Piuttosto convulsa che febbricitante, la Toscana persisteva ribelle al granduca, ma il disordine invadeva ogni cosa: deplorabilmente povera la tesoreria; pochissime milizie e indisciplinate, confini indifesi; clero e nobiltà avversi, i democratici triumviri accapigliantisi fra loro; la plebe rompeva ai più insoliti eccessi, guastare la strada ferrata o i fili elettrici, buttare incendj; gli usuraj trafficavano sulle cedole di banco; la concessione comune dell’armi e le bande de’ profughi moltiplicavano prepotenze; intanto si temevano sollevazioni in senso principesco, al modo delle Aretine del 1799. Gli eroi del patriotismo sfogavanlo or calando le campane del bargello per fonderne un cannone; or levando dalla santissima Annunziata una lampada, perchè dono di re Ferdinando; ora minacciando il collegio delle figlie nobili come sconveniente a democrazia. Degli elettori, appena un decimo votarono a nominare i deputati alla Costituente: a Lucca neppur uno; Guerrazzi stesso non la voleva in quell’ampiezza, fosse antiveggenza de’ danni contingibili, fosse ambizione personale, come gli avversarj dicevano. E mentre Montanelli, tutto di Mazzini, volea si proclamasse la fusione colla repubblica romana, Guerrazzi vi si oppose risoluto, nè sì gravi decisioni pareangli da prendersi fra schiamazzi di plebe.

La rotta di Novara dà nuova scossa; vuolsi una dittatura, ed è affidata al Guerrazzi, che arbitro di tutto, con proclami continui e ghiribizzosi opponeasi all’anarchia, frenò la vergognosa indisciplina del Parlamento, mostravasi operosissimo in preparare la difesa della patria, cassava le milizie inutili, spediva ai confini chiunque potesse portare le armi. Allora per accusa, dappoi per difesa si ripetè pensasse ripristinare il granduca: ma se così era, perchè nol fece quand’egli solo padrone? Realmente lo incalzava incessantemente la setta che voleva la repubblica e l’unione con Roma, o piuttosto voleva il disordine e profittarne. Morsicchiato virulentemente da que’ miserabili insetti che cacciansi nelle narici del leone, assalito in piazza con grida di morte, egli stesso nella sua Apologia assicura ch’era ridotto a fare tutto ciò che imponeagli la turba, e singolarmente i Lombardi armati.

Anche l’unico che mostrò vigore era dunque debole.

D’una squadra di Livornesi erasi egli fatto una specie di guardia pretoriana, esecrata per prepotenze e licenze. Alcuni di quella avendo ingiuriata un’ostiera, sono assaliti (11 aprile); presi a fucili, sassate, coltelli, mazze. A grande fatica il Guerrazzi riuscì a metter calma; ma già quei che erano stanchi delle prepotenze, palliate col nome del dittatore, erano prevalsi, e gridavano — Noi vogliamo i galantuomini»; contadini armati, accorrono in città, abbattono gli alberi e le insegne repubblicane; il Municipio, preseduto dal Digny, assume la direzione degli affari, aggregandosi Gino Capponi, Bettino Ricasoli, Carlo Torrigiani, Cesare Capoquadri; e si rintegra il principato (12 aprile). Prima loro cura fu imbrigliare le vendette e salvare il Guerrazzi da morte: tratto in fortezza insieme co’ suoi, tutti vogliono un pelo del leone côlto nella rete.

Se dall’indagine apparve che i reggitori democratici non aveano usato misura nè senno nello spendere, si chiarì pure ch’erano mondi da latrocinj e concussioni[117]. Il Municipio atteggiatosi a Governo, pronunziava avere colla restaurazione voluto «non solo redimere lo Stato dal despotismo d’una fazione, ma salvare il paese dal non meritato dolore d’un’invasione, e il principato rinascente dall’infausto battesimo d’una protezione straniera». E poichè nell’universale adesione della Toscana a gridar viva a chi vince, solo Livorno resisteva, fino a dichiarare interrotta ogni comunicazione colla terraferma, si spedisce a Torino per chiedere un soccorso: e viene risposto, l’avranno se domandato dal duca. Il quale duca, più fortunato di tutti gli altri principi perchè ristabilito dal proprio popolo, per mezzo di Luigi Serristori rimandava proclamando, — Stiano sicuri i Toscani, che porrò ogni studio a risarcirli delle sofferte calamità, e restaurare il regime costituzionale in modo, da più non temere si rinnovino i passati disordini». Ma la spontanea ed unanime restaurazione non rattenne gli Austriaci, coi quali già prima era concertata l’occupazione; il generale D’Aspre invade i confini (24 aprile), e da Massa, Carrara, Pontremoli occupa Pisa, professando venire a rimettere l’ordine, e quella sicurezza «alla cui ombra le istituzioni costituzionali date dal sovrano legittimo potranno gettar forti radici, portare frutti buoni». Livorno che resisteva, fu occupata a forza (22 maggio), coi danni e i micidj inseparabili da un’invasione violenta[118] e dall’impostovi stato d’assedio. E i Tedeschi rimasero nella Toscana in aspetto di conquistatori, fin quando la vergognosa convenzione del 22 aprile 1850 stabilì l’occupazione indeterminata del granducato, che durò fino al 1857. Poi D’Aspre occupava anche Firenze (15 maggio) «come amico, come alleato», ordinandovi il disarmo, e facendosi mantenere. Erasi sperato che le franchigie costituzionali spontaneamente largite dal granduca perchè promesse e meritate (pag. 117), sarieno mantenute a una gente fedele da un principe cui toccava la rarissima fortuna d’una restaurazione popolare; e in fatti quando al Serristori successe un Ministero composto di Baldasseroni, Landucci, Corsini, Capoquadri, Laugier, Boccella, annunziava, governo della Toscana essere la monarchia temperata dallo statuto 16 febbraio 1848, che il principe era risoluto mantenere, sebbene da altri audacemente violato (circolare 1º giugno); al 6 maggio 1852 veniva abolito lo statuto. Non dimenticato.

Restava la Repubblica romana. Abbiamo storie che dicono come tutto vi procedesse con calma, dignità, moderazione, magnanimità, e «implorare la benedizione del cielo sulla guerra della nazionale indipendenza» (La Farina): n’abbiamo altre che denunziano come indescrivibile il disordine nella metropoli (27 genn.), e peggio nel restante paese. Negli uffizj era bisognato collocare persone o senza cervello o senza fama, ritirandosi i migliori; e alle Potenze estere deputare ambasciadori forestieri: il che non poco screditava la repubblica, mostrando i nuovi essere peggiori de’ funzionarj contro cui si era declamato. Parole, discorsi, indirizzi infiniti, ma scarsi atti, e improvvide deliberazioni, prese col sigaro in bocca e fra un andare e venire di giovinastri. Le relazioni degli agenti esteri parlano di continui assassinj commessi in pubblico, al cospetto de’ soldati, talvolta dagli agenti stessi della Polizia: orribili atrocità sarebbersi commesse anche freddamente a Roma, da gente facinorosa: gli atti stessi con cui si tentava reprimerli, ne provano la moltiplicità. Alla nuova della disfatta di Novara, crebbero qui pure l’impero e la risoluzione d’accorrere a ripararvi, a salvare coi repubblicani l’Italia tradita dai re; e si affidarono poteri dittatorj a Mazzini, Saffi, Armellini. Il vulgo intanto ne prendeva occasione a inferocire; insorto ad Ancona trucidò molti, e non v’era chi lo punisse: colà e a Macerata, ad Osimo, a Sinigaglia, dove principalmente si perseguitò la famiglia Mastai, una setta che s’intitolava Infernale, proponeasi di purgare lo Stato da tutte le persone avverse alla repubblica e che questa contaminassero coi vizj, e trucidò un cavaliere Baldelli, i marchesi Nembrini e Censolini, il capitano Del Pinto, il canonico Specchi ed altri «come inonesti ed immorali»[119].

L’indignazione arrivò al colmo da che si seppe avere il papa invocato gli stranieri. Il Ministero cercava modi di difesa; pose la guardia nazionale sotto alla commissione di guerra; creò altri ducencinquantamila scudi di boni del tesoro, iniquamente dichiarando infruttiferi quelli emessi dal Governo pontifizio; ingrossò del 25 per cento il prestito forzoso a coloro che fra sette giorni nol pagassero: ma le finanze erano nell’ultimo sconquasso, che naturalmente attribuivasi ai precedenti Ministeri.

La Costituzione allora compilata (17 aprile), oltre le garanzie consuete, portava abolite la confisca e la pena di morte; il popolo fa le leggi mediante i suoi rappresentanti; il potere esecutivo è affidato a due consoli biennali; tutelano la Costituzione dodici tribuni quinquennali inviolabili e rieleggibili; il diritto di pace e guerra risiede nell’Assemblea, indissolubile, triennale, e dov’è elettore ed eleggibile ogni cittadino di oltre ventun anno; i consoli sono responsali anche l’uno per l’altro, hanno diritto di grazia e facoltà d’eleggere i funzionarj. Alle Potenze diramavansi manifesti, sfavillanti d’eloquenza, speciosi di ragioni; uditi, non ascoltati: e declamazioni contro il tradimento del Piemonte e le riazioni della Toscana.

Di rimpallo da Gaeta protestavasi contro ogni atto della Repubblica, e singolarmente contro l’usurpazione de’ beni ecclesiastici, e l’arresto dei vescovi di Fermo, d’Orvieto, di Civitavecchia, accusati di tramare una controrivoluzione; di frati, supposti autori di scritture sommovitrici, e condannati alle galere. In fatto molte terre rivoltavansi gridando il nome del pontefice, altrove cozzavansi papalini con repubblicani.

La rotta di Novara aveva elevate le pretensioni principesche, fin a domandare l’incondizionata rintegrazione del dominio papale; onde altro scioglimento non rimaneva che l’intervenzione forestiera. Ben merita si indaghi perchè, fra tanti troni scossi e principi sbalzati in quell’anno, solo il papa eccitasse l’universale interesse; scismatici ed eretici come cattolici, principi come repubbliche, Russia e Prussia come Spagna e Francia si offersero a ristabilirlo; da tutta Europa non solo, ma dalle altre parti del mondo, dalla Cina, dall’Oregon, vescovi, Governi, privati, spedivano condoglianze al pontefice ed esibizione di ricovero[120] e sussidj di denaro quando i consueti gli erano mancati. In Francia la rivoluzione romana vi avea perduto le simpatie appena trascese, tutti vedendovi operare colà gli stessi che aveano sovvertito Parigi; molti dipartimenti fecero indirizzi al pontefice; Avignone gli rammentò l’antica residenza; ed essendosi sparso che egli arrivava in Francia, l’Assemblea nazionale interruppe i suoi lavori per decretare i modi di riceverlo, e lasciare campo di corrergli incontro; Marrast, che vi presedeva, «assicura il nunzio che la Repubblica si terrebbe fedele alle tradizioni che palesarono la Francia ospitale ai grandi infortunj, e ossequiosa alle più nobili»; Thiers e Montalembert all’assemblea francese, Donoso Cortes al congresso di Spagna, lord Lansdowne al Parlamento d’Inghilterra eccitavano a sostenere la più santa e rispettabile debolezza, quella dell’oppresso e dell’innocente.