Editori.
CAPO VIII.
Più vasto campo ci presentano le opere degli antichi pubblicate dai nostri. Non parlerò di quelle edizioni, che essendo fatte unicamente per mercantile speculazone, e con somma trascuratezza, recan danno alla lingua piuttosto che vantaggio pe' molti errori da cui sogliono esser bruttate. Nè pure farò parola di certe magnifiche edizioni, che il chiarissimo Signor Bodoni ha fatto uscir de' suoi torchj, se non quando siano corredate d'utili illustrazioni. Esse servono al lusso degli uomini ricchi, non al comodo degli uomini studiosi. Omero è il più antico scrittor profano, e ragion vuole, che si cominci da lui. Dell'Omero del Sig. Cesarotti dirò fra i traduttori. L'Iliade stampata a Parma è commendabile per la magnificenza dell'impressione, e per la scelta del testo. La prima lode si deve al Sig. Bodoni, e la seconda al dottissimo Sig. Cavaliere Luigi Lamberti, che alcune delle lezioni ivi adottate ha poi illustrate con molta erudizione e sottil critica.[131] Ma della illustrazione impressa nel secolo presente non debbo quì tener discorso. Più vasto campo prese a percorrere il P. Alessandro Politi delle Scuole Pie, che tutto Omero, ed i comenti d'Eustazio cominciò a pubblicare colla traduzion Latina, e parecchie annotazioni sue in gran parte e in parte d'Anton Maria Salvini; ma la morte interruppe il suo disegno, mentre si stampava il quarto volume[132]. Le annotazioni sono erudite e giudiziose, la traduzione è esatta, il testo è emendato dall'editore, che era dotto Grecista. Taluno forse potrebbe reputare inutile la traduzione, e di quest'avviso era il Sig. Heyne. E in un'opera così voluminosa il togliere una cosa inutile è un vantaggio grande. Benemerito d'Omero fu altresì il Buongiovanni pubblicando uno Scoliaste inedito pregevolissimo[133]. Se non che egli non ne dette, che una parte, ed era riservato al Signor Villoison il darlo tutto con altri Scolj antichissimi[134]. Ma giacchè ho nominato l'edizion procurata da questo Francese Grecista dottissimo concedendo a lui la gloria d'aver dati in luce quegli Scoliasti coll'Iliade d'Omero, coi segni critici usati dagli antichi, e con prolegomeni ricchi di molta erudizione, non debbo tacere, che una parte di questa gloria si ha da attribuire ancora ai Signori fratelli Coleti dotti nella Greca Lingua, come in ogni maniera d'erudizione, i quali nella lontananza dell'editore eseguirono quella difficile impressione. E per non dissimile ragione ad essi pure si debbe parte di quella gloria, che egli si meritò divulgando i celebri suoi Greci Aneddoti, dove dei Signori Coleti fece giusta, ed onorata menzione[135]. Anzi pareva quasi destinato, che le opere maggiori di quel sommo uomo si mandassero in luce dagl'Italiani; perchè anche il suo Apollonio si deve all'Italiano Signor Molini dimorante in Parigi[136], il quale se non poteva colla dottrina giovare all'edizione, come i Coleti fecero nelle accennate due opere, le giovò almeno col tollerarne la spesa.
Da Omero non deve andar disgiunto Esiodo, del quale si possono quì ricordare due edizioni, quella cioè di Padova coll'Italiana versione del Salvini[137]; e quella di Parma del celebre Signor Bodoni colla traduzione Latina del Gesuita Zamagna[138]. Ambedue sono più commendabili per le traduzioni, che le accompagnano, che per le illustrazioni aggiunte all'originale. E queste illustrazioni l'intelligenza riguardano del testo, non l'emendazione, nè pure in quei luoghi, ne' quali lo richiederebbe forse l'edizion del Clerc, che quì si segue sempre fedelmente. Ad Esiodo succeda Teognide, le sentenze del quale furono dal Canonico Bandini pubblicate col poemetto ammonitorio, ed i versi aurei attribuiti a Pitagora[139]. E giacchè il mio discorso è caduto sopra questo editore stimo non inopportuno l'aggiunger quì ancora gli altri poeti, che egli fece stampare, perchè di tutti dovrò dare lo stesso giudizio. Questi sono Callimaco, Arato, Nicandro, Trifiodoro, Coluto, e Museo[140], ai quali tutti, come pure a Teognide, e agli altri già nominati, unì le traduzioni in versi Italiani d'Anton Maria Salvini. Util cosa fece il Bandini, dando questi volgarizzamenti, che erano inediti, ed oltre a ciò alcune varianti a Callimaco, a Trifiodoro, e a Nicandro prese dai Codici Fiorentini, e l'inedita metafrasi di questo poeta fatta da Eutecnio Sofista, che egli in parte ricavò da un codice Laurenziano, e in parte da uno Viennese. Nulla però v'aggiunse di proprio, fuorchè alcune annotazioni a Callimaco molto diffuse, ma poco utili a spiegare il testo, e nulla ad illustrare la lingua. Le note aggiunte a Museo, e a Coluto sono o copiate fedelmente, o abbreviate da quelle, con che il Rover, e il Lennep accompagnarono i versi di questi due poeti, e la metafrasi d'Eutecnio fu da lui pubblicata con tutti gli errori de' codici, benchè manifesti.
Nella traduzione dell'Harvood fatta in Venezia si attribuisce al Bandini un'edizione Fiorentina d'Anacreonte del 1742.; ma ciò è errore e lo ha già osservato il Signor Chardon de la Rochette nelle sue Melanges de Critique, et de Philologie T. 1. p. 190.[141] Tre sono le edizioni d'Anacreonte, delle quali debbo quì far parola, tralasciandone più altre, che nulla hanno di osservabile per la illustrazione della lingua, o che sono osservabili solamente pe' volgarizzamenti di cui dirò altrove. E' la prima quella dell'Ab. Spalletti, nella quale egli ci ha dato il testo d'un codice del secol decimo della Libreria Vaticana. Il Barnes ne aveva ottenute le principali varianti delle quali fece uso, non però sempre fedelmente. L'Ab. Spalletti volendo pubblicare il testo di questo codice ne ha fatta incidere una copia, che dicesi non esatta, ed ha poi stampate le poesie d'Anacreonte con caratteri fusi espressamente a imitazione del manoscritto, e vi ha contrapposto il testo del Barnes, che era allora più comunemente adottato. Quindi si vede quanta superfluità sia in questa edizione, che a minor prezzo poteva offerire quel testo. In fatti M. Levesque dotto Grecista Francese ha poi stampate le varianti di quel codice[142], il che rende inutile la fatica del Romano editore. Pregevolissima poi è la magnifica edizione, che il Sig. Bodoni dette di questo poeta nel 1785.[143] in lettere majuscole. Non considero la bellezza de' caratteri, e della carta, e tuttociò che all'arte tipografica appartiene, nelle quali cose tutti sanno quanto quell'insigne tipografo fosse grande. Questi sono esteriori ornamenti; ed io debbo esaminar solamente i pregi intrinseci dell'edizione. Erudito è il comentario posto in principio, in cui dottamente si parla del poeta, delle edizioni de' suoi versi, e delle traduzioni Italiane, e Francesi. Con molto avvedimento si è scelta per testo la prima edizione, cioè quella del 1554. in cui Enrico Stefano dette esattamente la lezion de' suoi codici, e le poesie di Anacreonte non erano anche state alterate dalle congetture degli editor posteriori. Io lodo que' dotti critici, che le fatiche loro consacrano alla emendazione degli antichi scrittori; ma più lodo quelli, che contenti di esporre le loro correzioni ne' comenti si astengono dall'inserirle nel testo. Così fece allora lo Stefano, e così pure ha fatto il dottissimo Sig. Ab. Valperga Caluso, che è l'autore delle varianti poste in fine di questa edizione. Queste egli ha scelte da tutti gli editori, ed alcune sue ne ha aggiunte molto lodevoli, talchè ha dato quì in poche pagine il meglio, che dar si potesse in questo genere[144]. Dobbiamo al Ch. Signor de Rogati la terza edizione nella quale egli ha accompagnato il testo colla sua traduzione poetica, e con annotazioni[145]. Della traduzione parlerò in altro luogo. Le annotazioni mentre servono a dar ragione del suo volgarizzamento, o ad esaminare gli altrui, giovano ancora a spiegare il testo. Ma niente v'ha intorno all'emendazione del testo, niente per isceverare le odi genuine, da quelle che certamente non sono d'Anacreonte.
Un solo editore di Pindaro ci offre l'Italia in questo secolo, cioè l'Abate Gautier[146]. Della sua traduzione parlerò altrove, ed ora considero solamente l'edizione del testo, e le annotazioni, di che egli l'accompagnò. Ma di ciò ancora non posso dire che poco; perchè quanto al testo seguì fedelmente l'impressione d'Oxford, e nelle annotazioni nulla è di nuovo: niun confronto, non dirò coi codici, ma nè pure colle edizioni precedenti, niuna spiegazione relativa alla illustrazion della lingua. Più benemerito del Principe dei Poeti Lirici fu il P. Luigi Mingarelli Canonico del Salvatore, che per le sue congetture su questo poeta meritò d'essere annoverato dal dottissimo Heyne inter praestantissimos rei metricae magistros[147]. Nè quì si arrestò il Grecista Bolognese, ma più altre illustrazioni mandò all'Heyne principalmente intorno ai metri, delle quali questi fece uso nella edizione del 1798. essendo a lui liberale di molta lode[148].
Poco si è fatto per Eschilo, ed ancor meno per Sofocle. Il Pasqualoni, che ho già citato, volgarizzando due Tragedie, cioè i Sette a Tebe, ed il Prometeo del primo ne ha pubblicato il testo colle sue annotazioni[149]. In queste egli spiega l'originale attenendosi frequentemente allo Schutz senza esser però al tutto ligio delle sue opinioni, dalle quali talvolta si allontana per seguire lo Stanley, il Pauvv, e l'Heathe. Ma niuna correzione v'ha tratta dai codici o dal suo ingegno. Il Prometeo fu pubblicato ancora da Monsignor Giacomelli, come pure l'Elettra di Sofocle[150] che arricchì di sua traduzione e di note. Questo dotto Prelato, che dovrò mentovar più volte, era assai valoroso Grecista, e ben lo dimostra nel comentare queste due tragedie ora spiegando i passi più oscuri, ora scegliendo le migliori fra le diverse varianti proposte da altri, ora proponendo egli stesso nuove lezioni. Assai più s'è fatto per Euripide, cui toccò in sorte un editore, che tutte le opere ne pubblicò e tradusse. Questi fu il P. Carmeli[151]. Il Reiske negli atti di Lipsia del 1748. dando ragguaglio del primo volume di quest'edizione, il quale solo era pervenuto alle sue mani fece alcune critiche osservazioni sull'Ecuba d'Euripide, sulla traduzione del P. Carmeli, e sulle sue note. Questi però non tacque, e rispose ai rimproveri del Grecista Tedesco[152]. Lasciando stare la difesa del Greco Tragico, e considerando solamente quella del volgarizzamento, e delle note dirò, che il Reiske o ingiustamente, o troppo severamente condanna il traduttore d'inesattezza. Una sola delle sue critiche può dirsi giusta, ed è dove al v. 183. il Carmeli traduce Perchè con voce di pietà mi chiami? le parole τί με δυσφημεἶς, perchè δυσφημὦ non ha questo significato. Egli lo trova nello Scoliaste, e ve lo trovò pure Enrico Stefano nel Tesoro della Lingua Greca. Ma se ben si considera lo Scoliaste dice: διατί δυσφημεἶς καὶ ἐλεεινογεἶς ἐμέ; dove ἐλεεινογεἶς non è posto, come spiegazione di δυσφημεἶς nel qual caso in vece di καὶ avrebbe detto τουτέςι o in altra simil maniera, ma come spiegazione, del modo, con che Ecuba veniva a dar cattivo augurio a Polissena. Ciò non ostante però la critica di questo luogo è troppo severa a parer mio, perchè in una poetica versione non si dee pretendere, che il senso d'ogni parola sia trasportato dall'una all'altra lingua rigorosamente, bastando solo che i concetti, e i sentimenti sieno conservati. Riguardo poi alle note, il critico biasima il Carmeli se corregge il testo condannando le sue emendazioni, come non necessarie, e inopportune: lo biasima se non lo corregge, indicando egli stesso parecchie emendazioni, che a suo giudizio si doveano fare. Io confesserò, che talvolta il Reiske ha ragione; ma dubito forte, che ciò succeda non molte volte, e tengo per fermo, che alcune delle correzioni Reiskiane non saranno approvate da altri. Era il Reiske dotto Grecista, ma nelle sue illustrazioni degli antichi scrittori soverchiamente si lasciava trasportare dal desiderio d'alterare il testo. Questo difetto è stato a lui apposto da uomini dottissimi: fra' quali mi piace d'allegarne tre, che tutti riconosceranno come ottimi giudici. Perversam, dice lo Jacobs,[153] Reiskii omnia mutandi libidinem tot exemplis cognitam: e il Brunck[154], che pure non era troppo parco nell'emendare lo condanna, come poco attento alle leggi della prosodia. Reiskius quì minus etiam quam Strepsiades metra curabat etc. Il terzo sarà lo stesso Reiske, il quale parlando delle sue emendazioni a Demostene dice: retractans nunc longo tempore post illa mea ausa demosthenica, incipio nonnunquam vereri ne festinatio me passim locorum praecipitem egerit[155]. Difendendo però in qualche modo il Carmeli da alcune fra le accuse di quel dotto critico non intendo di difenderlo da quelle, che altri potrebbe fargli. Lo condannò l'Heyne dicendo le sue annotazioni nec multum continere novi, nec prodere insignem scientiam linguae, artis criticae, reique metricae[156], ed alla sentenza di tanto giudice niuno sarà che voglia contradire.
L'ordine dei tempi, e la menzione da me fatta del P. Carmeli mi costringe a trattenermi ancor per poco sul teatro Ateniese per parlare d'Aristofane. L'avvocato Invernizzi Romano si adoperò con molta lode ad emendare ed illustrare le sue commedie[157]. A me rincresce, che avendo un giorno letta ed esaminata la sua edizione, ora non l'abbia al presente uopo, nè possa farne quell'accurato elogio che merita il suo dotto lavoro. Parlerò perciò solamente del poco che altri ha fatto intorno a questo poeta. Il P. Carmeli testè mentovato ne pubblicò una Commedia, cioè il Pluto[158], e due ne dette il Nerucci di Siena, cioè lo stesso Pluto, e le Nuvole[159]. Ambedue accompagnarono il testo di traduzione poetica Italiana, e di note dirette a spiegare, ed illustrare l'originale, non a correggerlo, o mutarlo. Nè da Aristofane separerò il suo Scoliaste, e i due comici Filemone e Menandro. I frammenti di questi illustrò il Salvini con alcune sue brevi annotazioni, che poi il Clerc senza sua saputa o licenza pubblicò nel libro intitolato: Philargyrii emendationes in Menandri, et Philemonis reliquias etc. Amstelodami 1711. in 8. Lo Scoliaste poi d'Aristofane fu tradotto in latino, e con molte ed erudite annotazioni spiegato da Francesco Galluppi di Tropea in Calabria. Egli fece ancora un comento a Teocrito, in cui prese a censurare specialmente quel dell'Heinsio, ed uno sopra Stefano Bizantino, che mandò al Dorville perchè fosse inserito nelle sue Observationes Miscellaneae[160].
Maggiore impresa, e più ardimentosa assunse Gio. Vincenzo Lucchesini, che poi fu Prelato nella Corte di Roma, e pel suo valore nella lingua latina meritò d'esser Segretario di più Pontefici. Egli tradusse in Latino, ed illustrò pressochè tutte le orazioni politiche di Demostene[161]; il che io chiamo impresa ardimentosa, perchè nel tempo medesimo prese ad esaminare, e condannare in più luoghi la traduzione del Volfio sommo Grecista. Il Dorville lo biasimò;[162] e il Reiske, se si considera il modo, con cui ne parla nella prefazione al suo Demostene[163], e il non citarlo mai nelle sue annotazioni, mostra abbastanza, che non dissentiva dal Dorville. Tre cose debbono osservarsi nell'opera del Lucchesini: la fedeltà ed eleganza della traduzione, le note critiche sulla traduzione del Volfio, e le note storiche. La fedeltà della traduzione si potrà revocare in dubbio in quei luoghi, in cui discorda dal Volfio, e di questi parlerò dopo. Nel rimanente essa è fedele, quanto si dee richiedere da chi traduce, come oratore, non come interpetre. Riguardo all'eleganza, tutti coloro ve la troveranno grandissima, i quali hanno qualche familiarità con Cicerone, e cogli altri aurei scrittori di quell'età. Le annotazioni storiche sono erudite, sono profonde, si discutono in esse molte belle ed opportunissime quistioni, si illustrano molti luoghi d'altri scrittori, e meritano lode ancorchè non in tutto abbia colto nel segno. Anzi è a parer mio una mancanza grande nel Demostene e negli Oratori attici del Reiske d'avere eccessivamente trascurata questa parte d'illustrazione, che è necessaria a ben intendere le opere degli antichi. Per ciò che spetta alle note critiche confesserò, che egli combattendo contro al Volfio combatteva con armi disuguali. In primo luogo però mi si concederà non esser la traduzione del Volfio quel Sacrario, sul quale non sia lecito di porre le mani. Lo stesso Reiske parlando della sua edizione dice: porro si recundenda interpretatio Volfiana fuisset, non sola mera, intemerata debuisset repraesentari, sed etiam annotationes criticae ei substerni, quibus lapsus ejus benigne indicarentur, et blande castigarentur[164]. No: l'applauso, che a gran ragione meritano le opere del Volfio, non impedisce che vi si trovi qualche difetto, e trovatolo si accenni altrui. Vero è che talvolta il Lucchesini lo condanna a torto, tal altra volta le sue osservazioni si aggirano sopra cose minute troppo, e che non meritavano d'esser censurate. Ma è poi vero altresì che parecchie altre volte le sue critiche sono giuste, e mostrano in lui ingegno acuto e dottrina; e che ciò sia vero non mi si potrà negare dal Reiske almeno allora, quando egli stesso senza citare il Lucchesini ha adottate le stesse spiegazioni e le correzioni del testo, che il Grecista Lucchese aveva proposte cinquantotto anni prima di lui[165]. Colle quali mie estreme parole non voglio già accusare il Reiske di plagio. So che non abbisognava di togliere le emendazioni altrui di nascosto egli che è accusato d'essere soverchio nell'emendare arbitrariamente. Voglio però dir solamente, che se avesse avuto agio di consultar la dotta fatica del Grecista Italiano, se nel gusto della lingua Latina fosse stato così profondo, come era nella Greca Filologia, se avesse stimato più (come doveva) le illustrazioni storiche, che erano pure stimate molto dai Salmasj, dai Pitischi, dai Burmanni, e da tanti altri comentatori delle età trapassate, più assai, che non faceva, avrebbe stimata l'opera del Lucchesini. Degli altri Oratori d'Atene null'altro debbo indicare tranne i Monita Isocratea stampati in Padova dal Facciolati il 1747. e questi stessi per la loro piccolezza non richiedono più lungo discorso.