Francia ha bisogno che alcuno faccia i suoi affari, riservandosi sempre di disapprovarlo: e l’accentramento fa che da Parigi parta l’ordine del come pensare e sentire, non meno che il cenno delle rivoluzioni. Luigi Buonaparte, che invano erasi provato in Italia, poi due volte ne’ dipartimenti, riuscì a Parigi a salire al maggior posto, cacciare in prigione o in esiglio chi si opponeva, e costituire un impero, che, sostenuto da rara abilità e da una irremovibile fermezza, prometteva i vantaggi del primo senza le rischiose glorie, e che cercava popolarità col mostrarsi premuroso degli interessi del popolo. Gli stessi che aveano improvvisato la repubblica per poter governare, invocarono la monarchia per essere governati; e siccome su Francia suol modellarsi l’Europa, caddero in discredito i Governi parlamentari. E questi furono aboliti in Italia, dove col lasciarli ineseguiti come a Napoli, dove con espressi decreti come nei paesi austriaci, nei ducati, in Romagna[136].

Il perdono del passato si proclamò dappertutto, ma con numerose eccezioni, e colla riserva di revocarlo ad ogni nuova ombra di colpa, e gravando di sospetti e d’esclusioni chi si sottraeva dalla forca.

Forse unico nella storia fu il contegno del popolo lombardo ne’ primi tempi, a Governi senza ipocrisia ma senza raffinatezza, opponendo un’assoluta astinenza; non a teatri, non a feste, non a convegni, non badare ai soldati neppure per mitigarne la fierezza; pagare perchè costretti, e tenere sempre l’occhio fissato di fuori, come fosse uno stato precario e di mero fatto. Ma del silenzio e del non far nulla, si pretese lode come d’eroismo: quindi venerare ciecamente l’opinione vulgare, e amar ed aborrire una persona o una cosa sol perchè sgradita o benvoluta dai vincitori; vivendo cioè d’imprestito, e qui pure scomunando chi pensasse ed operasse non per moda ma per convinzione, impedendo così di formarsi un’opinione pubblica; e dimenandosi senza effetto, benchè non senza pericolo. Vigilava su tale situazione la stampa di fuori, e impediva anche atti innocenti col denunziarli, alterarli, malignarli: col qual modo al dignitoso contegno imprimevano aspetto di violenta obbligazione, attesochè al minimo declinarne infliggevano il marchio di fuoco e talora peggio. Anzi infliggevanlo a chi mai non disviò, sopra la diceria d’un frivolo, la lettera d’un malevolo; e convintisi d’avere accusato a torto, non aveano la lealtà di disdirsi; quand’anche ciò potesse valere in una società palustre, che trangugia le accuse a occhi bendati, e si nausea della più lampante discolpa.

Venne a rincalzarsene anche l’armeggio delle società secrete, che scomparse al momento dell’azione, rinacquero dopo esauste le speranze; abbracciarono anzi tutt’Europa. Mazzini, benchè a Roma si fosse dimesso dal triumvirato, l’assunse di nuovo in Isvizzera, anzi la dittatura; e a nome del popolo romano, decretava, eleggeva ad impieghi, vietava di pagare le taglie, mentre esso ne imponeva per allestire nuove rivoluzioni, e rinfiancato dalle migliaja di profughi, spediva esploratori ed emissarj per tutto, e collegavasi all’unica fazione che stesse ancora in piedi, la comunista. Di là uscirono spesse condanne di morte che venivano eseguite fin nel mezzo di Milano, di San Marino, di Roma, di Bologna, di Ancona, e principalmente la Romagna fu contaminata di assassinj: orribile postumo della rivoluzione, che da una parte rese alla nazione quella taccia onde per due secoli era stata obbrobriosa alle genti civili; dall’altra anche fra gli educati offuscò il senso morale: fu anzi teoricamente sostenuto che sia necessario fra un popolo sprovvisto d’altri mezzi a punire i traditori; così agli assassini dando per complice la coscienza di tutta la nazione, alla quale interdicevasi fin il coraggio della pietà. Anche persone frementi di sdegni nazionali riconosceano inevitabili le eccezionali repressioni contro l’irrompere delle passioni brutali; e D’Azeglio, uno dei più moderati espresse, in un discorso ai proprj elettori, che l’Europa era stata salvata dagli eserciti e dalle corti marziali.

Dalle particolari si passò anche ad uccisioni cumulative, non per iscoppio d’un popolo oltraggiato che spezza le sue catene e le pesta sul cranio degli oltraggiatori, ma sotterraneamente armando di stiletti un pugno di arrisicati o di venali, tutti delusi col mentire l’estensione della congiura e i mezzi di riuscita.

Una commissione speciale a Mantova continuò lungo tempo un processo contro persone onorevoli, professori, parroci, dottori, perchè aveano diffuso cartelle del prestito mazziniano, e predisposto ad un’insurrezione. Di tempo in tempo se ne impiccavano alcuni, fra cui l’arciprete di Revere; e il giorno di sant’Ambrogio del 1852 si strozzò, con altri, don Enrico Tazzoli, professore di storia ecclesiastica nel seminario, raccomandatissimo per probità di costume, limpidezza d’ingegno, carità di opere[137]. Ebbe esacerbato il supplizio dalla sconsacrazione, fatta piangendo dal proprio vescovo per preciso ordine da Roma; dettò lettere che rimarranno testimonio del come le tenerissime affezioni non fiaccassero la sua intrepidezza; a’ suoi compagni somministrò le uniche consolazioni da quel gran momento: e ultimo abbandonossi al capestro.

La Lombardia, che sperava cessati i supplizj dacchè quattro anni di compressione aveano rimosso i pericoli, si coperse di lutto: «Su quelle forche leggete, Nessuna conciliazione! non più pace!» diceano i cospiratori, e fidavano che l’indignazione si tradurrebbe in furore di rivolta al primo offrirsene il destro. Pertanto, senz’avervi predisposto il paese, quando tutt’il resto d’Europa tranquillavasi nell’obbedienza o nello spossamento, quando Milano si spensierava la domenica di carnevale (1853 6 febbrajo), ecco alcuni trafiggere a morte qualche soldato e uffiziale, sorprendere la gran guardia e qualche fucile, mentre la popolazione inconscia e aliena stordiva di quella temerità senza prendervi parte, e lasciò che la truppa agevolmente prevalesse.

Il governatore militare, stupito non men dell’inatteso attentato che del facilissimo trionfo, e un pugno di masnadieri, incitati coll’oro e coll’alcoole, discernendo da un intero popolo quieto, agiato, bisognoso di tutelare la proprietà e d’avviare i traffici, rassicurava i cittadini a tornare alle loro cure, ai divertimenti; tutto essere finito. L’assassinio desta tale raccapriccio, tanto parve assurdo e scellerato il proclama che doveva accompagnare quel fatto, che le popolazioni non furono mai propense quanto allora a riconciliarsi co’ vincitori, che li campavano da tali eccessi; allorchè quelli, credendosi meglio informati sulla natura di quell’attentato, mutarono tono, inveirono contro tutto il paese, e lo misero in rigorosissimo stato d’assedio. Chiuse le porte, impedito il circolare delle carrozze, il sonare delle campane, gli uffizj solenni, percorsa la città da ronde coll’arma pronta, frugate case e persone, interrotti i carteggi, rotti i silenzj della notte dal chi viva, obbligato chiunque ad arrestarsi davanti al fucile inarcato delle frequentissime sentinelle, a subire la sospettosa indagine, l’insolente invettiva, gli schiaffi, quando ogni resistenza sarebbe stata caso di morte. Alcuni furono côlti a tentone, e compendiosamente impiccavansi al cospetto della città, certa dell’innocenza d’alcuni e compatendo agli altri, persone basse e sedotte dai veri rei, ai quali erasi lasciato tempo ed agio a sottrarsi. Non v’era autorità municipale, non fermezza sacerdotale, non rappresentanza di corpi che s’interponesse fra il soldato vendicatore e la popolazione flagellata. A lungo durò quella condizione; più a lungo alcuni rigori vessatorj introdotti allora; e quel colpo esacerbò gli animi peggio che non avvenisse dopo la rivoluzione: allora potevano dire «Tentammo e fallimmo»; qui erano puniti senza nè atto nè tentativo.

Due gravissime conseguenze ne scaturirono. Nella persuasione che quel moto fosse ordito dai profughi lombardi, il Governo austriaco sequestrò i loro beni. Nell’armistizio col Piemonte erasi stipulata la libera partenza di chi volesse, talchè non poteva imputarsi il rimanere fuori; castigo speciale per questi attentati non poteva infliggersi se la colpa non risultasse da indagini e sentenze speciali; alcuni poi di que’ colpiti già erano regolarmente riconosciuti cittadini piemontesi; talchè quel Governo rimostrò a favore loro, e non ottenendo ascolto, ne crebbero le malevolenze e l’allontanamento.

Ebbe pure il Governo militare a credere che i sicarj fossero venuti dal Canton Ticino, e colà ricoverassero dappoi: onde proferì il blocco contro quel paese, e fra tre giorni partissero quanti Ticinesi stavano in dominio austriaco. Per la vicinanza e il comune linguaggio e l’operosità, que’ paesani tengono vivissime comunicazioni colla limitrofa Lombardia: vinaj, caldarrostaj, facchini, spazzacamini, calderari, imbianchini, muratori, serventi ne affluiscono alle città lombarde; molte case di commercio, molti bottegaj, oltre quelli che popolano e spesso onorano le scuole, le accademie, i seminarj nostri. Fu spettacolo di desolazione il dovere, tutti a un tratto, andarsene forse 6000 dal paese ove erano nati o accasati da anni ed anni, per portarsi in un altro dove non teneano nè conoscenze nè parenti nè mestiere, dove molti non potrebbero vivere che della carità. Il Canton Ticino ne immiserì, per quanto il resto della Svizzera, e fin paesi stranieri mandassero soccorso a gente che, colpita in monte, doveva considerarsi come innocente[138].