Realmente l’Italia sentiva integre le sue forze; da quella posizione, che per tutti era precaria, bramavano tutti uscire, quand’anche non si sapesse che i popoli sovente per bizzarria, per superbia agognano i tentativi più disperati. Il Congresso a Brusselle non dava un passo verso il riordinamento. L’Austria sperava assonnare l’Italia settentrionale col prometterle istituzioni liberali; e dopo ch’ebbe doma un’altra volta l’insorta Vienna, convocò una Dieta costituente a Kremsier, dove il ministro Schwarzenberg professava «accettare sinceramente la monarchia costituzionale; tenerne ferme le basi col separare rigorosamente il potere esecutivo riservato alla Corona, e il legislativo esercitato in comune dal principe e dai corpi rappresentativi; assicurare l’eguaglianza dei diritti, garantire il libero sviluppo di tutte le nazionalità, introdurre la pubblicità in tutte le parti della pubblica amministrazione, consolidare le libertà comunali, estendere nelle provincie l’indipendente gestione di tutti gli affari interni, e unificarle mediante un robusto poter centrale. Il regno Lombardo-veneto, conchiusa la pace, troverà nella sua unione organica coll’Austria costituzionale la miglior garanzia della sua nazionalità. I consiglieri responsali della Corona si terranno fermi sul terreno de’ trattati: essi nutrono speranza che un avvenire non lontano porterà il popolo italiano a fruire i benefizj d’una costituzione, la quale deve tener unite le differenti stirpi con parificazione assoluta di diritti».
Era dunque risoluta a non cedere un palmo di terreno; l’Inghilterra aveva accettato qual base del Congresso, che nessun brano si staccherebbe dall’impero austriaco, neppur Venezia. Ma chi allora credeva alla verità? Intanto non poteano nè l’Austria prendere una risoluzione per rassettare la Lombardia e finirla con Venezia, nè il Piemonte disarmare e togliersi alla disastrosa incertezza. Adunque strepitavasi d’ogni parte; i giornali perseveravano nel tristo uffizio di denunziare ed inasprire quei che la sventura avrebbe dovuti conciliare e congiungere[101]; acclamavasi la rinnovazione delle ostilità, volerlo Dio, volerlo il popolo. Singolarmente il Circolo italiano di Genova, trascendendo i limiti costituzionali, vilipendeva il re: anzi Genova (18 xbre) sorse a tumulto; e il ministro Buffa speditovi con pien potere, invece di dar torto ai mestatori, proclamava saperne causa unica l’essersi voluto «seguitare una politica contraria alla dignità, agli interessi, all’indipendenza della nazione»; il presente Ministero volere «l’assoluta indipendenza d’Italia a costo di qualunque sacrifizio, volere la Costituente italiana e la monarchia democratica»; aggiungeva d’aver ordinato che le truppe partissero dalla città (1849), perchè «la forza vale cogli imbelli non coi Genovesi; i forti saranno presidiati dalla guardia nazionale, tutti o parte a sua scelta; tolta ogni apparenza di forza, farem vedere che in una città veramente libera basta la guardia nazionale; che quando il Governo batte la via della libertà e della nazionalità, Genova è tranquilla». Così i cittadini atteggiavansi come avversarj ai soldati, nell’atto che da questi bisognava tutto aspettare: i soldati protestano; la Camera disapprova; il Ministero è obbligato a un’altra scusa memorabile; cioè che «non bisogna misurare i proclami col regolo ordinario, contenendo per natura frasi che ai lontani pajono eccessive, mentre sono inevitabili ai vicini».
Sciolta la Camera, la nuova, eletta sotto quelle esacerbazioni, abbandonò i moderati per gl’impazienti. Il ministero Gioberti dichiarava: «L’indipendenza italiana non può compiersi senza le armi; laonde a questo rivolgeremo ogni nostra cura, convinti che la sola monarchia costituzionale può dare alla patria nostra unità, forza, potenza contro i disordini interni e gli assalti stranieri». Dichiarava pure non potersi persistere in uno stato che era peggiore della guerra, poichè ne aveva tutti gli sconci e nessuna favorevole eventualità; voleva considerare ancora come effettiva la fusione, e lagnavasi che atrocemente fossero trattate dagli Austriaci provincie datesi al Piemonte. Il re medesimo, aprendo il Parlamento, manteneva il concetto della fusione, soggiungeva che «la fiducia è nei forti accresciuta, perchè all’efficacia dei nostri antichi titoli s’aggiunge l’ammaestramento dell’esperienza, il merito della prova, il coraggio e la costanza nella sventura. Le schiere dell’esercito sono rifatte, accresciute, fiorenti e gareggiano di bellezza, d’eroismo colla nostra flotta. Ma per vincere è duopo che all’esercito concorra la nazione; e ciò, o signori, sta in voi, sta in mano di quelle provincie che sono parte così preziosa dei nostro regno e del nostro cuore, le quali aggiungono alle virtù comuni il vanto proprio della costanza e del martirio».
La risposta delle Camere ingagliardiva quell’attacco, e non parlava di guerra e d’indipendenza italica soltanto, ma degli Ungheresi da soccorrere; e che si disdicesse immediatamente l’armistizio.
Le condizioni però del nemico quanto erano cambiate (1848)! La Germania, vogliosa di ringiovanirsi, erasi raccolta in Parlamento a Francoforte «per attuare una costituzione che comprendesse l’unità della nazione, colla varietà tradizionale de’ Governi. Ma la sapienza statuale ivi pure comparve scarsissima: variati i sentimenti, secondo il paese che prevaleva; e mentre negavansi soccorsi e fino approvazione all’esercito austriaco combattente in Italia, dichiaravasi che la linea del Mincio e le grandi fortezze erano necessarie all’integrità della Germania, e si considerava come intacco a questa l’avere i volontarj lombardi stimolato a insurrezione il Trentino.
Al rompere della rivoluzione, la guerra di razze metteva a brani l’Austria, la quale potea dirsi ridotta nei tre eserciti di Radetzky in Italia, di Windischgrätz in Boemia, di Jellacich in Ungheria. La Corte imperiale, cacciata dalla devota sua città (15 maggio), erasi rifuggita a Innspruck, e blandiva la capitale col consentire un’Assemblea costituente; disapprovava Jellacich che acclamava il risorgimento delle stirpi slave: ma intanto i suoi eserciti vinceano a Praga le barricate, a Vicenza i popoli, a Custoza gli eserciti; la Dieta ungherese per bocca di Kossuth promettevale fino ducentomila uomini se bisognassero per domare l’Italia. Perocchè i Magiari parteggiavano coll’Austria onde tenere al giogo gli Slavi; ma ben presto volendo ella frenarne la prepotenza, le divennero ostili; e allora gli Slavi si posero coll’Austria e la sorressero, sempre per proprio vantaggio e scapito altrui. I cittadini di Vienna, stanchi del despotismo degli studenti impadronitisi del Governo, richiamavano l’imperatore (agosto), che rientrava nella sua capitale appunto quando Radetzky rientrava in Milano. Ma poco appresso i sommovitori rivalgono, sollevano sanguinosamente la città, e fra molt’altri trucidano un ministro. Windischgrätz vi accorre da Praga, vi accorre Jellacich, e da Boemi e Croati è presa la capitale (31 8bre), e terminata la rivoluzione, alla quale non avevano preso parte nè la campagna nè le provincie.
Erasi fra ciò adunata un’Assemblea costituente, secondo la moda d’allora, per compilare la Statuto dell’impero austriaco; v’ebbero rappresentanti anche di paesi italiani, quali il Tirolo e Trieste; ma le rioccupate provincie lombardo-venete furono invitate invano a spedirvi i loro eletti «per garantire la propria nazionalità, e conciliarla col principio supremo dell’integrità della monarchia». Dall’irrequieta Vienna la Dieta erasi trasferita a Kremsier, ma rimaneva scissa fra l’unità dottrinale e la tradizionale individualità: nelle dispute, inconcludenti e di teoria nebulosa, perdeva tempo e credito, sicchè il Governo potè arrischiarsi a toglierle la mano. Già il 22 settembre l’imperatore Ferdinando avea proclamato piena perdonanza agli abitanti del Lombardo-Veneto, e la ferma sua intenzione che «avessero una Costituzione corrispondente alla loro nazionalità ed al bisogno del paese»: poi confessando la necessità di «forze più giovani per soddisfare il bisogno potente e irremissibile di un grande cambiamento, che abbracci e rifonda tutte le forme dello Stato», abdicava (2 xbre); e giacchè suo fratello Francesco Carlo vi rinunziò, lo scettro fu messo in mano al figlio di questo, al giovanetto Francesco Giuseppe, che aveva fatto le prime prove combattendo gl’Italiani. Egli «riconoscendo per proprio convincimento il bisogno e l’alto pregio delle istituzioni liberali e consentanee ai tempi, calchiamo (dicea) con fiducia la via che deve condurci ad una salutare riforma e al ringiovanimento di tutta la monarchia», e protestavasi «deciso di mantenere immacolato lo splendore della Corona e intatta la complessiva monarchia, ma pronto a dividere i proprj diritti coi rappresentanti de’ suoi popoli».
Ben presto si proclama una costituzione (1849 8 marzo) che recida il nodo delle quistioni, statuendo l’unione organica di tutte le provincie, eguaglianza e indipendenza delle diverse nazionalità; unico Parlamento con due Camere; nella prima i deputati delle diete provinciali, nell’altra i deputati eletti dal popolo, uno ogni centomila abitanti; il potere legislativo viene esercitato dall’imperatore unitamente al Parlamento generale per le leggi di tutto l’impero, e alle Diete nazionali per le leggi particolari. Così l’imperatore trovasi capo delle varie nazioni e unificatore di tutte, e può opporre la forza attraente dello Stato alla centrifuga delle provincie.
Anche la Dieta germanica si scredita colle metafisiche sottilità; e quando essa dichiara che paesi tedeschi non potranno confondersi con forestieri nello stesso dominio, l’Austria, che da tale partito sarebbesi veduta scomposta, vi oppone un franco niego, asserendo non voler menomare i proprj diritti, e che starà federata colla Germania, non una con essa. A questo colpo risoluto, la Dieta perde efficacia, e ben presto si scompone; la Prussia, ch’era parsa sul punto di afferrare l’egemonia della Germania, torna secondaria all’Austria, che s’accinge a riparare gli sdrucci lasciatile da un turbine, dove credeanla già subissata quei che ignorano la storia d’Europa.
Come le umiliazioni di lei aveano dato spirito alle Potenze estere di sbraveggiarla, il rialzarsi le fece propense a sostenerla: ond’essa più sempre ferma dichiarava non avere altro da trattare colla Sardegna se non di ristabilire le relazioni amichevoli, interrotte per l’invasione del re, e di fissare le indennità per le spese di una guerra assunta in legittima difesa; per deferenza avere accettato la mediazione brussellese; «ma il pretendere di condurre l’Austria a cedere provincie che avea difese con torrenti di sangue, cederle come premio al perfido aggressore di cui ha trionfato, era giustamente vilipeso dalla pubblica opinione dell’Europa come una stravaganza degna della demenza dei demogoghi italiani, e di un re che, parlando dal trono, non dubitava incitare direttamente la provincie italiane dell’Austria all’insurrezione». Il Ministero imperiale interrogava dunque le Potenze, e nominatamente l’Inghilterra, se riconoscessero il regno dell’Alta Italia, e se fosse in arbitrio di Carlalberto il cangiare da solo la circoscrizione degli Stati, fissata dalle Potenze: conchiudeva che dal canto suo non romperebbe l’armistizio, ma le trattative essere superflue, e volere libertà d’azione[102].