Perchè non fossero sole parole, bisognò pensare seriamente alla difesa. In ottocentomila lire consistea tutta la ricchezza della Repubblica quando fu proclamata, nè proventi offriva una città senza territorio, senza commercio: eppure tre milioni al mese voleansi per le spese. Si chiesero gli ori, e volenterosi li diedero i signori: nè fu mestieri di provvedimenti, quali fece la grassa Lombardia, di sospendere i pagamenti del Monte e toccare il deposito dei pupilli; si aperse un prestito di dieci milioni con ipoteca sui palazzi pubblici; ma sebbene per le terre italiche si facesse un gran parlarne in prosa e in versi[128], e un gran sottoscrivere centinaja di migliaja di lire, appena mezzo milione vi arrivò: stabilita una banca, che emise biglietti di corso forzato; il Comune venne a sussidio o garanzia, mentre i privati offrivano cambiali, letti, vesti, biancherie; dipoi il Piemonte vi decretò seicentomila lire al mese, ma presto dovettero cessare.
Europa ammirava quella magnanima, pure non la soccorreva. Le difese di Venezia abbracciano da settanta miglia, divise in tre circondarj: il primo dalla città va a Fusina, poi per Malghera giunge alle Porte grandi del Sile, girasi a Treporti, finisce a Sant’Erasmo, con diciannove forti sopra quarantadue miglia: il secondo è la linea di Lido, dalla punta San Nicola a Malamocco, Alberoni e fin all’estremità de’ Murazzi di Palestrina, per venti miglia con tredici forti: il terzo abbraccia Chioggia e Brondolo sin alla foce della Brenta con sei porti. È dunque tenuta inespugnabile da chi non sia provveduto di buona flotta: il ponte meraviglioso, che con ducenventidue archi unisce Venezia al continente, opera appena finita l’anno avanti, fu rotto e fortificato[129]: i pozzi artesiani di recente trivellati, supplirono al difetto d’acqua.
Trentamila Tedeschi, liberi omai da ogn’altro nemico, circondavano la laguna col generale Haynau e con tremendo materiale d’assedio, mentre la flotta austriaca si affacciava ai Murazzi. Il genio, l’artiglieria, gli zappatori austriaci ebbero a sostenere sforzi portentosi onde macchinare via via i mezzi di attacco: intanto che gli eroi improvvisati di Venezia profittavano della docilità della popolazione e della conoscenza dei luoghi per respingerli; e se la flottiglia avesse ella pure messo altrettanto d’ardore e di costanza, forse non bastavano i tesori e le ventimila vite che l’Austria dovette scialacquare per recuperare Venezia, a più caro prezzo che non le fossero costate le due campagne di Piemonte.
Il forte di Malghera, difeso con perseveranza eroica, fu forza abbandonarlo (27 maggio): e rotte le trattative, e dissipata ogni speranza su forestieri, pure si volle resistere, sovrapponendo alla guerra il generale Ulloa napoletano, il Sirtori milanese, il veneto Baldisserotto. La nuova dittatura pareva elidere la prisca, ma l’amor patrio evitava gli urti, e Manin seppe imbrigliare gli scalmanati, affrontava non solo le bajonette, ma che, più costa, le ingiurie e i vituperj de’ falsi patrioti: egli solo fra i governanti dell’Italia conservossi non soltanto, ma ricuperò la devozione del popolo; i barcajuoli gettavano i berretti e se medesimi sotto a’ suoi passi quando andava all’arsenale; e mentre tutt’altrove il potere sbolzonavasi da una mano all’altra, egli il tenne fino all’estremo.
Il ministro De Bruck, notissimo ai Veneziani perchè anima e testa della società triestina del Lloyd, venne a trattare[130]: e i nunzj di Venezia vollero conoscere la costituzione che l’imperatore d’Austria prometteva ai Lombardo-Veneti; e la dispettarono, perchè le cariche amministrative non erano tutte serbate a Italiani: perchè i diritti fondamentali poteano essere aboliti in tempo di guerra o sommossa; perchè la parte più importante della legislazione veniva riservata al Parlamento viennese, anzichè all’Italico; perchè non creavansi eserciti nè flotta italiani, nè si stabiliva rimarrebbero in paese.
Così Venezia, incolpata allora e poi di municipalismo, fu la sola che, quantunque abbandonata dalla flotta sarda e dai sussidj fraterni, e bloccata sempre più strettamente, in quegli estremi trovasse coraggio per discutere sulle franchigie, promesse al regno lombardo-veneto.
Ma il tempo dei patti era passato; e compresse tutte le rivolte e tutte le speranze, Radetzky intimava d’arrendersi a discrezione. Al 28 luglio arrivarono le palle fin presso la piazza, lanciate dalla distanza, fin allora insuperabile, di cinquemila ducento metri. Dal quartiere di là da Rialto si stivò allora la gente in quel di Castello, serenando sotto le procuratie, e principalmente ne’ giardini pubblici; la fame s’incrudiva, dovendo misurarsi a miccino un miserabile e schifoso alimento: poi più non restava un tozzo di pane, non un sacco di farina, e il mare era chiuso. Gli animi conservavansi tranquilli e fin sereni: ma nei corpi illanguiditi imperversò il cholera, che straziava i feriti nello spedale e la plebe accumulata, e in un mese seimila seicentrentaquattro persone colpì, n’uccise tremila ottocentrentanove. Di fuori giungevano notizie sempre più sconsolanti; caduta la Sicilia, caduta Roma, agonizzante la repubblica francese negli abbracci napoleonici: erasi sperato nell’Ungheria, poi, mentre s’aspettavano gli eserciti promessi da Behm e Kossuth, si seppe anche quella rivoluzione soccombuta alla fortuna dell’Austria e, solita canzone, ai tradimenti. Non era più costanza ma ostinazione il resistere, e l’Assemblea decretò si trattasse col nemico (22 agosto). Radetzky consentiva piena amnistia, solo obbligando alcuni a partire; si conserverebbe valore alla carta moneta comunale, spegnendola a carico della città stessa[131]; nessuna multa di guerra.
I disfrenati che suscitavano tumulti quand’era bisogno di ordine e calma, cercarono insozzare quell’agonia col volgere l’ira del popolo e fin i cannoni contro Manin, gridato traditore; ma egli potè ancor una volta, mediante il popolo, imporre alla ciurma battagliera e scrivacchiante; e arringato dal solito balcone del palazzo ducale verso Piazzetta, scende colla spada in pugno, e dissipa i tumultuanti; essi rannodansi a Santa Lucia, ed egli con pochi gendarmi e Svizzeri, di cui erasi fatta una guardia, va a disperderli senza sangue. Allora, rassegnati i poteri, avviossi all’esiglio, dopo perduta una ricchissima clientela e i pochi averi suoi: ventimila lire gli furono decretate dal municipio, in benemerenza della mantenuta quiete; or vive di fare scuola, e gli eroi gli ammanniscono il pane dell’insulto.
Il 28 agosto l’aquila bicipite sventolava ancora dai pili di San Marco.