Nella tornata del 21 febbrajo 1849, egli, accusato di questa intervenzione, diceva non essere intervenzione l’entrare in uno Stato qualunque con uomini armati, quando si è chiesti dal principe e dal popolo. Ecco scagionata l’Austria.
[105]. Alla vigilia della riscossa, fondava il Saggiatore con trenta pagine di prefazione, e tra un profluvio di parole diceva: «Una mano di forsennati testè sconvolgeva la Toscana, e faceva sì che questo giardino d’Italia, già meta gradita de’ più lontani peregrinatori, divenisse intollerabile a proprj figli... Ministri subdoli, spergiuri e traditori, portati al seggio da un tumulto, fecero forza al Parlamento col terrore, lo costrinsero a votare contro coscienza una legge distruttiva dei patti giurati; aggirarono, carrucolarono, strascinarono l’ottimo principe nel precipizio, necessitandolo infine a fuggire... E chi è questo principe? il medesimo che timoneggiò sempre i suoi popoli con benigni e mitissimi reggimenti, che spontaneo li privilegiava di libere istituzioni ecc.... Tutti gli statisti convengono che l’intervento a rigore di lettera sia lecito quando viene comandato dalla suprema legge della necessità e della propria salvezza, ecc.».
I triumviri di Toscana ristamparono questo passo, anteponendovi parole ove diceano che «Dio volle umiliare questo non degno suo sacerdote colla perdita della ragione».
[106]. Normanby scriveva a Palmerston l’11 marzo: «Il signor Mercier fu spedito da Parigi a Torino per mostrare nella più stringente maniera al re di Sardegna il suicidale effetto della sua condotta nel provocare in questo momento la rinnovazione delle ostilità, e assicurarlo non s’aspetti verun sostegno dalla Francia se con ciò provocasse un’invasione de’ suoi dominj per l’esercito vincitore».
Palmerston, al 19 marzo, ricevuta la denunzia dell’armistizio, incaricava di esprimere quanto gli dispiacesse la strada in cui metteasi il Gabinetto di Torino; sperava ancora non si comincierebbero le ostilità; in ogni caso si procurasse cessarle ove fossero cominciate.
Mercier presentavasi a Novara al re, in nome del Governo francese, per dissuaderlo dal cominciare le ostilità (Edwards a Palmerston, 24 marzo). Abercromby faceva altrettanto (dispaccio 21 marzo), dopo che al 14 aveva scritto dolergli senza fine che il re, malgrado i ripetuti consigli delle Potenze mediatrici, esponesse la pace universale e il proprio paese con un attacco non provocato contro un vicino.
[107]. Lettera a Colloredo 18 marzo 1848, e dispaccio di Edwards a Palmerston 23 marzo.
Io non credo possa trovarsi romanzo che pareggi la commozione del leggere adesso gli scritti e i giornali che uscirono dal 18 al 30 marzo 1849. Vero è che, a differenza dei romanzi, bisogna conoscere prima la catastrofe.
[108]. Di pagine che straziano il cuore per la continua immagine d’occulte mene, di trame liberticide, di corruzione diffusa, tali da far vergognare d’essere italiani, può raccogliersi lo stillato in queste poche righe: «Udito il disastro di Novara, che tutti giudicarono tradimento, udite le condizioni dell’armistizio che a tutti parvero disonorevoli, Genova alzò il capo fieramente, e non volle sottoporsi nè al croato che invadeva, nè al Ministero che pareva essere di così buona intelligenza coll’invasore, ma difendere la città, come essi dicevano, dagli Austriaci di Vienna e da quelli di Torino... Per poco che il Governo avesse voluto essere umano, nulla era più facile che ridurre Genova a obbedienza senza lacrime e senza sangue. I soldati di Lamarmora, volendo emulare gli esempj di Novara, s’abbandonarono a deplorabili eccessi contro le proprietà e le persone... Partivano gl’infelici in traccia di men crudeli spiaggie sulle rive dell’Ellesponto sotto la protezione della mezza luna. Più infelici ancora quelli che rimasero... Nè le ire si spensero colle tolte sostanze, coll’oltraggiata onestà, col versato sangue». Brofferio, Storia del Piemonte, tom. III, p. 116-120.
[109]. Un uffiziale polacco amico del generale Chrzanowsky, e un uffiziale piemontese, nelle Considerazioni sugli avvenimenti militari del marzo 1849, gettarono tutte le colpe sul Ministero. Chiodo, Cadorna, Tecchio cessati ministri vi risposero, mostrando con documenti che il generale fu istruito a tempo dell’armistizio disdetto, e aveva assentito.