[60]. Al 21 febbrajo, la Réforme, unico giornale repubblicano, stampava: «Uomini del popolo, guardatevi domani da ogni temerario abbandono, non presentate al potere l’occasione cercata d’una vittoria sanguinosa».

[61]. Ne’ carteggi diplomatici compajono una lettera del console britannico a Milano, che assicura non essere quivi società segrete; e una del Pareto ministro del Piemonte, che assicura esservi potentissime le società secrete.

[62]. Il conte Giacomo Melerio. Ils chantent, ils payeront, diceva Mazarino a’ suoi tempi.

[63]. Nel libro Palmerston et l’Autriche il conte di Fiquelmont descrive quel Congresso colla sicurezza di chi era presente. Egli attribuisce ogni colpa a Cesare Cantù, invocando le vendette su lui, come quello da cui originò il movimento rivoluzionario in quella città, tranquilla fin allora. Fiquelmont stampò quel libro nel 1853; quando il Governo militare poteva facilmente adempiere quel voto di vendetta. Richiamato ai fatti, il Fiquelmont ebbe la lealtà di riconoscere (ma solo in lettera diretta all’offeso) che avea detto il falso, e che il Cantù non era stato (espressione di lui) se non «la sfera che avea segnato l’ora della rivoluzione, siccome a Milano l’arcivescovo». Intanto la parte primaria ch’e’ gli assegna, dà il diritto al Cantù di attestare, che al Congresso di Venezia non ci furono intelligenze settarie di veruna sorta; che nulla v’avea di preparato in quegli applausi o in que’ silenzj; che l’unico accordo preso fu con Manin e Tommaseo per domandare, non la libertà della stampa, ma l’esecuzione delle leggi intorno a questa, violate dall’arbitrio di censori, che nuociono ai Governi più che i leali avversarj.

[64]. Il generale Hess, capo dello statomaggiore, il 18 gennajo 1848 da Vienna scriveva al colonnello Wratislaw a Milano: — Se l’imbecillità del governatore e del vicerè e la nullità del loro spirito non fossero da tempo conosciute, ora apparvero in tale evidenza, che bisogna tosto rimoverli, e sostituire un governatore che, d’accordo col feldmaresciallo, ristabilisca l’ordine vigorosamente, e i noti rei di tali scandali mandi ad essere processati a Palmanova. Io non sarò tranquillo finchè non siansi raccolti attorno a Milano venticinquemila uomini, e venticinque mila nelle guernigioni alle spalle, giacchè solo il timore delle bajonette può imporre a costoro». E il 31 al maresciallo Radetzky: — Sedici fortini attorno a Milano, ciascuno con cinquecento uomini, e moltissime feritoje dirette al duomo, deciderebbero in ultimo appello la quistione italiana fra l’Austria e il Piemonte; e questo tornerebbe all’antica, come che simulata, umiltà. Quali le cose sono, credo che la tranquillità non si ripristini senza forti salassi e sciabolate tedesche».

[65]. «Qual è la paura dell’Austria? forse che Carlalberto o qualche altro principe italiano impugni il ferro e faccia l’impresa di Lombardia? oibò! ella sa quant’altri e meglio d’altri che tal tentativo non è oggi possibile, e che i concetti di questo genere non possono entrare nè capire nella mente di un principe così savio come il re di Sardegna». Gioberti, Gesuita moderno, 1847, vol. III, p. 577.

Il Balbo, nelle Speranze, rimoveva affatto l’idea d’un attacco. Il Durando, nella Nazionalità italiana, posava tutte le combinazioni sue strategiche sovra il supposto della guerra difensiva. Il Risorgimento, organo ministeriale, al 18 marzo scriveva: — Chi primo bandirà la guerra in Italia, avrà gettato le sorti del mondo, avrà sconosciuto i santi incrollabili principj che ci assicurano piena, infallibile, vicina vittoria... Sorda è l’Austria alle minaccie come alle blandizie, non si scuote, avvisa il suo tempo e il suo vantaggio con impassibil consiglio. Or di tutti i desiderj suoi il più ardente, il più sicuro si è quello di vedersi da noi assalita. Questo solo potrebbe ravvivarla, ecc.». Nel Mondo illustrato, pag. 723, è scritto dal grande panegirista di Gioberti: — Chi grida Morte all’Austria, Viva il re d’Italia, è nemico di Pio IX, e quindi scismatico; è nemico di Carlalberto, e quindi ribelle; è nemico della civiltà italiana, e quindi barbaro traditore».

[66]. Balbo assicurava l’ambasciadore inglese Abercromby sapere di buona fonte che «se il Governo indugiasse a soccorrere i Lombardi, sovrasterebbe al Piemonte una rivoluzione repubblicana; onde, riconoscendo impossibile reprimere l’entusiasmo delle popolazioni sarde, avea soddisfatto alle domande dei deputati di Milano: Pareto diceagli, per poco che s’indugiasse, Genova sarebbesi sollevata, e scissa dagli Stati regj: a Vienna pure scriveasi dovere temere che le numerose società politiche di Lombardia e la prossimità della Svizzera non facessero proclamare un Governo repubblicano, disastroso alla causa italiana e a Casa di Savoja. Correspondance, ecc. Lettera di Abercromby a Palmerston del 23 e 24 marzo: — Il pericolo della monarchia di Sardegna divenne così imminente agli occhi de’ ministri, che furono costretti ad accondiscendere alle domande di ajuto presentate dai capi dell’insurrezione milanese, e appigliarsi a una linea di politica che non avrebbero adottata spontaneamente». «Supposto un principe il più schivo del nome e delle cose di guerra, il più freddo per la causa della nazionalità italiana, certo è, che suo malgrado, ei sarebbe stato trascinato dal torrente dell’opinione pubblica a recare soccorso ai Lombardi, salvo che amasse meglio vedere ribellati i sudditi e Genova repubblicana». Cibrario, Ricordi d’una missione a Carlalberto.

[67]. Il generale Franzini, dopo la sconfitta, diceva in Parlamento d’avere prima della guerra rappresentato in iscritto al re «la poca attitudine sua e degli altri generali, avendo brevissima esperienza, con gradi poco elevati. Il re mi disse che l’Italia doveva far da sè, e che non accettava la proposta d’un maresciallo francese, ch’io proponeva come valente a raddoppiare il valore della sua armata». E più tardi Massimo d’Azeglio diceva ai suoi elettori: «In Italia nulla era preparato negli animi, nei costumi, nelle abitudini militari».

[68]. Questo sentimento è da un pezzo in cuore degli Italiani, e la scuola liberale lo professò apertamente dacchè Ciro Menotti, spirando sul patibolo di Modena, ci gridò: — Italiani, non fidatevi a promesse di forestieri». Ma la frase crediamo siasi formolata primamente nell’opuscolo di Giacomo Durando sulla Nazionalità italiana. Poi il cardinale Ferretti, visitando la guardia civica di Roma, contento di quella tenuta esclamò: «L’Italia farà da sè».