Schwarzenberg, ministro dell’Austria, versava la responsabilità di sì grave risoluzione sulla testa di colui che vi era spinto da funesti consigli; ed annunziò ai Governi amici il proposito di drizzare la marcia sopra Torino, e colà dettare la pace, ma non volere acquistare un palmo di territorio[107]. Radetzky, conculcando le abituali convenienze, nella grida di guerra insultava al re (12 marzo), che «un’altra volta stende la mano sulla corona d’Italia. Sleale, spergiuro, micidiale di se stesso, occupato solo a far dimenticare, adulando i rivoluzionarj e il vulgo, i tradimenti del 1821 e diciassett’anni di despotismo, Carlalberto, pari al ladro che coglie occasione dall’assenza del padrone per compiere il furto con sicurezza, invase il paese amico. Io disponevo ancora di forze bastanti a far pentire Milano. Se avessi presentito che la dignità regia doveva in Carlalberto cadere in tanto avvilimento, non gli avrei mai risparmiato l’onta di farlo prigioniero in Milano. La pace che da generosi gli offrimmo, la conseguiremo di forza nella sua capitale. Sarà l’ultima letizia della lunga mia vita il potere nella capitale d’uno sleale nemico fregiare il petto de’ miei prodi commilitoni colle insegne meritate col sangue. Avanti, soldati! A Torino sia la nostra parola d’ordine: colà ritroveremo la pace per la quale combattiamo».

Quest’imperiosa jattanza credeasi mascherasse la paura. Con fierissime minaccie a chi si movesse, abbandonò egli sguarnito il Lombardo-Veneto, fuorchè le fortezze; e con settantamila uomini in cinque corpi e abbondantissime artiglierie si difilò al Ticino (20 marzo), proclamando ai Piemontesi: — Me non anima spirito di conquista: vengo a difendere i diritti del mio imperatore e l’integrità della monarchia, minacciata dal vostro Governo, alleato colla ribellione».

Di rimpatto la speranza degl’Italiani fondavasi sulla insurrezione. I giornalisti assicuravano che Radetzky, obbligato a mantenere l’assedio di Venezia, e vigilare ogni città, pregna di rivoluzione, e avendo migliaja di malati, di pochissime truppe potea disporre, talchè non difenderebbe la Lombardia, ma ritirerebbesi di là dal Mincio; ed annunziavano orrori, quasi tutti ripetendo le stesse frasi.

La Consulta lombarda aveva presentato al re un indirizzo, ove, a nome de’ Lombardi accolti in Piemonte, «e di quelli che fremeano sotto il giogo dell’Austria o andavano ramingando nell’amaro desiderio della patria», lo benedivano e ringraziavano; e «I fatti risponderanno all’aspettazione vostra e d’Italia: all’apparire del valoroso vostro esercito liberatore, i Lombardi si sentiranno rinfiammati di quel coraggio che li sostenne nella sventura, e gli correranno incontro per secondarne le ardite mosse, per dividerne le magnanime prove». L’emigrazione lombarda annunziava: «Centoventimila uomini accorrono per salvare la Lombardia, per riconquistare l’indipendenza, che oramai per noi vuol dire il diritto di vivere. Dal tempo dei Romani in poi, il mondo non vide mai un esercito italiano più numeroso e agguerrito. Esso sterminerà dal sacro suolo della patria il nemico». Il Ministero facea decretare: «Tutti quelli fra i diciotto e i quarant’anni, che si trovano nelle provincie non occupate dal nemico, dovranno immediatamente presentarsi al comandante militare... Chiunque non si presentasse fra cinque giorni dalla promulgazione di questo decreto, sarà considerato come refrattario al servizio militare».

Come non persuadersi che un’immensa voragine si aprisse sotto il passo dell’oppressore? Il Piemonte non pensò dunque a riparare le frontiere, nè preparare a quello un trabocco, a sè uno scampo se entrasse sul territorio sardo. Eransi intimate le ostilità prima d’avvertirne tutt’Italia, la quale non potè accingersi a soccorrere, se anche l’avesse voluto. Lamarmora fu spedito a occupare la Lunigiana, neppure avvertendo il Governo toscano, che indignato minacciò di far sollevare Genova. A Roma il proclama delle ostilità arrivò prima di colui che doveva annunziarle. Venezia non ebbe tempo di allestire tutti i suoi, che avrebbero potuto avvicinarsi a un’ala dell’esercito sardo, e circuire il nemico. Il generale piemontese ignorò, non solo gl’intenti, ma fin le mosse degli Austriaci; anzi sol cinque giorni dopo disdetto l’armistizio egli n’ebbe l’avviso. La maggiore importanza consistea nell’ammutinare la Lombardia, che rumoreggiasse alle spalle del nemico minacciando recidergli la ritirata: un Comitato, detto di lavori statistici, avea avuto l’incarico di prepararlo; Lamarmora dal Parmigiano, Solaroli da Oleggio darebbero mano agl’insorgenti: ma che? appena cencinquanta persone entrarono per Varese e Como, capitanate dal Camozzi, convogliando seimila cinquecento fucili e settemila lire, ma nè un soldato nè un uffiziale regolare che desse sanzione al movimento. Carlalberto fece una cavalcata di qua dal Ticino pel ponte di Buffalora, ma il paese che s’era mosso fuor di tempo nel marzo del 48, nel marzo del 49 stette quieto fuor di tempo, onde il re diede la volta indietro. Mentre lo sfidato procedea risoluto all’offesa, e invadeva il territorio con settantamila uomini e ducento cannoni, gli sfidatori che aveano bandita la guerra nazionale teneansi sulla difesa. Rinnovando gli errori della campagna precedente, erasi disperso l’esercito sopra lunghissima linea da Novara a Parma, talchè Radetzky conobbe facile il separarlo dalla sua base d’operazione che sono Alessandria e Genova, anzichè i Piemontesi separassero lui dalla sua che sono Verona e Mantova. E prima che soccorsi al Piemonte giungessero e neppure si apparecchiassero, una giornata nei piani di Novara (24 marzo) bastò a dare compìto trionfo agli Austriaci.

Le truppe piemontesi disordinate buttansi a saccheggiare Novara: si sparge che Carlalberto tradì, che il Parlamento dichiarò scaduta Casa di Savoja, che Chrzanowsky mandò a morte i generali traditori, battè gli Austriaci, occupò Milano. Ma tutto era consumato. Carlalberto, invano desiderando che una palla il colpisse, abdica e fugge. Se, vinto un’altra volta, avesse subita la pace, rimanea vassallo dell’Austria, debitore di sua corona alla magnanimità del Radetzky, obbligato a espellere dal regno coloro, alle cui speranze avea dato tanti eccitamenti. D’altra parte, se la monarchia sarda fosse caduta, accorreva certamente, se non altro alla partigione della preda, la repubblica francese, portatrice o d’una guerra o d’un esempio che importava rimovere. Ecco perchè Radetzky non si fece difficile, e appena il figlio del re gli si presentò, concesse un armistizio (26 marzo), patto che l’esercito austriaco occuperebbe quant’è fin alla Sesia, e porrebbe presidio misto col piemontese in Alessandria; l’esercito sardo, congedati i corpi lombardi, si ridurrebbe in assetto di pace, e si solleciterebbe una conchiusione.

A Torino s’ignora tutto, e si fantasticano trionfi: confusamente udite le male nuove, il Parlamento chiacchera, fa mozioni e arringhe e invettive; accertate, si cambia il Ministero; notificata poi la mutazione del re, fra gli urli di piazza si dichiara incostituzionale l’armistizio, si chiedono gli estremi sforzi, si vuol guerra, si accusano d’inetti, di traditori i capitani.

È comune l’adoprare la parola tradimento a coprire gli sbagli e impedire lo scoraggiamento; non è raro l’imputare ad uno le ruine sotto cui fu sepolto; ma perfino nella rabbia ripugna il credere a delitti inutili: eppure alcuni non esitarono a sanzionare que’ sospetti, in momenti ove sì facilmente il popolo li traduce in furore.

Da tutti i municipj arrivavano accuse e messi contro del Ministero, contro dei generali, contro del Parlamento. A Genova, in italiani fremiti torcendo la rabbia municipale, si divulga che i Piemontesi sono d’intesa cogli Austriaci per abolire lo statuto, e che marciano insieme sopra Genova (31 marzo), talchè si vogliono le fortezze; vien affidata la città all’Avezzana, esule del 21, con altri eccessivi; si assalta l’arsenale, che con molto sangue è ridotto a cedere; si grida il Governo provvisorio della Liguria; s’invitano i militi lombardi a difendere quella città e lo statuto dai traditori; e ai nemici d’Italia fu nuovamente imbandito il piacere di vedere torcersi contro Italiani le armi che non erano valse contro le straniere.

Il generale Lamarmora, accorrendo da Parma, sorprese i forti, e poichè l’avvicinarsi del corpo lombardo facea temere non ajutasse gl’insorti, si ricorse ai mezzi più terribili, lanciaronsi bombe, e Genova fu presa (11 aprile) per forza, trattata come nemica, principalmente dai soldati che vi stavano dapprima in guarnigione, e che voleansi vendicare degli oltraggi sofferti: sin le relazioni uffiziali confessano trattamenti peggiori di quelli che si attribuivano agli Austriaci: ma i caporioni eransi ritirati; agli altri ben presto si proclamò il perdono, cercando reciprocamente si obliassero «fatti che furono, si direbbe quasi superiori alla volontà umana»[108].