[69]. Presidente Casati: membri Vitaliano Borromeo, Giuseppe Darmi, Pompeo Litta storico, Strigelli, Beretta, Giulini, e Guerrieri per Mantova, Anelli per Lodi, Rezzonico per Como, Turoni per Pavia, Carbonera per Sondrio, Grasselli per Cremona, Moroni per Bergamo.
[70]. «Non vedo gran differenza tra le due forme di Governo. Che cos’è un principe costituzionale se non un capo ereditario di repubblica? e un presidente di repubblica, che un principe elettivo?» Gioberti, Lettera del 26 febbr. 1848.
Molti giornali del Piemonte asserivano essere forte e temuto in Lombardia un partito che voleva sminuzzare l’Italia in centinaja di repubblichette come nel medioevo. Per cercare, noi non ne trovammo orma; e gli scrittori non meno che gli atti uffiziali parlavano sempre di repubblica italiana, più o meno estesa. A tacere Venezia, di cui tanto generosi furono i proclami, il popolo di Padova nell’inaugurare il suo Governo provvisorio diceva al 26 marzo: — Il popolo che oggi vi ha costituito, ha un unico voto, l’unione italiana. Bando ai municipalismi. La repubblica delle città d’Italia, qualunque sia per essere la sua estensione, deve intitolarsi italiana. Stringetevi con Venezia e colle altre città italiane che si sono dichiarate o stanno per dichiararsi libere, onde operare con quelle di fraterno consenso. Viva la repubblica italiana!».
[71]. «Il grande ingegno... ama il popolo, ma non i suoi favori; aspira al suo bene, non alle lodi; e sta ritirato dalla turba per poterla beneficare». Gioberti, Introduz. alla storia della filosofia, pag. 219. E a pag. 183: «Il Governo rappresentativo è ottimo in se stesso, attissimo a felicitare una nazione, e si assesta mirabilmente a tutti i progressi civili, purchè non si fondi sulla base assurda e funesta della sovranità popolare».
[72]. La più bella esposizione e apologia di quell’intrigo è nei cenni di Antonio Casati su Milano e i principi di Savoja. Raccontata la venuta di Gioberti a Milano, e come dall’albergo del Marino si trasferisse a quello della Bella Venezia «che, per la piazza che vi sta davanti, era atto alle ovazioni popolari», dice che «la folla giunse e si accalcò sotto le finestre della locanda: ma questa volta era folla di costituzionali plaudenti all’apostolo della fusione; e quell’occupazione loro della piazza San Fedele, fin allora tenuta in dominio esclusivo (?) dai repubblicani, preconizzava il trionfo del partito moderato».
[73]. «Il partito liberale (a Torino) e il ministro dell’interno che vi appartiene, temono che il suffragio universale non metta sotto l’influenza de’ sacerdoti e del partito aristocratico»: preziosa confessione, che troviamo nella lettera 16 maggio dell’incaricato lombardo al Governo provvisorio. E al 26 maggio scriveva, che il ritorno del ministro Ricci da Lombardia coll’annunzio della fusione «ha contribuito a far rinascere quella simpatia in Torino, che era da più di un mese morta, e quasi sepolta per sempre».
[74]. Hujus falsissimæ conjurationis prætextu inimici homines eo spectabant, ut populi contemptum, invidiam, furorem contra quosdam lectissimos quoque viros, virtute, religione præstantes, et ecclesiastica etiam dignitate insignes nefarie commoverent atque excitarent. Allocuzione 20 aprile 1848.
[75]. Pillersdorf, allora ministro dell’Austria, nel ragguaglio che dappoi pubblicò sopra la rivoluzione viennese, espone: «Mentre Inghilterra e Francia facevano ragione delle nostre pratiche di conciliazione, un ambasciatore della Corte romana (monsignor Morichini) al ministero fece senza riguardi la proposta di rinunzia a tutte le provincie italiane, dicendolo unico mezzo per l’Austria d’evitare pericoli maggiori...; i trattati antichi non avere nissun valore».
[76]. Il Comitato generale ai rappresentanti del Governo britannico, il 3 febbrajo. — «La nazione siciliana, che il despotismo si lusingava avere cancellato dal novero delle nazioni, ha rivendicato col suo sangue il suo diritto»; Atto di convocazione del Parlamento, 24 febbrajo 1848.
[77]. Dispaccio 24 aprile.