«Giova pertanto attentamente considerare in quali condizioni si trovi l’Italia, volendo fare da sè, siccome essa desidera e si è proposto. Desiderio e proponimento che i buoni diranno santi, nobilissimi, generosi, se all’altezza del pensiero rispondono i fatti, i sacrifizj, il senno. Ove ciò non fosse, il desiderio sarebbe giudicato vanagloria, il proponimento presunzione e follia...».
[87]. Vedi il foglio del Governo 2 ottobre 1848, e la dichiarazione del Rossi nella Gazzetta di Roma 4 novembre, ove tende a mostrare che gli ostacoli venivano dal Piemonte, il quale voleva acquistare magnifiche accessioni coll’armi e col denaro degli alleati.
[88]. Lettera al Gioberti 30 ottobre.
[89]. L’Epoca al 16 novembre. — Nel Contemporaneo al 17 novembre: «Jeri cadde sotto i colpi della pubblica indignazione il ministro Rossi, che per continue provocazioni con parole inserite nella Gazzetta, e con fatti mal pensati in politica aveva talmente esacerbati gli animi del popolo romano, che ognuno ambiva a cooperare alla sua caduta... S’illuminavano i balconi, le finestre, le loggie, e uscendo dai quartieri le truppe fraternizzavano col popolo; e i carabinieri, ch’erano stati più degli altri presi in sospetto per la comparsa di più centinaja di loro nella capitale, giravano con bandiere tricolori in mezzo al popolo, giurando fedeltà». — E nell’Alba di Firenze: «Nella fucilata che ha avuto luogo per tre ore circa, è morto monsignor Palma e alcuni Svizzeri... L’esterno del palazzo del papa è crivellato dalle fucilate... Di Rossi non si parla più. Jeri sera il popolo andò per il corso con torcie e bandiere cantando Benedetta quella mano che il tiranno pugnalò».
[90]. Decreto di convocazione, 29 dicembre.
[91]. Discorso dell’Armellini.
[92]. Appena avvenuta la fuga di Pio IX, Mamiani mandava una circolare ai diplomatici, scagionando il Ministero di quei mali, e soggiungeva: «Di tutto quello che di più duro e violento è succeduto negli ultimi tempi in Roma e nelle provincie, è stato cagione perpetua il problema difficilissimo di convenientemente accordare il temporale dominio collo spirituale, desiderando i popoli tutti, con unanimi voti, che fra i due poteri intervenga una divisione profonda e compiuta, salva rimanendo l’unità d’ambidue nella stessa augusta persona, laddove dall’altro lato si è voluto e sperato ostinatamente di tenerli, come per addietro, strettamente congiunti e confusi. Alla soluzione quieta e durevole di tanto problema occorreva un mutuo spirito di tolleranza, di conciliazione e di longanimità, e soprattutto occorreva la lenta azione del tempo e la forza degli abiti nuovi, e di nuovi interessi. Ma le passioni di ambidue gli estremi partiti, e quella fiera impazienza, che spinge in ogni parte d’Europa e del mondo le presenti generazioni a rompere tutto ciò che non vagliano a piegare, condussero in Roma la resistenza e il conflitto, e le subite e forse immature trasformazioni; e poi aggiuntò asprezza e impetuosità al conflitto il sentimento nazionale soddisfatto, e il credersi in questi ultimi tempi che venisse a contesa colla politica nuova italiana la vecchia politica della romana curia, la quale ha pensato troppe volte di scampare sè sola nel naufragio delle nazioni».
[93]. «Odio e fama grave procacciavano gli assassinj politici, dacchè la vendetta dalle sêtte nudrita in animi selvatici prorompeva traditrice con impeto tale, che i sicarj erano tiranni di alcuna città. Dirò d’Ancona, ove uccidevano di pien meriggio nelle piazze, negli atrj privati, nei pubblici ridotti, al cospetto delle milizie che lasciavano misfare: dirò che vi erano uffiziali di Polizia, i quali, sgherri, giudici e carnefici ad un tempo, davano morte ai cittadini, cui per ufficio dovevano sicurare dalle offese. Felice chi potesse coll’oro comperare la vita, o camparla colla fuga, tanto gli animi erano dal terrore signoreggiati, tanto caduta nell’abjezione ogni autorità, tanto profligata la tirannide. La libertà diserta dalle terre contaminate dall’assassinio, la civiltà rinega, e Dio castiga oggi con dura servitù le scellerate costumanze! Gl’impuniti delitti d’Ancona giunsero a tale, che i consoli stranieri ne fecero doglianza al Governo, e ne mandarono fuori la fama orribile. Alcuni deputati anconitani, il Baldi, il Pollini, il Berretta domandavano risolute opere di repressione, ed il Baldi si offeriva andare commissario per compierle. Ma essi avevano reso il partito contrario alla proclamazione della repubblica, ed erano in voce di moderati; il perchè non ebbero tanto d’autorità che il Mazzini volesse fare a fidanza con loro. Invece mandò commissarj il Dall’Ongaro ed un Bernabei di Sinigaglia, i quali, vili cortigiani degli scatenati carnefici e della bordaglia principe, accrebbero la fama odiosa del Governo». Farini, Lo Stato romano, vol. III.
[94]. Pro Deo et populo era stata la divisa anche di Giuseppe II.
[95]. «Quel che i giornali toscani fossero in quei mesi di giugno e di luglio, vietami il pudore di riferire». Ranalli, lib. XII.