Coetaneo di Demostene fu Teofrasto, il quale ne' suoi caratteri mostrò quanto ben conoscesse il cuor umano. Il Senatore del Riccio li pubblicò, li comentò, li tradusse[166]; ma la sua opera non ha ottenuto molto plauso. Quelle sue lunghissime note non contengono cose di gran pregio, nè assai felice è la traduzione. L'Ab. Prospero Petroni scrittore della Vaticana ne aveva preparata una edizione. Era noto, che un codice di quella Libreria dava il titolo di due nuovi capitoli, cioè del ventinovesimo, e del trentesimo, i quali mancavano, e si credevan perduti. Il Petroni gli scoperse nel 1740. in un altro codice della medesima Libreria, li copiò, e divisò di dare un edizione di tutta l'opera illustrando il testo, e traducendolo in Latino novellamente. Le notizie letterarie, che si stampavano in Roma dal Pagliarini l'annunziarono nel 1742. dicendo, che i caratteri di Teofrasto sarebbono accresciuti di più del terzo. In fatti si cominciò l'edizione, e l'Ab. Amaduzzi ne aveva i primi tre fogli, che giungevano quasi alla fine del capitolo tredicesimo; ma rimase interrotta, nè se ne sa il motivo. Dopo la morte del Petroni si perdè il suo manoscritto, col quale egli doveva aver preparata tutta l'opera, ed ingiustamente il Siebenkees ed il Goes hanno accusato l'Amaduzzi di plagio asserendo, che egli s'impadronì delle carte del Petroni, e che da queste fece l'edizione, di cui parlerò fra poco. L'Amaduzzi aveva solamente i tre fogli indicati della sua edizione, ed avendo da lui sentito, che in quel codice ai trovavano i due capitoli inediti, li copiò ed eccitò M. Chardon de la Rochette a stamparli. Questi però occupato tutto dell'Antologia non accettò l'invito, ed anzi animò lo stesso Amaduzzi a farlo, siccome eseguì con magnifica edizione Bodoniana il 1797. in 4. Gli si rimprovera non senza ragione di non avere alcuna volta spiegato bene l'originale, ed io gli rimprovererò ancora l'eccessiva e non utile prolissità della prefazione, e delle note, per cui di due brevi capitoli ha fatto un libro di 148. pagine.

Al P. Giuseppe Pagnini dobbiamo un'egregia edizion di Teocrito, ed una di Callimaco[167]. Parlerò solamente della prima, non avendo veduta mai la seconda. Si ha quì il testo di Teocrito Mosco e Bione accuratamente stampato colla versione Latina, e poetica in Italiano. Vi ha aggiunte in fine l'Egloghe di Virgilio colla traduzion Greca di Daniello Alsvort stampata già in Roma il 1594. e l'Italiana dell'editore, ed alcune sue poesie. Egli vi unisce alcune annotazioni, nelle quali ora spiega i luoghi più oscuri, ed ora esamina le emendazioni proposte dai Comentator precedenti, o alcune nuove ne propone tratte dai codici Vaticani da Lui con molta diligenza collazionati.

Gio. Battista Zanobetti pubblicò come inedito l'Idillio di Meleagro sopra la primavera[168], che avevamo più esattamente nelle precedenti edizioni dell'Antologia. Pure fece cosa utile assai, perchè lo illustrò lodevolmente con erudite annotazioni e parecchi Greci Epigrammi. L'Ab. Spalletti, del quale ho già parlato, forse aveva in animo di dare una edizione dell'Antologia di Costantino Cefala, giacchè tutta la trascrisse da un celebre codice Vaticano, ed il suo apografo dopo la morte sua passò ad arricchire la Libreria del Duca di Saxe Gotha[169]. Ora quali altri tesori è da credersi, che egli abbia copiati da quella gran Libreria, e qual uso ne avrebbe egli fatto, se in tempi più felici gli fosse avvenuto di vivere, o più efficaci favoreggiatori de' suoi studj avesse incontrati!

Un altro autore più difficile per la materia, che tratta, e più bisognoso di nuova edizione era Archimede, e richiedeva un editore, che fosse nel tempo stesso buon mattematico, e grecista. Tale appunto era il Torelli, che accintosi all'impresa vi riuscì con somma felicità[170]. Il Bjoernstahel, che ne' suoi viaggi aveva veduta l'opera prima che uscisse alla luce, molto la commendò[171], e tutti gli uomini dotti hanno poi confermato il suo giudizio. I codici non gli hanno recato nessun ajuto, e il dotto editore ha dovuto correggere il testo guidato solamente dal proprio ingegno, il che ha fatto egregiamente, e quindi v'aggiunse la traduzion latina. Un altro mattematico fu illustrato da Antonio Matani cioè Eliodoro, ma piccolo è il libro, e il nuovo editore non v'adoperò molta fatica non abbisognando il testo d'emendazione[172].

Molto fece altresì per l'Argonautica d'Apollonio il Cardinal Flangini[173], il testo della quale arricchì di poetica traduzione, di doppio genere di note e di copiose varianti. Delle note alcune servono ad illustrare il testo, o a correggerne la lezione, o a dar ragione della traduzione. Ma in ciò che si spetta alla correzione del testo egli non fa quasi altro, che dar giudizio delle emendazioni del Brunck, le quali spesso egli suole adottare. Ora sarebbe stato a desiderarsi, che avendo collazionati alcuni codici Romani, e recatene le varianti avesse poi fatto qualche uso delle migliori fra queste in quelle sue annotazioni. L'altro genere di note appartiene alla spiegazione delle favole mitologiche, nella quale egli si diffonde con molta erudizione, e merita somma lode.

Molto dopo questi scrittori dovrei porre l'opuscolo sul sublime, che porta il nome di Longino, e comunemente a quel Longino si attribuisce, il quale viveva presso Zenobia Regina di Palmira nel terzo secolo dell'era volgare. Ma recentemente il dottissimo Sig. Amati scrittore della Vaticana non senza probabilità ha sostenuto, che l'autor sia Dionisio d'Alicarnasso, di che si veda l'edizion fatta in Lipsia il 1809. di quell'opera. Credo perciò di poter collocare fin d'ora a quest'epoca l'edizione di quell'opera, che il Gori dette in Verona con traduzione Italiana, e Latina arricchita di non dispregevoli annotazioni[174].

Più special menzione domanda ciò che si è fatto intorno a Dione Cassio. Notissimo è quanto poco sia fino all'età nostra pervenuto della sua storia, e quanto dannosa sia la perdita del rimanente. Nicolao Carminio Falcone con un Codice antichissimo della Vaticana pretese di darne gli ultimi tre libri, e gli stampò a Roma nel 1724. Ma tutto ciò, che egli pubblicò, o era già stampato assai prima, o non sono che tenui avanzi di poca o niuna utilità. Il Reimaro in una lettera diretta al Cardinal Quirini, e stampata in Amburgo il 1746. lo censurò per non avere assai esattamente collazionato quel codice, confrontandolo coll'epitome di Xifilino, e per non avere bene inteso l'autore in alcuni passi: vuolsi però temperare alquanto la severità di questa censura. Il Codice fu prima pubblicato da Fulvio Orsino, ed essendo esso malconcio, e guasto vi lasciò molte lacune, le quali furono supplite in parte dal Falconi, usando molta diligenza, e ricorrendo appunto a Xifilino, il che non era caduto in mente al dottissimo Orsino. Vuolsi dunque dargli lode di quel che ha fatto, e non riprenderlo soverchiamente, perchè non ha fatto di più. Egli poi pretese di far molto più e ristabilire i primi libri,[175] credendo d'aver tanta esperienza dello stil di Dione da conoscer ciò che vi può esser di suo negli altri scrittori, che ne avessero copiata alcuna cosa senza citarlo. Altro però non fece che un centone tratto da Dionisio d'Alicarnasso, Plutarco, Zonara, e Tzetze.

Più benemerito di Dionisio, è stato uno de' più grandi letterati, che a' passati giorni vantasse l'Italia, cioè il chiarissimo signor Cavalier Morelli celebre Bibliotecario di S. Marco a Venezia. Egli da un codice del secolo undecimo, che fu già del Cardinal Bessarione, ed ora è nella Libreria di S. Marco, alla quale con tanta lode presiedeva, trasse molte pregevoli varianti, ed alcuni insigni frammenti di questo istorico, e li pubblicò in un libretto piccolo di mole, ma grande di pregio[176]. Al medesimo signor Cavaliere dobbiamo ancora un'orazione d'Aristide contro Leptine, una di Libanio a favor di Socrate, e un lungo frammento dei Ritmici d'Aristosseno[177], il che era inedito, ed egli mandandolo in luce lo ha accompagnato con un'elegante traduzione latina, e con prefazione, e note dottissime, quali da lui si poteano aspettare.

Ma ciò che per una certa singolarità supera ogni altra cosa sono i papiri d'Ercolano. Il giorno 3. di Novembre del 1753. sarà memorabile sempre ne' fasti della Storia letteraria per la scoperta, che in esso se ne fece. Sono questi in rotoli mezzo bruciati, ed il Mazzocchi fu il primo, che si accorgesse che erano papiri. Qual fosse allora la sua allegrezza per sì fatta scoperta si può piuttosto immaginare, che descrivere. Difficile era lo svolgerli ma il P. Antonio Piaggio Genovese delle scuole pie riuscì a trovare una macchina, ed il metodo opportuno a questo intento; il che poi fu descritto dal Vinkelmann, dal Bartel, e nelle lettere de' Signori Heinse, Gleim e Muller. Svolti i papiri si copiano esattamente, ed il Mazzocchi da prima fu incaricato di tradurli in latino ed illustrarli. A lui successe l'Ignarra, e a questo il dotto Monsignor Carlo Rosini Vescovo di Pozzuolo. Un solo volume abbiamo fino ad ora per frutto delle sue fatiche, e contiene il quarto libro dell'opera di Filodemo contro la Musica[178]. Non mi è riuscito di vedere quest'opera pregevolissima, onde son costretto di seguire favellandone le altrui relazioni. Il chiarissimo Prelato editore ne' prolegomeni parla eruditamente di Filodemo, ed illustra alcuni de' suoi epigrammi[179]. Il suo comento sull'opera contro la musica mostra ingegno acuto, e profonda dottrina; ma lo svolgimento de' Papiri è così difficile, che quantunque si adoperi ogni diligenza non si possono ottenere, che frammenti confusi, intorno ai quali invano s'affatica l'editore per deciferarli.[180] Nè è da sperarsi, che nuove cure nello svolgerli possano dare un esito più fortunato. Infatti alcuni papiri furono dalla Corte di Napoli donati (son già alcuni anni) al Principe di Galles, ora Re di Inghilterra, intorno ai quali con niun successo l'Inglese Hayster si è affaticato per interpetrarli. E non migliori speranze ha la classe della storia dell'Instituto Francese, alla quale Buonaparte ne contò sei[181]. Può sperarsi però, che qualche papiro si trovi meno indocile alle cure assidue di quelli, che sono incaricati di questa fatica, il che sarebbe di sommo vantaggio al coltivamento de' buoni studj[182]. Ed ove ancora tutti fossero ugualmente difficili, se ne raccorranno almeno de' frammenti, che saranno utili, e preziosi avanzi d'un immenso e ricchissimo naufragio. Si dice che 1700. sieno i papiri trovati fra le rovine d'Ercolano, e che intorno a 300. sieno quelli già svolti, o su' quali si è fatto qualche tentativo.[183] Oltre all'opera già indicata di Filodemo due altre se ne sono trovate dell'autor medesimo, cioè due libri sulla Rettorica ed uno sopra i vizj e le virtù ad essi opposte, si parla pure d'altre opere di Demetrio, d'Epicuro, di Polistrato discepolo di Epicuro, ma comunemente quei papiri non hanno nome d'autore. Un solo latino se n'è trovato di cui parlerò altrove.