In un paese dove le libertà ecclesiastiche fanno paura più che le principesche tirannie, e dove gran parte del liberalismo consistette sempre nell’osteggiare la Curia romana, si temeva sempre che un concordato infirmasse le leggi leopoldine «fondamento e palladio della civiltà e della prosperità toscana», e lentasse i rigori contro il clero e le manimorte. Neppur nell’entusiasmo per Pio IX eransi voluti mitigare: ma nel 1849 fu annunziato dal ministro Mazzei che stavasi per conchiudere un concordato. I vescovi esultanti si raccolsero per consigliarne i modi; l’opinione si sgomentò a segno, che il ministro dovè cedere il portafoglio; Baldasseroni (1795-1876) assicurò che nella convenzione conchiusa in fatto con Roma il 25 aprile 1851, le prerogative sovrane non sarebbero toccate, che le spiegazioni tranquillanti fatte circolare non erano un sotterfugio del Ministero, ma veramente concertate con Roma, e che le leggi del 1751 e 1769 contro i nuovi acquisti di manomorta non sarebbero toccate, nè accettata la bolla Auctorem Fidei. Ciò importava ai pensatori toscani. Gli spaventi rinacquero allorchè, nel 1857, Pio IX visitò Firenze: e i vescovi gli sottoposero un indirizzo perchè impetrasse l’abolizione delle restrizioni leopoldine; e di nuovo il Monitore officiale dovette uscire a rassicurare i sudditi che di nulla sarebbe rallentata la tutela dello Stato sopra la persona e i beni della Chiesa[139]: paventandosi non assorbito tutto il territorio dall’ingordigia clericale.
Quando poi importava sopire gli scandali e le ire, e in quattro anni (1852) si erano dimenticate le ingiurie e mutato scopo agli odj, si volle condurre a termine il processo del dittatore Guerrazzi e di quarantasette correi, di cui trentuno erano fuggiaschi. Ben diceva il regio procuratore «che causa più solenne mai era stata sottoposta a’ tribunali toscani, e che offrisse maggior copia di documenti e di testimonj, d’avvenimenti strepitosi, di commozioni di popoli, di passioni anco individuali poste in azione e in contrasto, di nomi d’accusati, alcuni già noti per dottrina ed abbondanza di quel dono superiore, che, come bene adoperato dà modo di più meritare, così espone, quando s’isterilisca o si abusi, a maggior responsalità». Doveva inevitabilmente esservi implicato il principe; ragione di più ad evitare quel processo: il quale invece, tratto in lunghissimo, fu poi esposto al pubblico sia ne’ dibattimenti, sia negli atti di accusa e nelle apologie stampate, nelle difese, nelle discussioni de’ giornali; dove piena la libertà della difesa; dove molti testimonj, dopo sì lungo tempo, si riducevano, o per paura della pubblica opinione adombravano il vero; infine il Guerrazzi fu condannato ai ferri, che il principe commutò, a lui come agli altri, in esiglio. Questo famoso, che avea sminuita la propria grandezza col mostrare nella Apologia come fosse zimbello de’ più audaci o delle grida plebee, nel lungo carcere condensò l’antico suo livore contro la società, della quale e dell’umanità vendicossi sputandole in faccia la Beatrice Cenci.
Giusta il conto reso da una Giunta al ristaurato Governo, le entrate della Toscana ammonterebbero a circa ventisette milioni: ma spendendo in proporzione di quel che fece il Ministero democratico dal 26 ottobre 1848 al 7 febbrajo seguente, in un anno si sarebbero erogati quarantatre milioni; e cinquantacinque in proporzione di quel che spese il Governo provvisorio dall’8 febbrajo all’11 aprile; ne’ quali due periodi la finanza fu deteriorata di nove milioni e mezzo.
Gravi sciagure crebbero i danni del paese. Il cholera, già micidiale nel 1835 e ne’ due anni seguenti, infierì di nuovo nel 54 e 55, colpendo sessantamila persone, uccidendone trentunmila ottocensessanta. Poi cominciò la scarsezza dei cereali: i geli del 1847 e 49 guastarono gli ulivi; la raccolta delle patate fu perduta dalla cancrena, dall’oidio l’uva, dall’atrofia i bachi da seta, benchè meno d’altrove. I tremuoti del 46 aveano già sovvertito le colline pisane e volterrane. Poi dopo nevi e pioggie stemperate, nel febbrajo del 1855 tremò il val d’Arezzo: il poggio di Belmonte si scoscese sopra Pieve Santo Stefano, arrestando il Tevere che la valle inondò fino ventitrè braccia elevandosi. Altri guaj portarono le inondazioni nel Casentino, e nel Valdarno inferiore.
In vista di tanti mali, nel 1854 il Governo perdonò un milione sull’imposta, ma le penurie dello Stato non permisero di rinnovare la largizione quando ne cresceva il bisogno. Aumentarono invece i delitti contro la proprietà e in conseguenza i carcerati, il cui numero giornaliero medio nel 1850 era di mille cinquecento, e nel 1856 di duemila settecensettantaquattro. Nel mite paese non mancarono però assassinj politici; si attentò alla vita del ministro Baldasseroni, e bisognò ristabilire la pena di morte, da infliggersi però solo quando i voti cadano unanimi. Al disagguaglio delle spese dovette sopperirsi col ripristinar tasse sul macello, sulla pastorizia, sui contratti e la successione; aggravare le dogane, a costo di diminuire con ciò l’introduzione delle merci; la lega doganale tentata coll’Austria fu avversata dalla pubblica opinione[140].
I lavori pel prosciugamento della Maremma grossetana, che dal 1829 al 1856 costarono venti milioni vennero rallentati, sicchè laghi e paludi ristagnarono ove erano poco prima fecondate le campagne. Nè meglio riuscì l’essiccamento della palude di Biéntina. Si provvide di nuovo porto Livorno, ma il disegno datone dal francese Poirel riuscì infelice, e la spesa di otto milioni, doppia della predestinata, è ben lontana dal rendere frutto degno. Si estesero le strade ferrate, ma finora servono solo alla circolazione interna non attaccandosi a quelle di veruno Stato vicino. Si cercò il prosperamento dell’agricoltura, sì da privati quali il Ridolfi, il Lambruschini, il Ricasoli, Digny, Bichi Ruspoli, Cuppari, Ginori...; sì dalla società dei Georgofili e dalla Agraria: il Governo pose scuole tecniche, e accademie di arti e manifatture; istituì un archivio generale di Stato, un uffizio di statistica generale.
Il ducato di Modena continuò nelle tradizioni patriarcali, in mano d’un giovane principe, sul quale non posavano nè tradizioni tiranniche, nè memorie di sangue, nè patti d’abjezione; e che sentivasi e talento e forza più di quelli che lo circondavano.
Il ducato di Parma, che avea patteggiato coll’Austria alleanza difensiva contro i nemici esterni ed interni, fu da questa restituita a Carlo III Borbone, la cui gioventù disonestata non apparve corretta dalla sventura e dal matrimonio colla virtuosa Luigia di Francia. Un giorno ch’egli tornava dal passeggio pomeridiano, gli si accostò uno e lo trafisse, e benchè fosse in mezzo al popolo, niuno volle conoscerlo nè arrestarlo, nè tampoco soccorrere al ferito, che poco dopo spirò (1854 26 marzo). Si trovarono trecento lire in cassa. La duchessa, come reggente del fanciullo Roberto, ai ministri impopolari surroga Lombardini, Pallavicino, Salati, Cattani, ritira l’ordine del prestito forzato, supplendovi con uno spontaneo che ella garantisce col pubblico patrimonio; l’esercito riduce da sei a duemila uomini, la lista civile da due milioni a seicentomila lire; riordina i tribunali che già erano a modo francese; affida cattedre anche a professori compromessi nella rivoluzione.