Ad altri gridatori di tradimento, che poteano anche trucidare i Lombardi imputandoli d’avere sagrificato Carlalberto, si diede una soddisfazione, e si declinò il sospetto di complicità, dopo incondito processo fucilando il generale Ramorino (10 aprile), reo non d’avere tradito, ma di inettitudine o disobbedienza, colpa comune a tropp’altri, pei quali egli cadeva vittima espiatoria. Insieme ordinaronsi scrutinj sulle cause del disastro, che ognuno rimbrottava all’altro; e al Ghrzanowsky fu decretato il gran cordone mauriziano[109].

La Lombardia non erasi mossa, o diffidasse, o attendesse gli eventi. Como e Bergamo che aveano preso le armi, lasciaronle cascare al sinistro annunzio. Non così Brescia. Che tante promesse, tante speranze fossero svanite in un battere d’occhio, che il Piemonte non notificasse ch’era impossibile il soccorrerla, parve improbabile: speriamo non fosse che illuso il Comitato di difesa allorchè ingannava il popolo con diversissime novelle di vittorie, per le quali entrò il furore di resistere. Nugent, che era accorso da Mantova, ed erasi già fatto ben volere dalla città, scese per dare le novelle certe, ma fu colpito a morte, e sul suo sepolcro leggesi: Oltre il rogo non vive ira nemica. Il terribile Haynau, venuto da Venezia, bombardò la città (31 marzo) che via per via si difese, e perpetuò col sangue e le lacrime la sua nominanza di prima amica del Piemonte.

Nel qual regno le bestemmie si mutarono presto in commiserazione, poi in inni pel re, il quale alle grandi intenzioni ebbe sproporzionate la potenza del consiglio e l’energia della volontà; sfortunato però anche di lodatori, i quali, col negarne i demeriti, le virtù disabbellirono, mentre degli uni e delle altre faceansi ancora arma a fraterni abbaruffamenti. Era egli fuggito all’estremità occidentale d’Europa, ove fra breve soccombette alle memorie e al crepacuore (28 luglio). Alla deputazione mandatagli dal senato a Oporto, rispondeva: — La Provvidenza non ha permesso che per ora si compisse la rigenerazione italiana. Confido non sarà che differita, e non riusciranno inutili tanti esempj virtuosi, tante prove di generosità e di valore, date dalla nazione; e l’avversità passeggiera ammonirà i popoli italiani ad essere un’altra volta più uniti, se vogliano essere invincibili».

Suo figlio Vittorio Emanuele II trattò della pace; e se era inevitabile quando persin gli amici non parlavano che de’ nostri errori[110], doleva il subire le esorbitanti condizioni che l’Austria imponeva, massimamente in denaro; le si ripeteva di non mettere il re ed i ministri in sospetto alle popolazioni, ma consolidare il principio monarchico, sventuratamente scassinato[111]: dopo lunghissime discussioni a Milano fu stipulata la pace (6 agosto), dove sono riconosciuti i limiti dei due paesi come erano avanti le ostilità, per linea di demarcazione presso Pavia fissando il filone del Gravellone, su cui si porrà a spese comuni un ponte; combinerassi al più presto un trattato di commercio, e per impedire il contrabbando; restano cassate la convenzione 11 marzo 1751, e il decreto aulico 1º maggio 1846 che rincariva il dazio de’ vini di Piemonte; questo pagherà settantacinque milioni per le spese di guerra all’Austria, la quale ritira dal regno le sue truppe. Parma e Piacenza, occupate dai Piemontesi, furono restituite al duca Carlo Lodovico, che ben presto le rinunziava al peggiore figlio Ferdinando Carlo: Modena tornò al giovane Francesco V. Il non essersi, nelle trattative e nella pace, fatto parola contro lo statuto, palesava il nuovo diritto internazionale, per cui nessuna Potenza deve mescolarsi dell’interno ordinamento dell’altra.

I calorosi di tutta Italia s’accoglievano a Roma; i principi spodestati rifuggivano a Gaeta. Il re di Napoli aveva riconvocate le Camere (1848 1 luglio), sconvolte però dal manifesto dissenso de’ ministri, dai tumulti de’ piazzeggianti che gridavano «Abbasso la Costituzione», e dall’esercito che professavasi sostenitore della Costituzione, ma stanco di quei che ne misusavano[112].

Il Parlamento fu prorogato al 1º novembre; e a quell’annunzio le turbe di Santa Lucia prorompono in urli di gioja (8 7bre), ed insultano i deputati; mentre altri lazzaroni gridano «Viva la Costituzione»: la truppa è costretta fare fuoco sugli uni e sugli altri. Eppure il Governo fa rinnovare le elezioni; libere a segno, che il massimo numero sortì avverso alla Corte; nè i giornali la risparmiavano: poi il Parlamento (1849 8 febb.) espose gravami contro il Ministero, che non furono ascoltati; fece leggi che non furono sancite dal re, il quale ben presto lo sciolse, e assunse il governo personale. Non vi resse il ministro Bozzelli, che aveva compilato la costituzione, e che fu proclamato vile e traditore, come chiunque in quel tempo accostò le labbra all’assenzio del potere.

Il re se ne rendeva sempre meno inclinato a condiscendere alle pretensioni de’ Siciliani, che mai non avea potuti sottomettere. Eransi essi tolto a presidente (1848 26 marzo) Ruggero Settimo, il quale si pose attorno i capi della rivoluzione, Mariano Stabile, Riso, Calvi, il principe di Butéra, l’avvocato Pisano, Michele Amari. Risoluti contro gli eccessi, chiudono i Circoli, valgonsi della guardia nazionale per ottenere quiete, mandano per farsi riconoscere dagli altri Governi, e lasciano partire La Masa con cento giovani per la guerra santa, i quali passarono come in trionfo dappertutto, bene accolti dai principi, regalati di filacce e bende dalla granduchessa, a Torino banchettati e arringati: allettati così a pellegrinare cantando anzichè combattere. Abbattute per decreto le statue regie, dichiararonsi scaduti i Borboni (1848 13 aprile); Inghilterra ed altri principi furono contenti dello stacco della Sicilia, purchè essa avacciasse a scegliersi un re, che forse riconoscerebbero; un re domandavano le soscrizioni e le guardie nazionali; e per poco che valesse una corona così incerta, trovava competitori. Era fra questi Luigi Buonaparte[113]. Ma non era ancora il suo giorno e il suo luogo; e poichè allora tutto ventava per Carlalberto, il Parlamento (10 luglio), seduta stante, proclamò Alberto Amedeo di Savoja, tacendo il suo nome usuale di Ferdinando per odio a quel di Napoli. Feste indicibili: ma fu un crescere i sospetti agli altri principi italiani; alfine, sopraggiunti i disastri, il duca di Genova ricusò.

Frattanto surrogano un Ministero (13 agosto), preseduto dal marchese di Torrearsa; quando, caduta Milano, le Potenze suggerivano di riconciliarsi, i Siciliani persistettero al niego; onde il re, non vedendo altra via che le armi, le ingrossò, affidandole al generale Filangieri. Messina avea resistito sempre, in sette mesi mostrando una costanza e un valore, che duole non fossero adoperati alla rigenerazione nazionale. Palermo vi mandava ajuti; ma Filangieri, dopo fiero bombardamento, fu costretto prendere casa per casa in un combattimento durato trent’ore, ove de’ regj rimasero quarantasei uffiziali e mille trentatre soldati. Messina, invano difesa da 15 mila soldati e 150 cannoni, dopo tre giorni di bombardamento e 29 ore di combattimento, cadeva per opera di 6000 soldati, fra cui il 3º reggimento svizzero, con 10 pezzi da 4; con gravi perdite dalla parte dei realisti e poche de’ Siciliani[114]. In Messina tutto andava a fiamme ed eccidio (1849), se i consoli di Francia e Inghilterra non si fossero interposti, chiedendo e quasi imponendo sospensione d’armi, sinchè Francia e Inghilterra decidessero. Allora a torme, come i Lombardi da Milano, dalla desolata patria i cittadini si strascinano fin a Catania e a Palermo, dove il Parlamento rinforza di soscrizioni e decreti per vendicare Messina; ma scarso viene il denaro volontario, e forzarlo non si osa; cercansi gli argenti delle chiese, le cancellate, i candelabri, i tubi del gas, e prestiti forestieri; chiedonsi armati e generali stranieri. Ma le truppe mancano di uffiziali e di disciplina, ed essendo cernite sin dalle galere, sgomentano il paese con rapine ed assassinj; le finanze fanno pelo d’ogni parte; la discordia inviperisce fin tra l’alta e la bassa Camera; ciascun nuovo Ministero perde subito la fiducia, perchè o non reprime i colpevoli o vuole reprimere anche i non colpevoli, e riesce ben lontano da que’ titanici spedienti che ciascuno prometteva quando trattavasi soltanto di parole.

Nè le Potenze straniere ajutavano. La Corte di Torino avea ricusato la corona offerta al duca di Genova[115]; Francia sgradiva il distacco dal regno; Palmerston conchiudeva che non per questo moverebbe guerra al re di Napoli, nè impedirebbe ch’egli la recasse alla Sicilia, ma con parole dissonanti dai fatti, davano lusinghe agl’insorgenti; e gli ammiragli di Francia e Inghilterra sospesero le operazioni militari dell’esercito napoletano, a titolo di umanità e tutto profitto dei sollevati, che poterono procacciarsi armi, vaporiere da guerra, e sistemare l’esercito. Il re mandò da Gaeta un ultimatum (28 febb.), che portava piena amnistia, amplissima costituzione fondata su quella del 1812, salvo ad essi il poter modificarla; Parlamento a due Camere; necessaria la sanzione regia. Quegli ammiragli furono gridati traditori per averla diffusa lungo le coste, e il Ministero siciliano ricusò perfino presentarla al Parlamento «come emanante da un potere, non solo sconosciuto in Sicilia, ma condannato da solenni decreti del Parlamento medesimo»[116]; e «Guerra, guerra» fu l’unica risposta agli ammiragli. Si decreta la leva di quanti sono fra i diciotto e i trent’anni (19 marzo); si disdice l’armistizio, allora appunto che ricominciava la guerra in Lombardia; e cantari e amplessi e tripudj e fiori sugli arrolati; e cinquantamila braccia faticano a scavare un fosso attorno a Palermo.

La guerra trovavasi capitanata ai due estremi d’Italia da due capitani polacchi, Chrzanowsky e Miaroslawsky, il quale sollecitava i preparativi, tenea ben animate le truppe: ma con settemila settecento uomini far fronte a ventimila regolari che assalivano, era impossibile, quand’anche egli non fosse apparso inetto. Vinti dappertutto, la guardia nazionale ricusa persistere nell’inutile resistenza, tanto più dacchè il tracollo del Piemonte restituiva l’Italia alla supremazia austriaca. Il Parlamento adunque declina dai propositi di sepellirsi sotto le ruine della patria; quei che più aveano soffiato nel fuoco, fuggono, per poi dall’esiglio accusare di viltà e tradimento coloro che rimasero; è accettata la mediazione offerta da Baudin ammiraglio francese (26 aprile): ma il re proferisce che «la sua condotta colle città che si assoggettarono, basta a garantire del come tratterà le altre». Pertanto il Governo rivoluzionario rassegna i poteri al municipio; le navi napoletane entrate in porto, intimano sommessione; ne seguono sanguinosi tumulti; chi vuole ammazzare i traditori, già con tal nome indicando i capi rivoluzionarj; chi ancora resiste scompigliatamente. Filangieri acqueta, promette amnistia, eccettuandone quarantatre che lascia partire; condiscende a molte altre domande; infine introduce le truppe regie in città; e l’anniversario appunto della sollevazione di Napoli, l’autorità regia è restaurata (15 maggio). Un maggiorasco di ducenquarantamila ducati premia il Filangieri; e peste, carceri, processi, esecuzioni tengono in freno l’isola come la terraferma.