Adunque desiderj, concessioni, riforme, esplosione, anarchia, reazione si succedettero con rapida vicenda, questa volta come le altre, e nulla meglio istruendo delle altre volte. Delle quali abbiamo veduto riprodursi il decorso e gli errori, e sempre a chi citava il passato rispondersi, — Ma adesso è tutt’altra cosa, adesso l’idea è più diffusa, il popolo vi ha parte, la ragione è maturata»[132].
I fatti, e ancor meno i sentimenti si presumerebbe dedurre dai giornali, dai libercoli, dai manifesti d’allora, nè tampoco dalle dicerie alle Camere o dalle relazioni d’inviati e ministri, improntate della fisionomia personale, e sottomesse alla necessità o di attutire, o d’infervorare, o di sottrare se stessi all’insulto plebeo, o di ottenere applausi col blandire le vulgarità. Coloro che più tardi tolsero a parlarne con serietà e connessione, acquistano valore quando espongano atti, di cui furono testimonj o parte: ma poichè solo i grandi e i furfanti hanno coraggio di confessare i proprj falli, e i governanti di quel tempo non erano nè l’uno nè l’altro, i più si restrinsero ad apologie di sè, a requisitorie contro gli avversi, riboccanti di quell’individualità che rivela anima e intelligenza mediocre; e dove, non che aver appagata o assopita la propria coscienza, nè tampoco all’amor proprio soddisfecero, giacchè provocarono ricozzi fino alla calunnia, e finirono col rimpicciolirsi nell’esiglio e nella sventura che suole ingrandire.
I forestieri ci pajono la più parte ingiusti e parziali; e fino i migliori, quelli che trattano d’arte militare, cascano nell’assurdo quando toccano al civile. De’ nostri i più scrissero ostilmente, perchè chi loda ha aria di adulatore, di franco chi maligna; oppure sistematicamente vantarono un partito e incriminarono l’avverso, a persone vive e onorate imprimendo stigmate d’infamia senza processo, coll’iniquità che si rimprovera alle corti statarie, supponendo uno onesto fin a un dato istante, e ribaldo e scellerato dopo quell’istante, senz’avvertire il perchè di tale mutazione[133]. Ve n’ha che, complici o godenti, ogni disgrazia spiegano col tradimento, stile da caffè; ovvero colla superiorità della forza, che è un precipitarsi nel fatalismo e umiliarsi in eterna inferiorità; o come il vulgo, incaricano di tutti i danni i Governi, riuscendo così insulsi giudici e assurdi maestri. Ve n’ha che non immolerebbero mai i rancori personali alla verità o alla patria; lodando o biasimando per proposito, per nomi e prevenzioni, gli scrittori municipali, restringono la morale e la politica a parziali aspetti, dando valore a fatti e aneddoti che immeschiniscono i concetti: mentre lo storico, siccome l’oratore, è fuoco fatuo, che brilla non riscalda, abbaglia non guida, e produce effetti talor perniciosi, sempre effimeri, ogniqualvolta non si palesi grave, convinto, disinteressato. Alcuni vivranno malgrado la passione, o forse a causa della passione, perchè generosa e sincera. Montanelli volle onestare la propria causa colla virtù e la gentilezza, e farla amare, mentre Guerrazzi alla sua sospinge a sferzate, colla rabbia di chi soccombette e non può dire senza colpa. Farini vale nell’esporre i i Governi, le cospirazioni, la diplomazia, e coll’intrepido pronunziare e con certa dignità retorica acquista autorità. Ranalli, anch’esso di stile accademico, approfonda le tresche de’ cospiranti e il vigore delle moltitudini, attribuisce le colpe anche di queste ai governanti; ma rifacendo il proprio lavoro, ebbe la lealtà troppo rara di ricredersi d’opinioni e di fatti.
Appartengono alla polemica, quando anche assumano proporzioni di storia, i racconti di Cattaneo, Ricciardi, Anelli, La Farina, La Cecilia...: interesse di romanzo ispirano Dandolo, Ulloa, la Belgiojoso, i narratori della guerra di bande. La turba desidera situazioni e giudizj ricisi; e allettata al linguaggio delle passioni, vuole panegirici o imprecazioni sulle persone e sui fatti che o carpirono ammirazione ed amore, o attrassero odj e spregi, del pari subitanei ed esagerati, portanti il carattere violento della passione, e l’instabilità che della violenza è espiazione. Il crepuscolo avversa del pari e la notte e il sole, perchè al pari lo dissipano: laonde la limpida sposizione dei fatti, che scoprirebbe l’erroneità dei principj, è bestemmiata dalle plebi, che gridano morte a Cristo e salute a Barabba. Troppi attesero a contentarle; troppi rinnegarono quel serio e modesto pudore che riconosce e i falli proprj e i meriti degli avversarj, quella lealtà che fa preferire la sicurezza della propria coscienza al trionfo delle proprie idee, quella sana imparzialità che deriva dall’abbracciare molte cose, e che è di buona giustizia insieme e di buon gusto; trascurano di ponderare la verità e fin la probabilità degli avvenimenti, quand’anche abbiano la sincerità di palesarli. E questo mostrare retorica invece di convinzione, quest’arzigogolare di sentimentalità quando fa mestieri di fredda ragione e di riverenza ai fatti, questo pretendere col fumo delle chimere colmare l’abisso che separa la difettosa realtà delle cose dall’ideale perfezione, convincono che poco s’imparò, e che domani ricominciando inciamperemmo alle stesse pietre, avremmo le stesse ignoranze e, ch’è peggio, le stesse mezze cognizioni, che furono causa principale della mostrata inettitudine[134].
Decomporre con rispetto quella miscela di lagrime e di sangue, non a servigio d’un partito, ma per isvolgere quello spirito politico, che è l’intelligenza del ben pubblico e il coraggio di farlo prevalere, in modo da farsi udire alla posterità, non è a sperare si faccia mentre così recenti sono le impressioni personali, i rancori di parte, le permalosità di parentela, di paese, di classe; e per affrontarli vuolsi un coraggio ch’è raro, un’abnegazione ch’è eroica, perchè tocca a ciò che l’uomo ha più caro, la reputazione propria; perchè, fra tepidi amori ed ire bollenti, si è certi di spiacere a tutti i partiti, di vederci decretate le gemonie anche mentre ci benedicono le anime schiette. Chi (primo distintivo de’ pensatori) si sottragga alla tirannide di qualsiasi fazione, resista alle idee d’un’età anche lusingandole, risoluto di non mancare alle proprie convinzioni per paura d’essere mal inteso o mal giudicato; accetti le dure conseguenze de’ fatti compiuti, e, pur vedendo il meglio, contentisi del bene; avendo già fatta la propria rivoluzione, al giungere della pubblica sappia cercare temperamenti e transazioni fra le opinioni proprie e le necessità dei tempi: colla confidenza in sè che, appoggiata a forti studj, è la condizion necessaria allo schiudersi de’ grandi talenti, osi repulsare l’errore con tutta l’energia che permette la pulitezza, e per amore dell’umanità calpestar vipere che certo lo morsicheranno; si proponga di restaurare la facoltà che nelle rivoluzioni più deperisce, il buon senso; abbondi di quell’attitudine pratica che, come nelle procelle, non guarda indietro ma avanti, e senta la necessità di compatirci tutti ove tutti errammo, quello potrà divenire fisiologo, non patologo della rivoluzione.
Della quale, chi attenuò il merito de’ cominciamenti perchè favoriti da opportunissime contingenze, confessi che per grandi sfortune essa fu precipitata dappoi, e per le condizioni generali dell’Europa. Intanto era la prima volta che si trovassero a fronte i tre poteri della società; principi, plebe, popolo: quel de’ primi espresso dall’esercito, dalle ordinanze, dallo stato d’assedio; quel dei secondi dalle grida, dai giornali, dalle dimostrazioni piazzesche; quel del popolo dal pensiero, dagli interessi, dalla morale. E chi ha mai veduto tirocinj senza errori? qual meraviglia se Governi radicali, sostituiti repente a Governi petrificati, nell’incessante barcollare non mostravano nè coerenza, nè decoro? Le doti che costituiscono un buon capo non sono quelle che fanno buoni amici; nè il suffragio delle moltitudini s’acquista colla severità, l’esattezza, il sentimento della propria dignità. Quei capi governavano a sproposito, con deliberazioni lente, con partiti medj, colla debolezza che fomenta l’insubordinazione dei governati: ma perchè non furono deposti? e perchè i surrogati non apparvero migliori? e perchè l’audacia, indispensabile nelle rivoluzioni, si manifestò soltanto ne’ piazzajuoli che cogli articoli o coi fischi insultavano a principi fuggiaschi o a governanti inermi?
Era anche la prima volta che Italia affrontasse grandi Potenze con vera guerra; e i vilipendj consueti dovettero ammutolire quando, non solo eserciti disciplinati, ma gioventù inavvezza, popolazioni pacifiche, città aperte, sfidarono la morte, sia coll’impeto istantaneo, sia colla più difficile perseveranza, e fin dopo sconsolati dello sperare. Ma l’inesperienza bellica ci avea fatto credere bisognasse munire ciascuna città; quasi le piccole e particolari difese vagliano contro a grossi eserciti e al fulminar delle artiglierie; quasi da popoli civilissimi e in pingui contrade possa aspettarsi l’eroismo de’ semibarbari: nè tampoco comprendemmo che i pochi e novizj, sorti a combattere un esercito agguerrito, devono evitare gli scontri di fronte, moltiplicando invece gli urti di fianco, dove anche il coraggio inesercitato assai vale se diretto da buoni uffiziali; ma che in nessun caso possono oggi vincersi le guerre senza la grande strategia.
Appunto in vista di tali difficoltà, da trent’anni i pensatori, fedeli alla dolorosa teoria delle proteste, adoperavano per rimutare la potenza dalle spade alla ragione, e sfuggire la rivoluzione, la quale impianta la forza sopra al diritto e al dovere; ammazza le libertà coll’opprimerle quando trionfi, col farle temere quando vinta le invochi; prepara i popoli alla tirannia col meritarla, e ve li fa rassegnare per paura di peggio; scalza quanto rimane di fermo nelle coscienze, di generoso nelle convinzioni; deprime i caratteri, induce il bisogno di stordirsi, disvia dalla legale resistenza, avvezza al provvisorio, a confidare nel caso e nell’imprevisto. Il movimento cominciò pacifico, e i moderati dicevano, «Badate di non porgere pretesto a snudare le spade, perchè in quel giorno perirete»: in fatto, ogni volta che col subbuglio si provocò la forza, noi fummo percossi, trucidati, sbanditi; nel 1848 sfidammo il nemico in campo, e dovemmo soccombere, come succede ogni volta che al desiderio non corrispondono le forze o alle forze la volontà.
E la forza trionfò di nuovo; ma noi continuammo a credere che una nazione vale per quello che pensa, ancora più che non per quello che fa, e sono le grandi idee che menano alle grandi cose. Più dunque che imputare altri, noi credemmo obbligo di esaminare noi stessi; e questo ci condusse anzitutto a confessare che si procedette senza sincerità, anzi coll’aborrimento dalla verità; ed oltre che è natura delle fazioni ostentare un fine diverso dal reale, il sincerare i detti o gli atti dichiaravasi codardia e tradimento; si crearono fantocci ideali invece di persone; parole chiare e precise furono stiracchiate al senso delle passioni nostre; non uno dei mali accadutici arrivò senza essere predetto; predetto anche da voci ascoltate, ma che cessavano d’esserlo all’istante che diceano quello ch’era, non quel che si volea che fosse. Così tutti abusarono del principio, e traviarono nelle conseguenze. I politici dozzinali smarrironsi, perchè tenevano in veduta unicamente la nazione, mentre il mondo è invaso da idee, da interessi, da concetti, da fatti, che travalicano le angustie della nazionalità; e male attribuivano a persone singole quel ch’era sentimento della progrediente società, nel vortice della quale se vuolsi che non venga assorbito l’individuo è necessario accrescergli vigoria.
I mutamenti riescono durevoli allorchè i più trovinsi d’accordo sopra un punto, e a questo convergano l’attenzione e le opere. Qui invece si volle innovare il tutto d’un colpo; modo di scontentare chi perde il goduto, nè ancora coglie lo sperato. Predicavasi l’affratellamento, e ciascun popolo o città o uomo adocchiava a convenienze particolari, dando agl’interessi privati il linguaggio e la maschera di interesse pubblico. Si ricantava la libertà, e s’impediva di fare, e nè tampoco pensare altrimenti, e dichiaravasi tirannide la repressione della licenza. Si tolse per iniziatore il papa, ma bestemmiandolo appena resistè alla corrente. Dai principi chiedeasi appoggio e spinta, e non si dissimulava di volerli sbattere appena cessassero di parer necessari. Era primo proposito l’emancipazione dagli stranieri, eppure quanto e più che da quelli si aborriva il dipendere uno dall’altro. Le grida di piazza doveano riscuotere assenso e lode a Torino e a Palermo, infamia a Napoli; parer sante come il martirio a Milano fino a un dato giorno, e dopo di quello sediziose. Ai soldati imponeasi di faticare, soffrire, vincere, e intanto se ne impacciavano gli atti e calunniavano i consigli, e moveasi querela del troppo che si facea per loro. Il suffragio universale dovea valere per fondere la Lombardia col Piemonte, non per istaccare la Sicilia da Napoli. La logica è più potente che non si creda.