Egli allora scriveva ad una signora come i fatti di Milano l’avessero commosso al pianto, ma non osava sperare fossero principio d’un risorgimento durativo e glorioso, anzichè causa di una caduta più irreparabile. Nè tanto lo spaventava la forza dell’Austria, ridotta a tale che potrebbe essere cacciata quando l’Italia veramente e solennemente il volesse. «Non sono io di quelli stolti, che della possanza e del valore austriaco parlano e scrivono leggermente. So che la vittoria non può ottenersi che con molto sangue; ma so pure che ove gl’italiani tutti siano pronti a spargerlo, come già molti fanno, da valorosi assennati ad un tempo, mostreranno all’universo che è impossibile incatenare un gran popolo che voglia assolutamente essere libero e donno di sè.

«Ma saranno essi ad un tempo valorosi ed assennati? Valorosi, ne sono certo; assennati, dubito.

«Tre moti diversi agitano l’Italia; giusto l’uno, santo l’altro, pazzo il terzo, e che porrà tutto in rovina se nol si reprime. L’Italia non vuol più Governi assoluti, paterni o no; chè anche i più paterni sono stupidi ed iniqui se assoluti. Questo primo moto, se l’Italia fa senno, è omai compiuto; le costituzioni hanno ricondotto nella penisola la libertà politica; l’Italia, schiava jeri, è oggi libera quanto l’Inghilterra, e la vince in eguaglianza civile. Che vuole di più?

«Ma tal articolo della costituzione ci spiace, tale o tal mutamento ci sembra opportuno. Miserie! Chi impedirà, dopo maturo studio, sufficiente sperienza e regolari discussioni, di variare in alcun che gli statuti, e di meglio adattarli alle condizioni morali e politiche? E che? ancora siete nuovi nell’arringo, avete appena allacciata la corazza e brandite le armi, e già prima di farne la prova volete sputar sentenze da censori, e dare al mondo insegnamenti di tattica costituzionale? E che? il sangue italiano scorre gloriosamente sull’Adige e sulla Piave, i vostri fratelli minacciati dal ferro austriaco implorano soccorso; e voi, invece di correr all’armi, di chiedere, di gridare soltanto armi, vi state disputando, chiaccherando, scribacchiando di statuti e di leggi, e ponete la somma delle cose nel sapere se avrete qualche elettore di più o di meno, una o due Camere, categorie più o meno larghe!

«Che direste del padrone d’una casa che, vedendola sul punto d’essere preda alle fiamme, si stesse arzigogolando coll’architetto sul modo di correggerne la scala e di addobbarne le stanze? Chiunque preoccupa oggi le menti con sì fatte questioni, o è cieco, o è segreto nemico dell’indipendenza italiana, o è un fanatico che tenta tutto sovvertire e porre a soqquadro l’Italia, come i settarj suoi confratelli hanno messo a soqquadro la Francia.

«Il Governo rappresentativo può senza fatica stabilirsi e lodevolmente procedere, a poco a poco perfezionarsi, e, se sia duopo, allargarsi per tutto in Italia; chè di ciò m’assicurano l’ingegno italiano, la crescente civiltà di questi popoli, e più ancora la loro politica condizione. Servi erano tutti in Italia, piccoli e grandi, poveri e ricchi; e quindi tutti gli ordini dello Stato devono portare l’istesso amore alla libertà. Qui non v’ha antiche gare, vecchi odj, acerbe reminiscenze, desiderj di vendetta fra un ordine e l’altro. I privilegi de’ signori erano tal fumo, che non può lasciare, dissipandosi, nè profondi rancori, nè pericolosi desiderj. Fruisca l’Italia di questo singolare benefizio, e non guasti, per stolta impazienza e vane ambizioni, un’opera ad essa più agevole, che non è stata a qualsivoglia altra nazione.

«Solo lo Stato Pontifizio, per le sue peculiari condizioni, sembra opporre ostacoli di qualche rilievo al sincero stabilimento del Governo costituzionale. Giova sperare che, quel che non si è fatto da prima, si farà poi. Il cuore del principe è ottimo, l’animo de’ sudditi moderato; volesse Iddio non vi fosse a Roma altra difficoltà a vincere in questi difficilissimi tempi!

«Il secondo moto italiano è quel che vuolsi chiamare nazionale; quest’impeto santo della risorgente Italia, che la spinge a scuotere qualsiasi giogo straniero, a spezzarlo coll’armi. Questi due moti non sono da confondere uno coll’altro: il primo poteva separarsi dal secondo, come il secondo dal primo. Anzi, se i grandi avvenimenti delle civili società dovessero essere governati dall’umano giudizio, agevol cosa sarebbe il dimostrare che in via meno breve ma forse più sicura sarebbe entrata l’Italia, ove, prima di por mano alle armi contro l’Austria, avesse avuto agio sufficiente a svolgere e rassodare in ciascuno Stato italiano i nuovi ordinamenti politici. Il sentimento nazionale sarebbesi fatto per la nuova vita politica più veemente ancora, e al tutto universale; le armi sarebbero state pronte, la milizia educata a servirsene. Ma che giova fermarsi in queste supposizioni? L’opportunità politica s’è offerta inaspettata, e più bella che desiderare non osavasi; Italia l’ha afferrata con animo fervido e mano gagliarda; il fervore ha supplito agli apparecchiamenti. La prima vittoria può essere meno facile, ma più gloriosa; la seconda meno pronta, ma più durevole; chè più cari e più sacri sono i conquisti che costarono lunghe fatiche e molto sangue. Inviolabile e santo è ad animi ben nati il suolo che ricopre le ossa de’ valorosi; e l’Italia vorrà essa soffrire che piede straniero le insulti e le calpesti? Ma se l’amore della patria è fiamma divina, non vuolsi però scambiarla co’ sogni di fantasie sregolate, e, peggio ancora, co’ precipitosi giudizj di menti leggiere...

«L’impero austriaco, sconvolto ed infiacchito, non è spento; un nuovo esercito ha potuto scendere dall’Alpi e manomettere il suolo veneto. Chi ne assicura che un forte Governo non sia per sorgere a Vienna dalle rovine di quel vecchio e putrido?

«Riassumo. L’Austria nemica, gagliarda ancora ed ostinata, Russia non amica, Germania ed Inghilterra neutrali, ma per cagioni diverse attente e sospettose. E Francia? Voi avete sorriso, come tutti hanno dovuto sorridere, udendo il Lamartine provare lungamente, minutamente, che gli Italiani non vogliono a nessun patto i soccorsi francesi, e che neppure le armi francesi si addensino alla frontiera italiana? — Che vuolsi! diceva l’illustre poeta: in Polonia non possiamo andare; in Italia non ci desiderano». E come gongolava di gioja del poter provare che gli Italiani nè punto nè poco pensano a chiamare le armi di Francia!