i disastri, e rendere capaci a ripigliar l’offensiva appena spirassero le sei settimane dell’armistizio, avendo anche chiesto i sussidj di quella Francia, che dianzi erasi repulsa. «Codardia (diceano), per dieci giorni di fortuiti disastri, deporre una fiducia ispirata da quattro mesi di prosperi ed eroici successi! qual impudenza il credere che una pace vergognosa assicuri più di una guerra onorevole gl’interessi e l’onore del Piemonte!»

Tono indecente a chi lasciava altri nell’imbarazzo di mantenerlo: ma un più temperato non era possibile quando fomentava guerra la Consulta lombarda, formata dell’antico Governo provvisorio di Milano, Polonia e Ungheria, ribollenti contro i loro dominatori tenevano emissarj a Torino che prometteano ajuti e diversioni vigorose, bilione solito de’ rifuggiti, ma scontato come moneta fina dai giornali; nuova esca aggiungeano i movimenti di Sicilia, di Napoli, di Livorno, di Roma. In quest’uragano dovea navigare il nuovo Ministero, preseduto dal marchese Alfieri, coi generali Perrone e Dabormida, Revel, Boncompagni, Pinelli, allora autorato dall’amicizia di Gioberti.

Questo filosofo nel suo studioso ritiro a Brusselle, quanto più gli era negata, più acquistò la passione della popolarità; la prese ispiratrice quando mestò politica; ma conoscendola mutabile, resistette un pezzo alla voglia di venir qui a godersi i grossolani applausi, che nel 1847 la folla profondea; e più venerato di lontano, dirigeva l’opinione ma col secondarla. Chiaritasi la rivoluzione, venne e s’inebriò dei trionfi, che ambiva più che il potere; girò Italia apostolo della fusione, ma formando piuttosto entusiasti che un partito; a Milano, dove avea detto non entrerebbe che a ginocchi, sperava far acclamare di primo achitto la fusione, e toccò fischi; a Roma credeva indurre Pio IX a’ suoi voleri, ed ebbe soltanto grida plateali, e il suo nome alle vie dove abitava, al caffè dove asciolveva; sparnazzava Carlalberto, eppure a Genova correva a venerare la madre di Mazzini, a Milano mutò alloggio per annidarsi nell’istesso albergo di Mazzini. Non compreso nel nuovo Ministero, accostossi ai democratici per sventarlo, e vi oppose quel fantasma suo del Congresso; nei circoli denunziava i ministri, che, mentre predicavano riscossa, indipendenza nazionale, in privato a lui diceano non essere possibile rinnovare l’esercito, e volersi cercare accomodamenti vantaggiosi al Piemonte; sicchè gl’improntò le stigmate di ministero di due programmi: e i più avanzati gridavano la subita ripresa delle ostilità.

Dopo ciò oseremmo accusare quel Ministero di non avere saputo essere modesto, nè osato essere risoluto? In realtà il Ministero, non meno che gli oppositori, voleva la riscossa: ma quello, preparata convenientemente per vincere; questi, subitanea, ispirata, condotta, come dicea Brofferio, da ardimento, ardimento, ardimento. Saria stato imprudenza rivelare al mondo i reconditi preparativi: onde il Ministero chiese un consiglio secreto, avanti a cui scagionarsi: e quello proferì che non poteasi nè procurare una pace onorevole, nè amministrare una guerra felice.

Intanto dalla Lombardia e dai ducati giungeano gli strilli degli aggravati sotto la dittatura militare, frementi tra il terror manifesto e la rabbia repressa; da Genova gli urli de’ raccogliticci, che tentavano fin subornare l’esercito, e qualificavano tirannia ogni provvedimento preso a reprimerli; soscrizioni, messaggi, chiassate sosteneano la minoranza oppositrice. Bisognava dunque rassegnarsi: e il baron Perrone ministro della guerra, che pure avea fatto avvertire «lo spirito guasto de’ soldati, i quali partono pel campo italiani, e ne ritornano tedeschi»[99], diceva essere impossibile a un Ministero resistere alla pubblica opinione e non ripigliar le ostilità «con tutto il furore d’una guerra nazionale, preferendo essere inghiottito nella catastrofe italiana, anzichè lasciar più a lungo torturare dal vandalismo austriaco la parte d’Italia ch’esso calpesta», assicurava essersi rinnovati l’esercito e la disciplina; ottantamila uomini pronti a entrar in campo, trentamila a mantenere la tranquillità nell’interno, oltre la guardia nazionale, e un parco d’assedio più numeroso che nella guerra precedente; trenta in cinquantamila uomini che la Francia prestasse, la bandiera tricolore sventolerebbe di campanile in campanile fin all’Isonzo: nè farebbero la guerra soli; avranno in ajuto l’insurrezione, i contingenti toscani e romani, e i diciottomila uomini chiusi in Venezia e la flotta; esser dunque risoluti a guerra, se non possono ottenere una pace onorevole, che assicuri l’indipendenza d’Italia[100].

Palmerston disapprovò questo dispaccio. Bastide, ministro della repubblica francese, annunziò non impedirebbe neppur l’invasione del Piemonte, se questo rompesse guerra all’Austria.

Degli errori, delle esitanze, della disperazione altrui s’ingrandiva Gioberti, che divenuto nimicissimo al suo amicissimo Pinelli, riuscì alfine a sbalzarlo; e dopo essersi sempre professato nemico della democrazia, diveniva capo d’un Gabinetto (16 xbre) denominato democratico, con colleghi destinatigli dalle piazze, Rattazzi, Ricci, Sineo, Buffa, Cadorna, Tecchio, tutti tolti dal Circolo nazionale, aggiungendovi Sonnaz per le necessità della guerra. Il loro programma, quello di tutti i precedenti, allargare le libertà interne, procurare che tutt’Italia si costituisse a nazione: se non che Gioberti avea l’arte di tessellare le teorie più diverse, il che dicevasi conciliare. E subito le declamazioni e le mostre si diressero contro il Ministero democratico, che si trovava esso pure nell’impotenza di far quello che si desiderava.