Al primo annunzio della uccisione di Rossi, erasi in Francia pensato accorrere, e domandossi al Parlamento un milione e ducentomila lire. Che se Ledru-Rollin detestava questo spegnere una repubblica sorella, mentre l’articolo quarto della Costituzione portava: «La Repubblica francese rispetta le nazionalità forestiere, non adopera mai sue forze contro la libertà di verun popolo»; Thiers rispondeva essere follia sperar libera l’Italia senza guerra, e guerra non poteano assumersi i Francesi, tanto meno per una nazione che non combatte, e che sta in mano di ridicoli arruffapopolo. Odilon-Barrot ed altri in maggior fama di liberali incalorivano a una spedizione, non per istrozzare le istituzioni democratiche, anzi per consolidarle nella penisola, e farvi rispettare la sovranità del popolo, mettendolo in grado di governarsi da sè col sottrarlo a una fazione assassina, e per bilanciare coll’ingerenza francese l’illimitata austriaca[121]. Anzi il soccorrere o no l’Italia divenne occasione d’una nuova sommossa in Parigi, che vinta, crebbe solidità al Governo, e alla parte che, coll’affisso di cattolica, zelava il ricomponimento della quiete dentro e fuori.

Il Buonaparte, munito dalle antiche aderenze di sua casa e da un nome storicamente famoso, ottenne col suffragio universale la presidenza della Repubblica francese; e professatosi restauratore dell’ordine e della pace, mandò assicurazioni ed offerte al papa, e propose d’intervenire coll’armi, unico modo d’assestare la media Italia, e impedire che ivi pure onnipotessero gli Austriaci.

Questi, comandati da Wimpfen, entrano in Ferrara e in Bologna che di nuovo oppose resistenza, e postone a governo militare il Gorgowsky, dissipate una resistenza coraggiosa del Garibaldi e le inette del Zambeccari non secondate dalla popolazione, occupano senza fatica tutte le altre città di Romagna, ripristinandovi il dominio papale e la legge stataria: e il ministro d’Austria dichiarava proporsi unicamente di soddisfare ai voti del santo padre, identici con quelli del mondo civile, il quale non può soffrire che la libertà e indipendenza ne siano distrutte da una anarchica fazione.

Il presidio d’Ancona resistette ben venticinque giorni, finchè la popolazione domandò la resa, stanca di vedersi insanguinata da civili assassinj. Altri Austriaci dalla Toscana, occupata senza difficoltà, accennavano ingrossarsi a Foligno, e per Val di Tevere congiungersi negli Abruzzi coi Napoletani. Questi avanzarono grossi verso Velletri, e se non era un duro cozzo opposto dalle bande di Garibaldi, arrivavano sopra Roma, munita solo di frasi. Gli Spagnuoli sbarcati a Fiumicino, mossero per l’Umbria superiore; ma nè questi nè quelli contarono nel decorso de’ fatti, tutti dovuti alla Francia.

Questa conservava ancora il nome di repubblica, sicchè sapeva di strano che intervenisse a spegnere una Repubblica, e parve ella stessa vergognarsene col parlare benevolo mentre operava ostile. Oudinot, comandante la spedizione di solo ottomila uomini, da Marsiglia proclamava (20 aprile): «Il Governo, risoluto a mantenere dappertutto la nostra antica e legittima influenza, non ha voluto che i destini italiani possano essere in balìa d’una Potenza straniera, e d’una fazione in minorità. Soldati, inalberate la bandiera di Francia sul territorio romano, affinchè l’Italia deva a voi quel che la Francia seppe conquistare per se stessa, l’ordine nella libertà».

E giunge a Civitavecchia (25 aprile), non dissimulando di volere stabilire il Governo pontifizio, rinettato come già era dagli abusi, e sbarca fra le grida miste di «Viva la Repubblica francese, viva la Repubblica romana»; ma subito dichiara non essere venuto a sorreggere un Governo non riconosciuto, bensì a rannodare tutti gli amici dell’ordine e della libertà: parole inefficaci, come le pompose con cui i repubblicani cercavano insinuare ai soldati francesi di far causa con loro, vedendo l’ordine e la felicità che regnava nello Stato. Qui un turpe intralcio di promesse e negazioni e contraddittorj manifesti, la cui necessità non iscagiona Oudinot, il quale mettea fuori un proclama.

E cresciuto di truppe, batte la marcia su Roma (21 maggio). Ma dodicimila Romani irregolari affrontano i sedicimila Francesi, e per nove ore sostengonsi tanto, che questi «reputano prudente ritirarsi la notte». Tale vittoria di gente che non combatte, acquistò rispetto e migliorò la situazione del Governo[122]; nell’Assemblea di Francia si imprecò ai ministri, che i soldati di Francia mutavano in gendarmi dei despoti, e faceano esecrare la nazione quanto i Croati: ma i ministri trovarono scappatoje, e spedirono Lesseps a proporre che i Romani invocassero la protezione de’ Francesi, riservando al popolo libertà di risolvere sulla forma di governo, e garantendo da ogn’altra invasione straniera. L’Assemblea romana rispondeva, dolerle non sia ne’ suoi poteri di accettare i termini proposti; lunghi furono i parlari: Lesseps consentì forse più che non portasse il suo mandato; Oudinot disdisse gli accordi: perocchè quello teneva sue istruzioni dal Ministero, questo da Luigi Buonaparte[123]. Il quale l’8 maggio aveagli scritto: — Io sperava che gli abitanti di Roma, aprendo gli occhi all’evidenza, riceverebbero un esercito che veniva con una missione benevola e disinteressata. In quella vece i nostri soldati furono ricevuti nemicamente: l’onor nostro militare è impegnato, nè soffrirò che sopporti smacco». Così per punto d’onore la Repubblica francese impegnavasi in una guerra di popolo, deplorabilissima per l’Italia. Ben presto seppesi che una nuova Assemblea aveva approvato la spedizione di Roma, e detto di voler ripristinarvi il principato ecclesiastico. «Coll’uccidere la Repubblica romana vogliono farsi scala a uccidere la francese», gridarono i sommovitori, e spinsero il popolo di Parigi ad un subbuglio; ma assaliti senza pietà, resta affogato nel sangue l’ultimo grido che si levasse a favor di Roma.

L’esercito francese presto ebbe occupato Monte Mario e la villa Pamfili, con cinque batterie di campagna, una d’assedio; ricevette rinforzi e minatori, sin a contare trentaseimila uomini, otto squadroni di cavalli, sessantasei bocche d’artiglieria. I Romani armavano quattromila novecento uomini di fanteria regolare, seimila settecento d’irregolare, ottocentottanta cavalli, centotto bocche d’artiglieria, ma molte inservibili e con esse doveano difendere una mura che gira venti miglia. Lisabe, Sterbini, Cernuschi, lepido e intrepido commissario delle barricate, non requiavano da ordini e decreti, demolire e munire, far dal popolo e dalla guardia civica giurare di morire piuttosto che cedere. Il padre Ventura, filosofo e religioso men accomodante del Gioberti, studiava le guise di conciliare la democrazia col papato, allegando che prima del 1796 il papa non era che patrono d’un aggregato di liberi municipj, talchè diceasi «La santa Chiesa di Dio e la Repubblica dei Romani»: ma il padre Gavazzi e l’abate Dall’Ongaro eccitavano alla difesa della Repubblica come ad opera santa; la principessa Belgiojoso allestiva spedali, a cui le monache somministravano filacce e bende; i declamatori, che allora diceansi missionarj, apostolavano la guerra di Dio e del popolo: e chi potrà ripetere quante si prodigassero parole e mozioni da que’ che non voleano combattere? quanto si spingesse a infocolar l’odio contro il papa? Ciciruacchio andava pei palazzi in cerca delle preziosità, anche di quelle che non poteano servire a fare moneta per Dio e il popolo; oggi progettavasi di bruciare tutti i confessionali; domani, a pretesto di difesa, correasi a disertar le ville, e nella Borghese abbattere quegli alberi secolari, sotto cui la plebe romana solea venire a ricrearsi a spese dell’odiata aristocrazia. Qual tripudio quando in una casa stanavasi un Gesuita, vestito d’altre divise perchè le sue erangli proibite! Fu volta che si colsero alquanti vignajuoli, e come gesuiti mascherati vennero dal popolo fatti in minuzzoli: un prete, per accusa d’avere sparato contro il popolo, fu trucidato a furia: ai vescovi era colpa il carteggiare con Gaeta, quasi là non fosse il loro capo spirituale: un Zambianchi forlivese arrestò nelle provincie quei che credeva avversi alla Repubblica, e chiusili nelle catacombe di San Calisto, ivi li processava e uccideva compendiosamente, finchè i triumviri mandarono a sospendere quel macello, e liberarne dodici frati e preti. Se gli uccisi fossero centinaia o soli sette è varia fama; ma basta pel vituperio suo, e di chi non sapea che «offrirlo all’esecrazione della patria».

Senza esercito regolare nè sperimentati capitani nè buoni artiglieri, eroi improvvisati fecero costar caro l’acquisto della città eterna: fu ammirato uno stuolo di giovani lombardi, che, sebbene alieni dal dogma di Mazzini, pure credettero dell’onor nazionale il combattere e morire; e vi perirono Luciano Manara che li capitanava, il poeta Mameli genovese, il vicentino Zampieri, i milanesi Emilio Morosini, Enrico Dandolo, il cui fratello narrò le loro imprese con quella calma affettuosa che persuade e guadagna gli spiriti.

Mentre questi faticavano, combattevano, morivano, i triumviri e l’assemblea, per far anch’essi qualche cosa, peroravano, decretavano, riformavano, faceano provvedimenti, che atteggiavansi da eroici anche quando insinuati da paura o adulazione della plebe tumultuante; come di dispensare i giovani da esami e studj per ottenere i gradi accademici, di spartire fra’ poveri tutti i beni ecclesiastici, di attenuare il prezzo del sale, di ricoverare la plebe ne’ conventi, restringendo in modeste abitazioni i frati e le monache, le cui masserizie erano date agli asili dell’infanzia; e al popolo dicevano: — Perseverate, voi difendete in Roma l’Italia e la causa repubblicana del mondo». Fra ciò anatemizzavano il papa, la Francia, i traditori, e proseguivano «con calma e dignità maravigliosa l’opera legislativa» (La Farina), come Dio sul Sinai dava la legge tra il fragore delle procelle.