Oudinot, compiti i preparativi dell’assedio (13 giugno), invita ad accettare l’amicizia di Francia; ed ha per risposta «preferirsi la morte all’oppressione». Allora comincia il fuoco, e palle e bombe colpiscono i monumenti sacri all’arte ed alla religione, invano reclamando i consoli esteri, invano esclamando il Governo, — I giovani uffiziali, i nostri improvvisati militi, i nostri uomini del popolo cadono sotto il vostro fuoco gridando, Viva la Repubblica! I prodi di Francia cadono sotto il nostro, senza grido, quasi disonorati; non uno che, morendo, non dica ciò che uno de’ vostri disertori ci diceva quest’oggi: Proviamo in noi stessi qualche cosa, come se combattessimo contro fratelli».
Infervorata l’oppugnazione, la mura fu superata; eppure si continuò a combattere, pronunziando, «Roma rovini piuttosto, ma si difenda in Roma la dignità della stirpe italiana»[124]; poi fu dato l’assalto generale dopo trenta giorni d’assedio, ove i Francesi perdettero mille uomini (30 giugno), fra cui cinquantasei uffiziali, e forse il triplo noi. Il Triumvirato rassegnava i poteri all’assemblea: questa dichiarava cessare da una difesa divenuta impossibile, ma si radunò in Campidoglio a proclamare la allora compita Costituzione, ad ogni articolo urlando «Viva la Repubblica», intanto che i Francesi entravano (3 luglio), ricevuti dalle grida di «Morte a Pio IX! via gli stranieri! morte al cardinale Oudinot!» Perocchè quel che cogli Austriaci non osavasi, qui si continuò, di far proteste e dimostrazioni e sciorinare bandiere: un prete che applause, fu lì lì ucciso e sventrato.
Alfine vi è stabilito il governo militare e il disarmo di tutti, giacchè non finivasi di assassinare Francesi; insieme Tedeum, e panegirici a Oudinot «stromento della Provvidenza, che avea compito un’opera sociale e religiosa, liberalo Roma dalla tirannide straniera»[125]; e il titolo di cittadino romano per parte del Municipio, e una spada per parte degli amici dell’ordine, e il gran cordone dell’ordine Piano per parte del papa immortalarono il capitano, che le bandiere repubblicane sospese in Nostra Donna di Parigi. Colà l’Assemblea nazionale votava ringraziamenti all’esercito e ai capi di esso, che hanno saputo sì bene conciliare i doveri della guerra col rispetto dovuto alla capitale del mondo cristiano: e Luigi Buonaparte, inviando ricompense a Oudinot, l’incaricava di esprimere alle truppe com’egli «n’avesse ammirato la perseveranza e il coraggio nel conservare il prestigio della bandiera francese»: il ministro della guerra assicurava quei soldati che «i loro compagni rimasti in Francia invidiavano il posto d’onore che ad essi era toccato in sorte».
I triumviri ritesserono il viaggio dell’esiglio e le lunghe trame: i conti della finanza trovaronsi limpidi; nelle casse cinquecennovantasettemila scudi; la carta rilasciata dal Governo repubblicano non sommava neppure alla metà di quella decretatagli. Anche gli altri capi passarono in Isvizzera, in Francia, in Inghilterra; Canino da principe romano ben presto mutavasi in principe imperiale: Garibaldi invitava a seguirlo chi fosse disposto a fame, stenti, battaglie per trasportare la guerra nella campagna; e formato un grosso corpo, tentò aprirsi la via per l’Appennino sino a Venezia; ma rincacciato in Toscana dagli Austriaci, sgomentava sin quei che l’amavano con quella banda d’ogni gente, età e figure, lacera, lorda, a colori e foggie strane, carichi d’armi, di pennacchi, di barbe; scioltala poi e travestitosi, fu assai s’egli riuscì a camparsi alla riviera genovese. De’ suoi, molti furono presi, com’anche il padre Bassi, che a Bologna fu passato per le armi, dicesi con segni di gran pentimento: e pare in quella ritirata perisse anche Ciciruacchio. Molti de’ congedati piantarono una colonia a Bahía Bianca fra i Patagoni, con una Roma e il Tevere e il Pincio e l’Aventino, e non senza i delitti della nascente Roma, perocchè assassinarono fin il loro capo Salvino Olivieri.
Tu sola ormai, povera Venezia, tu sola reggevi; eppure, come all’altra tua caduta, t’insultarono, non già i nemici che appresero a rispettarti, ma i sedicenti amici d’Italia, perchè portasti il nome di repubblica senza contaminarlo, perchè meno di tutte le altre insorte avesti delitti e disordini: chi altro non potea rinfacciarti, t’apponeva d’esserti mostrata veneziana più che italiana, municipale più che nazionale. Ma in tempo di rivoluzione chi si cura d’appurare la verità? chi ancor meno di sostenerla?
L’armistizio di Milano non faceva cenno di Venezia se non come di città appartenuta all’Austria; dimenticando che s’era redenta con regolare convenzione, poi liberamente fusa col Piemonte. Per questo abbandono proruppe il malcontento, e dichiarando rotto ogni legame colla Sardegna, un’altra volta Venezia si trovò libera di sè, e un’altra volta (20 agosto) scelse il Governo a repubblica; e Manin, assumendo i pieni poteri col colonnello Cavedalis e l’ammiraglio Graziani, proferiva non doversi avere alcun colore politico, ma occuparsi solo della quiete interna e della difesa esterna. Era dunque un Governo di mera conservazione; e Manin (21 agosto), in una memoria a Palmerston, capolavoro di limpida, calma e piena esposizione, annoverava il diritto storico di Venezia alla propria indipendenza, e come l’avesse acquistata nel marzo: «non avendo tradizioni monarchiche, non aristocrazia ricca, istrutta e possente, proclamò la repubblica democratica, cioè quel governo che legalmente esisteva quando l’iniquo trattato di Campoformio costituiva di fatto l’austriaca dominazione. Ma Venezia intendeva operare, non secondo interessi e ambizioni municipali, bensì per l’interesse comune di tutta Italia; perciò ripetutamente dichiarava che il reggimento da lei proclamato era affatto provvisorio, e che, finita la guerra d’indipendenza, i rappresentanti di tutte le popolazioni italiane avrebbero deciso sul compartimento territoriale e le forme governative, secondo che dal comune italiano interesse fosse richiesto».
Ma oggimai il punto non stava nel liberare l’Italia, bensì nel tenersi a galla tra il naufragio universale, e forse aver buoni patti nelle conferenze di Brusselle. Bastide, il più liberale fra i ministri della Repubblica francese, avea preso appiglio dall’Italia farà da sè, per non soccorrerla, dicendo che, se fossero stati richiesti in tempo, i Francesi sarebbero accorsi, mentre non se n’era mostrato che paura[126]. Venezia invece era incolpata dagli Italianissimi d’avere fin dall’origine sperato nella Francia; ora essa Repubblica ricorreva ad una Repubblica; il Governo di Francia, sollecitato da Tommaseo e Mengaldo, vedea volentieri un’occasione di far contrappeso al funesto armistizio, e di mostrare che non era finito tutto, serbando così titolo d’interporsi[127]. Ma essendosi intanto suggerita la mediazione pacifica, si richiamarono i tremila uomini, de’ quali erasi ordinato l’imbarco.
Il barone Wessenberg (6 7bre) al signor La Tour incaricato degli affari di Francia, mostrava il diritto che, malgrado l’armistizio, all’Austria competeva di sottomettere Venezia: pure prometteva che, se questa e qualunque altra parte del Veneto non ancor occupata ritornassero al dominio austriaco, avrebbero intera amnistia, e le istituzioni liberali, fondate e calcolate sulla nazionalità, che l’imperatore si obbligò di dare alle provincie lombardo-venete. E il 10 settembre insistendo presso il visconte di Ponsonby, ambasciadore inglese, perchè il Governo sardo cominciasse le trattative di pace, soggiunse: — L’Austria, limitando le proprie esigenze allo stretto diritto, allo stato di possesso garantitole dai trattati, e obbligandosi di dare alle sue provincie italiane le istituzioni più liberali, fondate sulla nazionalità della loro popolazione, offerse tutte le agevolezze che se le poteano chiedere per giungere alla pacificazione».
A Venezia trovavano bel campo quelli che voleano fare l’eroe con poco rischio, sebbene i veri prodi sapessero cogliere occasioni di mostrare valore nelle sortite. Mentre questi mostravansi disposti a sostenere il giuramento di perire abbracciati all’ultimo cannone che sparasse contro lo stendardo giallo e nero, si arrabattavano gl’irrequieti e gli appaltoni di tumulti e dimostrazioni; moltiplicavano feste per tutte le vittorie che si sapeano o fingeano, feste per dedicare i vecchi caffè al nome del padre Bassi, del padre Gavazzi, dell’avvocato Zannini, feste pel vicino arrivo di centomila Ungheresi, che, sparpagliato l’esercito austriaco, accorreano a liberare l’Italia. Alcuni de’ più fervorosi, come i poeti Revere e Dall’Ongaro veneti, Maestri lombardo, Mordini toscano, clamorosamente insistevano perchè il Governo s’intitolasse lombardo-veneto; Correnti predicava il Piemonte. Proclamatasi la Costituente italiana, davasi aggravio al Manin di non secondarla, di comprimere, anzichè eccitare gli spiriti: cartelli sediziosi e giornali virulenti l’attaccavano: stanco de’ quali, il popolo gridava viva a Manin, e morte al Sirtori, animoso lombardo, che credeasi consigliatore di estremi: i caffè denunziavano come spie gli scalmanati; certo rendeano impossibile il governare, finchè Manin osò quel che nessun altro, mandarli via, e subirsi le taccie di tiranno, d’inquisitore di Stato.
All’annunzio che il Piemonte tirava di bel nuovo la spada, Manin rispose lietamente, cercando accorressero al campo quei che inutilmente sbraveggiavano per piazza; Pepe proponeva che l’esercito sardo si dividesse in due, e mentre l’uno proteggeva da Alessandria i confini, l’altro volgesse a Padova, e si congiungesse col veneto, ch’egli in fatto dispose per raggiungerli a Rovigo, e prendere gli Austriaci di fianco: ma si seppe all’istante medesimo la mossa e la rotta. Haynau, grondante del sangue di Brescia, corse a intimare a Venezia che omai cessasse da un’inutile resistenza, quando ogni speranza era caduta; ma l’Assemblea decretò (2 aprile): — Venezia resisterà ad ogni costo. Manin è investito di poteri illimitati». Il decreto fu impresso in medaglie; e di fatto la Donna adriaca mostrò l’eroismo degli ultimi giorni, come Milano avea mostrato quello dei primi. Radetzky, vincitore del Piemonte, venne a posta a Mestre «per esortarvi un’ultima volta, coll’olivo in una mano se date ascolto alla voce della ragione, colla spada nell’altra per infliggervi la guerra sino allo sterminio se persistete nella ribellione»: ma il presidente non potè che notificargli il decreto dell’Assemblea.