Ora è doloroso e istruttivo il confessare come le nazioni dalla nostra rivoluzione ritirassero le simpatie, che universali aveano concedute ai primi agitamenti. I Francesi del Governo parlavano di carpirsi la Savoja non solo, ma e il contado di Nizza; i Francesi avversi al Governo tentarono invadere e ammutinare la Savoja; mentre improperj ci erano lanciati dalle loro tribune, conforti ci venivano soltanto da pochi che voleano carezzare il vulgo fraseggiando la disapprovazione: la Dieta tedesca, attarantata di libertà, pure giudicò micidiale alla Germania lo staccare il Veneto dall’Austria: il demagogo Kossuth esibiva a questa ducentomila Ungheresi per reprimere l’Italia: a Radetkzy accorrevano studenti dalle Università austriache, crociati opposti ai nostri: da Inghilterra avemmo benevolenze, arringhe, libri; ma combattenti, prestiti, doni? Quegli stessi diplomatici che a suono di mani gridavano «Viva Italia», a noi dicevano all’orecchio, «Rassegnatevi e sottomettetevi»; e ai padroni, «Uccideteli pure, che n’avete diritto». E appena la cacciata del papa ne offrì un pretesto, sorse gara fra tutti gli stranieri nello spegnere questi incendj.
Eppure anch’essi devono convenire che, se nel moto rimasero mediocri i mediocri di prima, se nei capi apparvero inettitudine e deficienza di senno civile e di militare educazione, in nessuno si videro le colpe dell’avidità, e onoratamente tornarono i più a guadagnarsi la vita faticando. Fra i deplorabili dissensi, tra l’urto di conservatori pusillanimi e di progressisti sovversivi, la nazionalità che dapprima era memoria, divenne affetto, e ne fu sentito più comunemente il bisogno, espresso da singhiozzi prima, dall’esultanza poi, infine dalle proteste. Verrà esso soddisfatto? Sì, purchè senza violare il diritto e la morale, senza persecuzioni: sì, qualora non si confonda l’unità nazionale coll’unità amministrativa: sì, qualora agl’inni non si surroghino elegie, cioè sempre lenocinj e sentimentalità laddove occorre robustezza d’abnegazione; qualora si cerchi come operare, più che non pretesti a non operare e lo sciocco onore di non essere nulla, non mescolarsi di nulla: nè si inglorii d’eroica astinenza quel dormiveglia di chi non sa cosa fare, e da cui appena tratto tratto riscuotono i bottoni di fuoco; qualora si assuma il coraggio di confessare i proprj sbagli, e nel ravvedimento ritemprarsi; qualora l’indipendenza la cominci ciascuno da se medesimo, fidando nell’energia personale, sviluppando le proprie facoltà, non questuando dallo Stato onori e profitti a scapito della dignità, che poi credesi di ricuperare col dir male e fare un’opposizione frivola e di calcolo.
I giornalisti, la cui autorità è sempre grande in tempo e fra persone che non istudiano, e che, abdicando alla propria, si rassegnano a pensare colla testa altrui, erettisi tiranni dell’opinione, blandendo agli ignobili istinti col gettare l’oltraggio in faccia alle persone e alle cose che la nazione era abituata a venerare per scienza, per politica, per virtù, creavano abilità e virtù fittizie; inducendo a tremare di mali finti, accecavano sui veri, ch’essi non conosceano per imperizia o dissimulavano per pravità: quel baratto di lodi e strapazzi; quel farnetico ora di denigrare ora di esaltare senza nè verità nè riflessione, stillando il biasimo nelle lodi; quella baldanza di rancori servili, quella gelosia del bruto contro ogni merito che trascenda la mediocrità, quell’adulare alla ciurma illusa o vendereccia ch’essi intitolavano popolo, sbigottì i buoni, che di rado sono eroi, e ancora una volta il numero impose al merito, cioè la forza all’intelligenza; ed anche nel campo di questa restò la sovranità del vulgo, che fu il vero nemico in tutte quelle vicende.
All’ombra di costoro vegetava la fungaja delle stemperatezze; una folla impressionabile, come i solfanelli, accesa al minimo attrito, spenta al minimo soffio, che cangia convinzioni a norma della gazzetta che legge o del buffone che la fa ridere: una furia di sollevare la inesperta democrazia al posto cui richiedonsi e abilità e pratica e stima e disinteresse; un’esuberante fede nell’attitudine dei novizj; una presunzione in sè, che fa ripudiare la mano del fratello; una dicacità, che può spingere a morire, ma non riesce a dar vittoria; un preferire il trionfo de’ concetti giornalieri al trionfo della coscienza; un ricusare il bene evidente per ismania d’un bene fantastico; un repudiare il tempo, il quale annichila le opere fatte senz’esso. Così ognuno vuole pagare la propria quota d’illusioni: così, sordi agli avvisi della sperienza, si attende solo ai colpi delle catastrofi.
E s’altra volta mai apparve manifesto che, nell’individuo come nelle nazioni, il trionfo più difficile è quello sovra se stessi: giacchè molti seppero sacrificare la vita, non le passioni, che pure compromettevano il bene generale; pochi rinunziare a quella popolarità, che è l’appoggio e il pericolo delle anime fiacche; pochi mostrarono sapienza civile, robusta moderatezza, abilità riordinatrice, quel buon senso che, risolutamente volendo i beni essenziali, si rassegna agl’inconvenienti inseparabili; quella indipendente probità, che non vacilla secondo le tesi e antitesi della politica, tutte egualmente vere o false, perchè non hanno in sè la ragione dell’essere, ma sono spinte dal movimento sociale che sempre le alterna.
Da ogni paese, oltre quelli che morirono d’angoscia od impazzirono, migliaja esularono, o costretti, o per moda, o motivi vergognosi mantellando di martirio. Il Piemonte principalmente ne riboccava; e mentre gli onesti e laboriosi vi trovarono onore e guadagno negli impieghi, nell’avvocatura, nell’istruzione, nella stampa, ne’ tanti lavori pubblici, e potentemente contribuirono a inoculare al paese ciò che di meglio offriva l’esperienza degli altri, la tempesta buttò sulla riva e schiuma e immondezze; e pretendendo pane, posti, potere, influenza, senz’abilità nè onoratezza nè fatica nè merito, sotto ai portici, nelle botteghe, ne’ circoli mantenevano una postuma convulsione galvanica; continuando i fischi anche dopo lo spettacolo; nè precedenti onorevoli nè nome illibato nè carattere venerando lasciavano immune; come in un incendio di cui i campati s’accusassero a vicenda, palleggiavansi ingiurie e oltraggi, persistendo nel satanico uffizio di rinfocolare le ire fraterne, di scagionare persino i tiranni col falsarne od esagerarne le colpe. Quelli che, stando in panciolle, aveano esclamato «vincemmo alle barricate, combattemmo a Pastrengo, repulsammo i Francesi da Civitavecchia», diceano poi «Carlalberto tradì Milano; Ruggero Settimo disertò dalla Sicilia; Mazzini e Brofferio fuggirono ad ogni approssimarsi del nemico»: e la calunnia tornò (come già Foscolo se ne lagnava nel 1816) il piatto che fra loro s’imbandivano i pazienti de’ medesimi dolori, stillando bava contro il partito o l’uomo avverso, colle reciproche incriminazioni diffondendo quella disamorevolezza che profitta soltanto agli oppressori.
Insomma la rivoluzione aveva avuto per sola unità l’odio; si comprese ch’esso non basta alla riuscita, eppure sopravvisse, e da odio de’ dominanti divenne odio dei fatti. E se noi insistiamo su questi torti dei vinti, egli è perchè dilaniano il cuore più che le violenze dei vincitori; perchè le nuove speranze non possono fondarsi se non sopra le virtù che allora ci mancarono, o dai peccati d’allora saranno ruinate. Intanto da una parte ne derivava aborrimento del vero, spregio del santo, tentativi forsennati che bisognava mettere al bando militare; dall’altra a fiducie senza limite sottentrava uno scoraggiamento senza conforti, un disperare della vita morale e del progresso, dall’inettitudine de’ pochi arruffapopolo arguendo inetto il grosso della nazione; nessuno era contento della posizione propria, perchè nessuno credeasela imposta dal dovere, ma solo da un fatto che domani potrebbe cangiarsi, non essendosi che sospese le ostilità perchè v’era uno più forte; l’alleanza de’ principi co’ preti ingeriva l’idea che la religione sia maestra di servilità e complice d’oppressione; fra l’ancipite esagerare pervertivansi il senso comune e il concetto dell’onesto; il popolo, ingannato tante volte dalle idee, più a nessuna credeva, e spinto ad eccessi di cui soffriva le funeste conseguenze, rinnegava anche le massime sacrosante di cui quelli avevano usurpato il manto.
Ciò rendea ben tristi i primi momenti della ristorazione. Eransi dissipate immense riserve, esaurite le finanze, cresciuti i debiti, buttato in corso moltissima carta monetata, gravati i Comuni, reso più costoso perchè più difficile il governare. I ristabiliti, non potendo impedire che si ricordasse e sperasse, dovettero premunirsi con quartieri incastellati, campi, truppe forestiere, eserciti ingrossati, sbirraglie, e lungo stato d’assedio che escludeva dalle condizioni normali d’ogni società incivilita, alla regolare azione de’ tribunali e dell’amministrazione surrogando l’arbitrio incondizionato del militare e le corti marziali, sciolte da quelle formalità che proteggono la vita e la sicurezza del cittadino. La commissione militare istituita a Este contro bande di ladri, dilatatesi con colore politico in quel confine della Venezia col Modenese e colla Romagna, dalle rivelazioni di alcuni ebbe appiglio a sempre nuovi processi, che portarono centinaja di supplizj[135]. In tre anni furono mandate a morte nel Lombardo-Veneto quattrocentrentadue persone, mentre non più che settantuna dal 1814 al 48: il che fatto conoscere all’imperatore, inorridito egli sospese quelle procedure eccezionali, e diminuì le pene portate dal feroce codice marziale di Maria Teresa.
Con tanti fuorusciti e con tanti detenuti o vessati dalla rinascente Polizia, con tanti finiti per corda o polvere e piombo; colla fierezza inevitabile ad un potere costretto a pensare alla propria conservazione; colla tirannide o sistemata o abnorme, inducevasi ne’ popoli un erettismo convulso; la morale deteriorava peggio ancora che l’economia, giacchè le idee eccezionali presto si applicano anche in generale, per quanto assurde ed inique.
Governanti reazionarj, mancanti della voglia o dell’attitudine di riconciliare la subordinazione colla libertà, l’ordine col progresso, vituperarono quanto erasi domandato dalla rivoluzione, smentirono quanto le aveano consentito; contro la petulanza plebea parve giustificata l’esuberanza clericale e soldatesca; dal traboccare delle esigenze trassero motivo a negare fin il giusto e il promesso; non credettero giovasse condiscendere alquanto ai soccombuti per conciliarseli, esaudire a ragionevoli domande per dare il torto alle inopportune, stringere in partito compatto tutti quelli che all’anarchia preferiscono l’ordine, persuadersi che ben governa soltanto chi si associa agli interessi, alle idee, ai sentimenti del popolo; che, quando i poteri rinunziano ad ogni iniziativa, perdono la cooperazione dei ben pensanti e dei ben volenti, e resta abbandonato il progresso a un’opposizione scarsa di logica e d’efficacia.