[53]. Apertesi le Camere di Francia nel gennajo del 1848, Montalembert si lagnò che nel discorso del trono non fosse fatta menzione del movimento d’Italia e del papa; questo essersi mirabilmente posto in una via, nella quale avea bisogno d’appoggio; mentre esso e i principi che cominciavano a imitarlo, trovavansi dolorosamente isolati fra un partito di vecchi abusi, e le violenze degli esaltati; qualificarsi già di retrograda la politica di Pio IX all’istante che, protestando contro l’occupazione di Ferrara, compiva i suoi sforzi per la dignità e indipendenza d’Italia; essere tempo che gli uomini del progresso in Italia si separassero da quei del disordine, e il Governo cessasse d’essere nella strada; l’indipendenza temporale del papa essere condizione indispensabile per la regolare esistenza e la sicurezza della Chiesa cattolica nel mondo intero; indipendente dover essere il papa non solo dal giogo straniero, ma dal giogo delle fazioni e delle sommosse; doversi al popolo romano infondere coraggio contro l’Austria, ma insieme contro coloro che vorrebbero speculare su questo movimento italiano e disonorarlo, contro le denunzie de’ proscritti di jeri, che vogliono divenire proscrittori domani; coraggio per mostrare al mondo cosa sia una rivoluzione pura, onesta, insomma cristiana.

Meritano essere letti i discorsi fatti in quell’incontro da Saint-Aulaire, Dupin, Hugo, Cousin, più liberali di quelli pronunziati nell’assemblea repubblicana. Guizot ministro rispondendo, mostrò che il trono era d’accordo nel favorire le libertà italiane, il miglior fondamento delle quali era il papa.

[54]. Vedi il n. 34 dell’Italia, giornale di Pisa, scritto o ispirato dal Montanelli. «Da lungo tempo erano a Livorno manifesti gl’indizj d’una setta, la quale rinchiusa in una solitudine astiosa e codarda, non seppe intendere la grandezza del presente movimento italiano, la semplicità delle origini, la maestà del progresso, la sicurezza del fine; non comunicare colla nuova vita che si dilatava d’intorno a lei, nè accogliere nel suo cuore il battito di migliaja di cuori, in un punto rinati alle speranze ed all’amore.

«L’inaspettato amicarsi della ragione colla fede, dei principi coi popoli, degli Stati cogli Stati italiani; questo improvviso risorgere d’un popolo oppresso, per lo spontaneo ma necessario ricomporsi delle opinioni, degli interessi, delle forze nel principio dell’unità nazionale; questo magnifico disegno della Provvidenza che si svolge sotto i nostri occhi, l’abisso che divide i primi dagli ultimi mesi del 1846, e l’aura divina che vola su quell’abisso, Pio IX e la lega doganale furono un nulla per lei.

«Non sapendo che le vie della Provvidenza sono assai più di quelle dell’uomo, si ostinò a non riconoscere il nostro risorgimento in un fatto che, sebbene ne avesse i caratteri evidenti, per l’autore, il modo e l’effetto era così diverso da ciò ch’ella aveva fantasticato, predetto, promesso come il solo vero, il solo possibile risorgimento nostro. Indurita dal pregiudizio, credè che l’Italia non sarebbe giunta alla meta per la via segnata da Pio IX, corsa da Leopoldo II, e fatta sicura da Carlalberto; e si dolse con puntiglio superbo che vi giungesse per una via qualunque diversa da quella mostrata da lei, e nella quale ella non fosse duce, mettendo il suo credito e la sua influenza sopra la considerazione del bene comune».

[55]. Rubieri, nello Spettatore di Firenze, rivendicò la reputazione di Giovanni da Procida, sopra documenti non nuovi, ma di cui l’Amari non volle trarre tutte le conseguenze. La quistione dura ancora.

[56]. Il Gualterio asserisce che l’umiliazione del re nell’affare de’ solfi vi fu gratissima. Noi ci trovammo nel regno in quel tempo, e ci apparve tutt’altro.

[57]. La Farina dice che il Comitato napoletano era d’accordo sulla forma che sarebbe gridata in Sicilia: ma quando si fece, trattenne la gioventù dal sollevarsi, lasciò spedire le truppe ecc., e riprova i regnicoli d’essersi perduti in suppliche e applausi, e ne incolpa «coloro che di quei moti aveano assunto la direzione, alcuno de’ quali col tempo chiarironsi traditori, altri inettissimi e che per perfidia o per fiacchezza rovinarono Napoli, Sicilia e Italia tutta»; vol. III, p. 170. Così anche le belle intelligenze possono dalla passione essere tratte alle vulgarità.

[58]. Lo attesta l’ammiraglio Napier in lettera a Palmerston del 31 gennajo, nella citata Correspondance.

[59]. Era la quinta costituzione che si proclamava in mezzo secolo per quel paese: nel 1799 quella della Repubblica Partenopea; nel 1808 quella del re Giuseppe; nel 1815 quella di Murat; nel 1820 quella di Ferdinando.