Il Ministero inglese, che avea continuato quell’altalena micidiale all’Italia, lusingandone le speranze mentre rassicurava i nemici, allora pure all’austriaco rispondeva, considerare come non avvenuta la fusione, e dava positiva e formale assicurazione che nelle conferenze non pensava sostenere le inqualificabili pretensioni del Gabinetto sardo, ma adottare per base della mediazione l’integrità de’ territorj circoscritti dai trattati[103]: conseguentemente, al re consigliava con istanza di non volersi avventurare ad irreparabile ruina.
Queste cose sapeansi allora come adesso: ma, non che vi si credesse, il Circolo italiano a Torino non vide che «un obbrobrio ministeriale, che umiliazione, che oscillamento nelle parole che il Gabinetto, usurpante il titolo di democratico, poneva sulle labbra del principe; parole desolanti ad ogni buon patrioto»; e provocava una dimostrazione solenne, e mandava alla flotta sarda in Venezia per eccitarla «a non mancare all’appello di tutt’Italia», e giurare com’essi d’adoprare tutti i mezzi per ottenere la Costituente italiana.
Le parole del re e dei Comitati arrivavano in Lombardia, e rinfuocolavano le speranze tanto più, quanto più vi si soffriva sotto la dittatura militare. L’amnistia così piena e incondizionata, accordata ripetutamente dall’imperatore, non lasciava luogo a supplizj o processi per fatti della rivoluzione; ma da un lato s’imposero multe più o meno gravose, e dalle diecimila fino alle ottocentomila lire contro persone che v’aveano preso parte, foss’anche con soli scritti: pena che inviperiva inutilmente, giacchè dai più non si cercò mai nulla, alcuni se ne acquetarono con tenui versamenti. Più pesava lo stato d’assedio, che metteva ad arbitrio delle corti marziali le vite e gli averi; e i molti che erano fucilati o per possesso d’armi o per tentata subornazione o per rapine, consideravansi come del pari ingiustamente colpiti, secondo accade delle procedure sommarie e secrete. Alcuni casi sciagurati crebbero l’esacerbazione. Il 3 gennajo il feldmaresciallo andava ad assistere all’esperimento della scuola di ballo del teatro, e i Milanesi vollero vedervi un’insultante commemorazione del macello d’un anno prima. In occasione della nomina del nuovo imperatore celebrandosi dai militari un Tedeum, una femmina espose tappeti di colori ingrati; e perchè alcuno ne levò rumore, ecco uscire una mano di soldati, torre in mezzo chi primo primo, e menati in castello bastonarli, fra cui sin donne, e persone inoffensive per natura, età e pinguedine.
I Lombardi poi perseveravano nella dimostrazione negativa, schivando di ravvicinarsi ai dominatori se non alla distanza d’una fucilata. Italia tutta fremeva, anche per moda, contro i Tedeschi; i ducati si credeano illegittimente occupati; illegittimamente Ferrara, donde però i Tedeschi, avuta soddisfazione, si ritirarono (18 febb.).
In Piemonte il Ministero, pure col titolo di democratico resisteva alla democrazia. Quando seppe fuggito il granduca, espulso il papa, e che le Potenze vorrebbero ripristinarlo, Gioberti sbigottì; laonde, cercato invano che l’intervenimento fosse soltanto pacifico onde cansare l’obbrobrio di vedere di nuovo dagli stranieri rimaneggiare le sorti nostre, pensava opportuno che il Piemonte si togliesse l’assunto di ristabilire il granduca che l’invocava, e il papa che lo temea; forse la mostra basterebbe a dissipare la resistenza; intanto Italia si avvezzerebbe a vedere dalle proprie armi risolvere le interne quistioni; il Piemonte, col vincere il disordine, ricupererebbe importanza in faccia alle Potenze; e le menti sarebbero sviate dalla guerra contro l’Austria, che prevedeasi inevitabilmente disastrosa.
Erano idee delle meno strane fra i delirj d’allora; le aveva egli pubblicate ne’ giorni di sua maggior popolarità[104], ma adesso repugnavano col titolo del suo Ministero, coll’intemperanza corrente, e colla guerra da esso fatta al Ministero precedente. D’altra parte, se teneasi valevole la votazione universale dei Lombardi per la fusione, perchè non anco quella dei Romani per la repubblica? La Camera, e più le loggie e le piazze che alla Camera imponevano, accolsero come un fratricidio quel progetto; i suoi partigiani rissavano cogli avversi per le vie: ond’egli, sommerso nell’onda, che lo avea sollevato, è costretto rassegnare il portafoglio (21 febb.), toccando il solito salario della popolarità, vilipendio e oblio; denunziato alle Camere, minacciato di processo, gridato traditore, e rinnegato con tanto impeto con quanto dianzi l’aveano divinizzato. Egli non subì l’oltraggio con dignità[105], e nel Rinnovamento civile, mutava d’amici e di nemici, benevolo fin a quelli che più n’aveano meritato il disprezzo (p. 351), e accannito contro gli autori della sua gloria, i fondamenti delle sue speranze.
Colla profonda scienza e massime colla positività filosofica non può combinarsi quel suo voler riunire le cose e le idee più disparate, e sosteneva di non aver cambiato anche dopo mutatosi di punto in bianco: il che i suoi amici qualificavano come uno svilupparsi di concetti, che prima aveva solo in germe. Nel vortice de’ suoi libri invano cerchi una risposta precisa sulle capitali quistioni di letteratura, teologia, filosofia, politica, tanto egli le rinvolge in formole dubitative e cortesi e retoriche, o le professa differenti secondo i tempi. Carezzò nemici, disse per correggerli; osteggiò vecchi amici, disse perchè cambiarono; onde parve e incerto e non sincero: profuse lodi a mediocrissimi, mostrò bisogno d’appoggiarsi ad autorità comechè meschine, perciò scegliendo esempj a caso e immeritevoli, ignorando i più degni e meglio a proposito, e confessando d’avere scritto variamente secondo l’occasione. Ora di Pio IX non sa dir male che basti, e «parrìa che mi contraddica parlando in tal forma di un pontefice del quale a principio celebrai il valore: ma io posso fare una girata dello sbaglio a’ miei onorandi patrioti; perchè, essendo allora lontano e non conoscendo altrimenti il nuovo papa, io fui semplice ripetitore in Parigi di quanto si diceva, si scriveva, si acclamava in Roma e per tutta Italia» (pag. 448). Dell’incensato Carlalberto diceva che «tutti errammo a confidare nella fermezza e sincerità di lui» (pag. 235); e che «quando il Balbo disdisse la lega sollecitato da Pio e dagli altri principi, il male non ebbe più rimedio, e prese corpo quella chimera dell’albertismo, che tanto nocque alle cose nostre: per acquistare Carlalberto si perdette Pio IX. Roma in ogni caso si sarebbe tirato dietro il Piemonte, dove che questo nè avrebbe incominciato senza Roma, nè vinte le sue repugnanze» (pag. 20). Narrando poi i fatti e divisando le opinioni di quei tempi, anch’egli, come fece il Guerrazzi, s’appoggia al fondamento più traballante, i giornali, che danno argomento per ogni partito come per ogni assurdità.
Chi sente qual sia mortificazione per un’anima elevata il riconoscersi impotente al bene, geme vedendo offuscare se medesimo un uomo, la cui parola fu un tratto la parola dell’Italia tutta; cominciato con immensa gloria, finiva col rammarico d’avere tutt’altro che giovato la causa italiana, abbandonato il suo soldo da presidente del Ministero a soccorso di Venezia, ritiratosi senza ricchezze e senza titoli in Parigi all’operosa quiete degli studj, da repentina morte fu côlto in fresca età. Non v’è forse esempio moderno che maggiormente meriti essere meditato, e possa recare più grande istruzione.
Il Ministero sottentratogli, senza alcun nome raccomandabile fuori del generale Colli che vi presedeva, punzecchiato dai Veneziani, dai rifuggiti, dai repubblicanti, dagli stessi costituzionali che di questo tema eransi fatto arma contro il Ministero democratico, dovè promettere anzitutto di rompere coll’Austria, e ne manifestò solennemente le ragioni, conchiudendo: «La guerra dell’indipendenza nazionale si riapre. Se gli auspizj non ne sono lieti come l’anno passato, la causa è pure sempre la stessa; santa come il diritto che hanno i popoli sul suolo in cui Dio gli ha posti; grande come il nome e le memorie d’Italia». Si precipitò l’assetto dell’esercito, il quale ricuperava la disciplina ma non l’entusiasmo; anzi, indispettito ai Lombardi, con uffiziali nuovi sconosciuti, mormorava del vedersi spinto ancora ai cimenti e alle sofferenze. I generali s’erano e mostrati e confessati inetti; sicchè, non potendo ottenerne uno francese, si chiamò comandante supremo il polacco Chrzanowsky, ignoto ai soldati, esoso agli uffiziali per la mortificante superiorità; e allestiti o no, si disdisse l’armistizio coll’Austria. I diplomatici stranieri non sapeano darsi pace di tanto accecamento; Francia, Inghilterra, nulla lasciarono d’intentato per dissuaderlo[106]: ma che valea la ragione rimpetto alla tiranna del tempo, l’opinione? De Ferrari, succeduto (12 marzo) al Colli qual presidente al Ministero, scriveva al Ricci, rappresentante presso il Congresso di Brusselle, non essere più possibile sopperire alle spese della guerra senza farla; la continua incertezza ed inquietudine poter suscitare gravi commozioni, nè la quistione potersi risolvere che col deporre le armi o adoperarle; il primo partito rompeva il vincolo coi Lombardo-Veneti, repugnava all’opinione, e avrebbe cagionato gravissimi sconcj, forse la guerra civile. E infatti che non poteano temere i principi allorchè l’incendio della media Italia lanciava faville anche nella settentrionale?
Disapprovata dalla ragione e dalla diplomazia, questa intima di guerra ebbe dappertutto la sanzione del sentimento; Italia, ottenebrata da sospetti, da ire, da scomuniche, da assassinj, da riazioni, a un tratto si rifece baliosa nella concordia d’un sublime intento; parvero cessare il palleggiarsi delle ingiurie e gli ammazzamenti politici di cui era contaminata ogni contrada di Romagna; i Lombardi deporre quella disperazione, che fa vili quando non fa scellerati; e tutti, pur dianzi sbranati dalle quistioni di municipio, di costituente, di repubblica, di monarchia costituzionale, d’Italia una o d’Italia confederata, trovarsi unanimi nel grido dell’indipendenza. Da Aosta a Siracusa i cuori palpitarono, come un anno prima, di magnanima speranza; alla fiaccamente convulsa Toscana parve trasfondersi il sangue dei martiri di Curtatone; fino i repubblicanti sorrideano all’idea di acclamare l’impero d’Italia, e l’Assemblea romana, fastosamente garrula nella peristaltica inazione, intonava: — Tempo è di fatti, non di parole: dall’Alpi al mare non si dà indipendenza vera, non libertà finchè l’Austriaco conculchi la sacra terra. All’armi, e Italia sia».