[28]. Ivi lo trovammo noi quando finiva il Primato, e ci lesse quell’ultimo capitolo, ove parla degl’illustri viventi; e ci chiese i nomi de’ migliori, ch’esso ignorava: eppure ne fece una tale mescolanza, da vergognarsi della compagnia. Egli stesso poi stampò che le lodi da lui sparpagliate erano sulla fede d’amici, alle cui relazioni aveva dovuto attenersi.

È naturale che dappoi tutto il merito fosse dato a lui, e niuno a coloro di cui egli professavasi seguace. Tra gli scrittori efficaci sull’opinione italiana, il Gualterio (Ultimi rivolgimenti italiani) nè tampoco nomina Manzoni.

[29]. Asserisce unica e quasi necessaria alle scienze, alle lettere, alle gentili arti la censura preventiva, e ne magnifica retoricamente i pregj, sol chiedendo non sia esercitato da un uomo solo, ma da un corpo.

[30]. Storia d’Italia; e passi inediti, addotti dal Ricotti nella Vita e scritti del conte Cesare Balbo.

[31]. Dedica seconda delle Speranze.

[32]. «Ridotta ai principi la decisione del passare o no a un Governo deliberativo, sarebbe egli utile passarvi? Parliamo schietto: anche presa dai principi, può esser decisione piena di pericoli, feconda di disunioni, distraente dall’impresa d’indipendenza, nociva dunque». Cap. X. p. 121.

[33]. «Confondeasi il gesuitismo colla Compagnia di Gesù, e credeasi che, cacciati i padri da una città o da uno Stato, la peste gesuitica fosse rimossa, e i popoli fatti sicuri. Or i padri Gesuiti non sono che la milizia più attiva ed astuta del gesuitismo, il quale, con altro nome preesisteva ad Ignazio di Lojola». La Farina, Conclusione del lib. III.

[34]. Nell’Introduzione alla filosofia, pag. 32 scriveva: «Dichiaro espressamente ch’io non intendo di far allusione a nessuna persona in particolare, parendomi che il costume di ferire i vivi non sia da uomo civile nè da uomo onesto nè da cristiano».

[35]. Storia del Piemonte.

[36]. E altre volte diceva: «Quando ad un libro si dà l’impronta di satira e di caricatura, l’effetto è vulgare e non durevole. Per esser efficace bisogna saper produrre il bello e il giusto, e non secondare i vulgari. Miro con rispetto le oneste confutazioni, ma anche le oneste mi pajono di poco o niun frutto. Aspettando l’azione del tempo si guadagna lo stesso, e non si perde inutilmente la pace. Di qui a qualche anno Gioberti medesimo arrossirà d’avere ceduto all’impulso de’ falsi amici, di avere pubblicato come pretesi documenti cose che non sono; d’aver macchiato la bella fama ch’ei godeva».