Senza sudarlo, da natura amica,
Corniòle, corbezzole cogliea
Fragole ognor dalla pendice aprica,
E l'atra mora che tra spin pendea
Dell'aspra rosa nella selva antica,
E quella che dall'albero di Giove
Edula ghianda maturando piove.
Nella state dello stesso anno molti farfalloni svolazzavano per gli orti, e deposero loro uova sulle foglie de' cavoli, d'onde poi si schiusero bruchi, che rosero le ortaglie. E specialmente i cavoli si chiamano olera. Olus ab alendo fu detto, perchè l'uomo si alimentò ex oleribus (erbaggi mangerecci) prima di cominciar a mangiare biade e carni. Così dice Isidoro (Etimologie 12.º). Si ebbero anche in alcune parti del mondo forti terremoti; sicchè quando frate Roglerio dell'Ordine de' frati Minori, Lodigiano, che era stato compagno del Visitatore della Provincia di Bologna, ritornava dalla Corte, dove era stato con un Cardinale, e passava per Taurenno ove s'era proposto di albergare, gli abitanti di quel luogo gli dissero: Padre Santo, in questo paese si fa sentire sovente il terremoto; e in quell'istante, eccoti subito una violentissima scossa. E il frate sclamò: Colui che guarda la terra e la fa traballare, che tocca i monti e fumano. Salmo 103.º. Detto ciò il frate si guardò indietro e vide una casa coperta di paglia, e disse che la notte voleva dormire in quella, perchè, soggiunse, se vado a dormire in altra, forse gli embrici, o le tegole cadranno sopra di me, se la casa ruina, e vi morrò. La qual cosa udendo e vedendo alcune donne del paese, portarono i loro letti in quella capanna per dormire con sicurezza accanto ai frati. Il che avendo scorto un certo vecchio, disse ai frati; Avete fatto cosa, che non dovevate fare, perchè dovete sempre essere preparati alla morte... a cui di rimando il frate: Il beato Girolamo dice: È prudenza temere di tutto ciò che può sopravvenirne, e l'Ecclesiastico 18.º: Il saggio teme di tutto. Questo l'ho udito io da frate Roglerio, che fu compagno di frate Benvenuto, nostro Visitatore della Provincia di Bologna. Così nel millesimo sussegnato, nel giorno di S. Tomaso Apostolo, che fu in Giovedì, e la notte successiva, verso l'ora di mattutino, si videro lampeggiamenti e si udirono tuoni fragorosissimi, cose insolite a vedersi e a udirsi in quella stagione. E allora a Venezia le acque montarono ad allagare la città, tanto che, come dicono i più vecchi, eguale allagamento non fu mai visto dalla fondazione della città ai giorni nostri; poichè quella città è fondata nelle acque, e si sommersero barche e perirono persone; e le mercerie, che non erano nei solai delle case, s'avariarono. Eguale disastro soffrì Chioggia, che anch'essa è nelle lagune, ove si fa il sale. E Bernardo, Cardinale Legato della Chiesa romana, che abitava a Bologna, diceva che tale infortunio aveva incolto i Veneziani, perchè non volevano soccorrere Re Carlo contro Pietro Re d'Aragona, quantunque fosse desiderio di Papa Martino. Parimente in que' due giorni, cioè il Venerdì e il Sabato, si verificò quel detto profetico di Zaccaria 14º: In quel giorno non vi sarà luce, ma freddo e gelo; cosa che spesso verso Natale avviene. Così pure la vigilia di Natale, che fu in Domenica, mentre recitavamo mattutino, la luna si ecclissò totalmente; come disse il Signore in Matteo 24º. Il sole scurerà, (il che si rinnoverà l'anno venturo, come alcuni asseriscono) la luna non darà il suo splendore. La qual cosa ho veduto più volte dopo che sono entrato nell'Ordine de' frati Minori.... Quindi ho avuto campo a moltiplicare queste osservazioni, perchè talvolta scura il sole, tal altra la luna, e poi accadono terremoti; e alcuni che debbono predicare non hanno così alla mano le cognizioni intorno a questa materia; e restano confusi. Ricordo che io abitava nel convento di Pisa, sono bene quarant'anni e più, che si sentì terremoto nel giorno successivo a quel di Natale, cioè la notte di S. Stefano, e frate Chiaro di Fiorenza dell'Ordine de' frati Minori, uno de' più celebrati chierici del mondo, predicò due volte al popolo nella chiesa arcivescovile; e la prima piacque, la seconda non piacque. E non per altro spiacque, se non perchè prese un argomento stesso per tuttadue le prediche. Nella qual cosa, da parte sua, mostrò abilità straordinaria, perchè disse cose sempre nuove; ma il volgo maligno e semplicione, che non sa regole, pensò che avesse ridetto il discorso della prima volta, perchè versava su lo stesso tema; sicchè il predicatore mietè vergogna da cosa onde gliene doveva venire onore. Or ecco il tema che s'era proposto, Aggeo 2º: Fra poco io scrollerò il cielo, e la terra, e il mare e l'asciutto. Nota che il terremoto suol formarsi nei monti cavernosi, ne' quali è imprigionato un vento, che volendo sprigionarsi, e non avendo spiraglio all'uscita, squarcia la terra, che trema, e quindi si sente il terremoto. Ne abbiamo immagine in una castagna non castrata, che salta via violentemente dal fuoco e detona, e mette spavento a chi è seduto attorno al focolare.... Nel sussegnato millesimo, cioè 1284, il giorno di Natale e di S. Stefano, tutta la giornata e tutta la notte si rovesciò un subisso di neve, la quale pel troppo peso atterrò o franse le piante da frutta, come mandorli e melogranati; e si ebbe anche uno smisurato freddo.... Lo stesso anno Giacomo Colonna, Cardinale della Chiesa romana, e nipote di Papa Nicolò 3º, mandò cercando frate Giovanni da Parma, che era stato Generale, e spontaneamente e con grande sua consolazione dimorava nel romitaggio di Grecio (dove il beato Francesco talvolta nel giorno di Natale raffigurò il presepio di Betlemme col Bambino) volendolo vedere e parlare seco in famigliarità, come intimo suo amico; e si videro, e n'ebbero molta consolazione ambidue, e parlarono alla dimestica di cose divine.... Ora è tempo di continuare il resto. Lo stesso anno morì frate Marco, che fu compagno di frate Giovanni da Parma, quand'era Ministro Generale, e di altri Ministri, come di frate Crescenzio, e di frate Bonaventura; del quale Marco mi pare non doversene più parlare, avendone detto abbastanza più indietro. Altro compagno di frate Giovanni da Parma, quand'era Ministro Generale, fu frate Andrea di Bologna, uomo onesto, mite, grazioso, famigliare, religioso, e divoto a Dio. Era anche buono scrittore, e nel Capitolo di Siena dettò quella lettera, che S. Lodovico ricevette a tempo della prima crociata, lettera che gli piacque moltissimo, per la liberalità e la cortesia di frate Giovanni da Parma Ministro Generale. Fu anche frate Andrea Ministro della provincia d'oltremare, cioè di Terra Santa, o Terra di promissione (... Si vergogni adunque Federico 2º, il quale, sia che volesse scherzare, sia che volesse dire da senno, insultando a Dio diceva che se Iddio avesse veduto il Regno ch'esso aveva in Sicilia in Calabria e in Puglia, non avrebbe tanto lodato la Terra di promissione). Pertanto frate Andrea morì lodatamente in pace, quand'era Penitenziere alla Corte del Papa. Terzo compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Gualterio, oriondo d'Inghilterra, e vero Inglese; buon cantore, gracile, alto di statura, bello, di santa e onesta vita, di buoni costumi e letterato; era stato scolare di frate Giovanni da Parma quando, prima di diventare Ministro Generale, era lettore a Napoli. Così frate Gualterio fu mandato addetto alla Corte, ma pose ogni opera sua per essere liberato da quel servigio, amando meglio di essere afflitto col popolo di Dio che godere la giocondità del peccato temporale, e reputando maggior ricchezza l'umiltà di Cristo, che il tesoro degli Egiziani.... Tuttavia ho udito che questo frate Gualterio fu poi suo malgrado fatto Vescovo, non so dove. Fu mio amico. E nota che tutti i compagni di frate Giovanni da Parma sono stati miei intimi amici e famigliari. Quarto compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Bonagiunta della Marca d'Ancona, di Fabriano, buon Custode e uomo di lettere, buon cantore, predicatore, scrittore, calvo, di statura mezzana e di faccia somigliante a S. Paolo. Quando era novizzo del convento di Fano, l'anno 1238, giovanetto ancora, abitava meco. Fu il primo e l'ultimo Vescovo di Recanati. Quinto compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Giovanni di Ravenna, grosso, corpulento e bruno, buon uomo e di vita onesta. Non ho mai veduto uomo che più di lui mangiasse avidamente le lasagne condite col formaggio. Fu Guardiano del convento di Napoli, quando frate Giovanni da Parma vi fu lettore, prima d'essere Ministro Generale. Sesto compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Anselmo Rabuino Lombardo, d'Asti, grosso, bruno, e aveva l'aria da Prelato, di vita onesta e santa; nel secolo era stato Giudice; fu Ministro della provincia di Terra di Lavoro e poi della Marca Trivigiana. Amò molto frate Giovanni da Parma, ed accogliendo favorevolmente i voti dei Ministri Lombardi e dei Custodi a Lione, pose opera e fece sì che frate Giovanni da Parma fosse eletto Ministro Generale. Frate Anselmo Rabuino era conosciuto dal sommo Pontefice Innocenzo IV. Io abitava nel convento di Pisa, e frate Anselmo, che era Ministro della provincia di Terra di Lavoro, mi scrisse di andare con mio fratello Guido di Adamo ad abitare nella sua provincia; ma non ci fu permesso dai frati del convento di Pisa, perchè ci vedevano volentieri con loro. Settimo compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Bartolomeo Guiscolo di Parma, illustre oratore e passionatissimo Gioachimita, cortese uomo e liberale, nel secolo maestro di grammatica, e nell'Ordine uomo onesto e santo. Sapeva scrivere, miniare e predicare, come ne ho detto abbastanza più addietro. Ottavo compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Guidolino Gennari di Parma, che fu uomo di lettere e buon cantore; cantava benissimo nel canto melodico, cioè nel canto rotto, e nel canto fermo aveva più arte che voce, la quale aveva debole; fu buon compositore, buono e bello scrittore, e buon correttore alla mensa nel convento di Bologna. Conosceva benissimo la Bibbia, e fu di vita onesta e santa, sicchè era ben voluto dai frati. Morì a Bologna e fu sepolto nel convento dei frati Minori, e riposi in pace. Nono compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Giacomino da Berceto, di vita onesta e santa, valente predicatore, e di gran forza di voce; fu Guardiano del convento di Rimini. Decimo compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Giacomo degli Assandri di Mantova, uomo onesto e santo, ottimo consigliere e interprete delle Decretali. Fu qualche tempo Ministro in Schiavonia, regione che si chiama anche Dalmazia. Undecimo compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Drudo, Ministro della provincia di Borgogna, lettore di teologia, che ogni giorno voleva predicare ai frati intorno alle influenze divine, come ho udito, quando mi trovai seco in Borgogna. Questi fu nobil uomo e bello, di vita onesta e santissima oltre ogni credere, e fu divoto a Dio in modo meraviglioso, e al disopra dell'umano giudizio. Frate Giovanni da Parma se lo condusse seco, quando Papa Innocenzo IV di buona memoria lo inviò ai Greci per indurli ad unità di fede colla Chiesa romana. Duodecimo compagno di frate Giovanni da Parma fu frate Bonaventura da Iseo, e lo fu quando frate Giovanni andò mandato dal Papa ai Greci. Era frate Bonaventura vecchio di convento e di età, saggio, intraprendente, sagacissimo, di onesta e santa vita, e ben voluto da Ezzelino da Romano; tuttavia si dava oltremisura l'aria da barone, quantunque, secondo la fama, fosse figlio di un'ostessa. Era stato anche Ministro di vecchia data nell'Ordine; poichè fu Ministro nella provincia di Provenza; Ministro nella provincia di Genova, in quella di Bologna, e in quella della Marca Trivigiana. Compose un volume di Sermoni intorno alle feste, e alle Tempora; condusse vita laudabile, e l'anima sua riposi in pace. Sappi però che frate Giovanni da Parma, quand'era Ministro Generale, non li ebbe tutti contemporaneamente questi compagni; e li conduceva seco or gli uni, ora gli altri, quando voleva andare attorno per visitare l'Ordine, perchè non potendo que' suoi compagni reggere alla fatica ch'egli durava, gli fu giocoforza averne molti. E molte altre virtù ebbero in sè i suddetti dodici compagni, che per brevità io tacqui. Ora parliamo di frate Ugo Provenzale, grande ed intimo amico di frate Giovanni da Parma. Egli fu uno dei più illustri chierici del mondo, e tenacissimo Gioachimita, e di vita onesta e santissima oltre al credibile, come ho veduto io co' miei occhi; ma siccome di lui ho già parlato più sopra abbastanza, mi pare che qui si debba tacerne. Egli, quando a Dio piacque, morì a Marsiglia, dopo aver compiuta una lunga serie di opere buone; e fu sepolto in un'arca di pietra nella chiesa dei Prati Minori di Marsiglia stessa; e Iddio lo illustrò con miracoli. E accanto a lui, in un'altra urna di pietra, è sepolta sua sorella Donolina, cui parimente Iddio fece per miracoli insigne. Costei non entrò mai in alcuna Religione, ma visse sempre in mezzo al secolo castamente e religiosamente. Elesse suo sposo il figlio di Dio, ed ebbe speciale devozione al beato Francesco, del cui cordone andava cinta, per segno dell'acceso amore che aveva a lui; e quasi tutto il giorno lo passava in preghiere nella chiesa dei frati minori. Nessuno sparlava di lei; nessuno sospettava d'alcuna opera sua cattiva; tutti la tenevano in reverenza, uomini, donne, Religiosi, secolari, per la sua segnalata santità. Ottenne da Dio la grazia peculiare di essere rapita in estasi, come i frati Minori videro le mille volte nella loro chiesa; e, se le alzavano un braccio, lo teneva irrigidito in quella posizione da mattina a sera perchè era tutta assorta in Dio. La qual cosa tutta Marsiglia sapeva, e s'era divulgata anche per altre città. Si erano fatte di lei seguaci ottanta nobili donne di Marsiglia, di condizione, quali mediocre, quali illustre, per salvare col suo esempio l'anima loro, delle quali ella era maestra e donna. E giacchè dalla mia penna è caduto il nome di Marsiglia e della Provenza, non credo fuor di luogo scriverne quello che me ne ricorda, degno di essere saputo. In Marsiglia nacque un fanciullo il giorno di San Benedetto, e Benedetto fu chiamato, il quale, slattato che fu, fu poi mandato un giorno di S. Benedetto a imparar lettere; dopo che fu grandicello, e che sapea di lettere, nel giorno di San Benedetto entrò nell'Ordine dei monaci neri; e in processo di tempo, il giorno di San Benedetto fu fatto sacrista; poscia, con intervallo di più anni, nel giorno di San Benedetto, i monaci, per bontà della vita e dei costumi di lui, lo elessero Abbate; e così di grado in grado elevandosi, i canonici di Marsiglia nel giorno di S. Benedetto lo crearono loro Vescovo, e ne tenne la dignità laudabilmente; poscia nel giorno di San Benedetto entrò nell'Ordine del beato Francesco, nel quale umilmente e lodevolmente passò dieci anni; e nel giorno di San Benedetto vide l'ultimo suo giorno, e fu sepolto nella Chiesa dei frati Minori di Marsiglia in un'arca di pietra, e Iddio lo illustrò con miracoli. Questi fu veramente uomo venerabile, benedetto di grazia e di nome. Sia benedetto un tal Vescovo, che bene cominciò e terminò bene; e per opera sua i frati Minori di Marsiglia ebbero molti buoni libri, perchè volle piuttosto umiliarsi coi miti di cuore, che dividere le spoglie coi superbi, Proverbi 16.º. Parliamo ora di frate Rolando Pavese. Costui, benchè da molti sprezzato, fu uomo santo ed umile sacerdote, predicatore, di molte preghiere, e di molto merito presso Dio; la qual cosa che già bene conoscevano, in più maniere la riconobbero i frati; ma basterà dirne una. Un secolare si accostò una sera al Guardiano del convento dei Frati Minori, in cui abitava questo frate Rolando, e gli disse: Padre, mi raccomando a Dio, e a voi; e vi prego di raccomandarmi alle orazioni dei vostri frati, che mi liberino dagli importuni e perversi uomini 2.ª ai Tessalonicesi; 3º; perchè ho nimicizie capitali, e nimici pieni di veleno, i quali, mi si dice che stanotte vogliano entrare di forza in casa mia, e ammazzarmi. Il Guardiano premurosamente lo raccomandò ai frati, pregandoli di fare per amor di Dio un'opera di pietà, ed essi con premura la fecero. All'indomani tornò quel secolare, e in Capitolo riferì al solo Guardiano le cose, che nella notte gli erano accadute, e disse: Sia ringraziato Cristo, sia ringraziato l'amico. E aggiunse: Sappiate, Reverendo Padre, che que' nemici, che cercavano la vita mia, con spade e con bastoni la notte passata irruppero in casa mia per uccidermi; ma ivi comparve un certo frate Minore ch'io riconoscerei benissimo, se il vedessi, che ne li scacciò, come si scacciano le mosche e le zanzare col ventaglio, quando si vogliono far fuggire. Udite queste cose, il Guardiano fu preso da meraviglia e in una da allegrezza, e gli rispose: Sta quì meco alla porta del Capitolo, e quando quel tal frate passerà, indicamelo ma in modo che nessuno scorga. E già era suonato il primo segnale del vespro; ed ecco che al secondo tocco della campana, il Guardiano domandava al secolare: È questi? No rispondeva; e questa domanda fu ripetuta per ciascuno che passava. Finalmente al passare di frate Rolando, a cui quel secolare non aveva mai parlato, disse al Guardiano: Questi è quel frate, per cui buona opera e aiuto, Iddio stanotte mi ha liberato. Il Ministro Generale, credendo di fargli cosa piacevole e grata, mandò questo frate Rolando al convento di Alverno, e stettevi in gran consolazione finchè gli piacque. Il convento di Alverno poi è nella provincia di Toscana, nella diocesi d'Arezzo, sull'Apennino, dove il Serafino apparve al beato Francesco, e a similitudine di quelle di nostro Signor Gesù Cristo, gli impresse le stimmate. Passai una volta da questo convento, reduce da Assisi, dove io era andato per divozione; e il sacrista mi fece vedere un grosso pezzo del legno della croce del Signore, che frate Mansueto aveva ricevuto dal Re di Francia S. Lodovico di buona memoria, quando fu inviato a lui come nunzio da papa Alessandro IV. Trovandomi poi nel convento di Alverne, visitai tutti i luoghi di divozione che vi sono, e nella Domenica celebrai la messa conventuale, e, dopo il vangelo, predicai al popolo, che vi era adunato, uomini donne, e dopo pranzo andai a Santa Maria di Bagno ove il mio compagno frate Giacomino Savini di Piacenza aveva predicato; poscia andammo a Meldola, poi a Forlì, d'onde a Faenza, dove abitavamo. E nota che quando fui ad Alverno, frate Lotario, che molto tempo prima era stato mio Custode a Pisa, viveva ancora, ed abitava colà vecchio e malato. Credo che quel convento sarebbe stato abbandonato, come mi disse, se non fosse stato per riguardo di lui. Osservai che quando quei frati fanno la commemorazione del beato Francesco nel mattutino dicono sempre quell'antifona, che incomincia: O Martyr desiderio: O Martire di desiderio; e ne' vespri: Coelorum candor: O candore de' cieli. In queste due antifone si fa menzione dell'apparizione serafica, e sempre nel cominciarle a dire, i frati curvano le ginocchia. Passiamo ora a discorrere qualche cosa di frate Nicola da Montefeltro, che fu molti anni Ministro in Ungheria, poscia in Schiavonia, ossia Dalmazia, e abitò anche molti anni, sino alla sua morte, come semplice frate, nel convento di Bologna. Egli fu uomo umile più che qualunque altro io abbia veduto al mondo... reputava se stesso una nullità, e una nullità voleva essere tenuto dagli altri... sicchè se taluno gli faceva segno di riverenza, tosto prostrato a terra baciavagli i piedi, se poteva... Egli quando suonava la campanella del refettorio, era il primo ad arrivare a versar l'acqua del lavacro alle mani dei frati. Quando arrivavano frati forestieri era il primo che si presentava a lavar loro i piedi: e quantunque all'apparenza fosse poco atto a tali uffici, perchè era corpulento e vecchio, la carità, l'umiltà, la santità, la cortesia, la liberalità e l'alacrità lo rendevano destro, piacente e adatto.... Morì, e fu sepolto onorificamente nella chiesa dei frati Minori di Bologna. Nessuno miracolo fece Iddio per lui dopo la sua morte, perchè pregò Iddio di non farne; come anche il santissimo frate Egidio di Perugia pregò Iddio che dopo la sua morte non facesse miracoli per lui... (Frate Egidio sepolto in un'arca di pietra nella Chiesa de' frati Minori a Perugia fu... computandovi il beato Francesco, la cui vita scrisse frate Leone, che fu uno dei tre speciali compagni del beato Francesco). Ma frate Nicola operò tre miracoli in vita sua, cioè li operò Iddio a gloria di lui, ben degni di ricordo. Il primo fu che avendo il Guardiano di un convento comandato ad un frate giovane chierico suddiacono, di far di cucina per amore di Dio, cioè la minestra pei frati, fino a che ritornasse il cuciniere, che era assente, ed avendo egli umilmente obbedito, ebbe la disgrazia che gli cadde il breviario nel paiuolo, e s'inzuppò tutto. Ed essendo il libro perciò sformato, e il frate piangendone e gridando e dicendo d'avere avuto quel libro a prestito, per cui ne provava maggiore angoscia, frate Nicola, udito di questo fatto e volendolo consolare, gli disse: Vedi, o figlio, non piangere; dammi il libro in prestito, che ne ho bisogno un momento per recitare le Ore. Appartatosi poscia frate Nicola e sciolta una preghiera a Dio, Iddio ritornò il libro alla primiera nitidezza, tanto che nessun guasto ne appariva. La qual cosa considerando quel frate, che prima piangeva per il guasto del libro, consolatosene, restò altamente meravigliato, e benedisse Iddio. Altra volta per mezzo di frate Nicola fece Iddio il seguente miracolo. Una certa donna di Bologna, che aveva un figlio coperto di fistole, sognò che se frate Nicola facesse il segno della croce sul figlio di lei, all'istante ne sarebbe liberato. Quella donna essendo molto divota ai frati Minori andò col figlio al Guardiano, e gli raccontò il sogno. Era allora Guardiano frate Andrea da Bologna, (che fu il secondo compagno di frate Giovanni da Parma, quand'era Ministro Generale, e di cui ho già fatto menzione) il quale adunati tutti i sacerdoti del convento di Bologna tranne frate Nicola, raccontò loro quello che la donna aveva veduto in sogno, e che stava tuttora alla porta del convento in aspettazione della grazia. E frate Andrea disse a que' sacerdoti: Ma noi non potremo indurre frate Nicola a far questa cosa, se non lo inganniamo con uno stratagemma. Laonde andate voi tutti a quella donna, e conducete vosco anche frate Nicola, ed io arriverò ultimo; e al mio arrivo mi direte che quella donna vuole una grazia dai frati, cioè che ciascun sacerdote faccia il segno della croce sopra il figlio di lei; ed io subito la contenterò; e dopo di me, direte a frate Nicola che faccia altrettanto. Fece adunque frate Andrea il segno della croce sul fanciullo; ma non se ne vide effetto, perchè la grazia era ad altri riservata. La madre del fanciullo allora, e tutti gli altri sacerdoti pregarono frate Nicola che per amor di Dio facesse il segno della croce su quel fanciullo; ma egli si rifiutò ricisamente e disse: lo faccia la Marchesina di lui madre, che io ne sono affatto indegno. Ma frate Andrea, Guardiano, gli comandò in virtù di salutare obbedienza, che messa da banda ogni scusa, senza indugio segnasse colla forma della croce il fanciullo. E dopo averlo fatto, tosto il fanciullo fu sanato, e subito la madre, a vista dei frati, ne tolse le fasciature e le pezzuole. I frati poi ne ringraziarono Dio, e ne tennero scolpito nell'animo loro la memoria. Altra volta fece Iddio per mezzo di frate Nicola uno strepitoso miracolo. Era un giovane nel convento di Bologna, che si chiamava frate Guido figlio di Massaria. Costui quando dormiva, russava sì forte, che nessuno poteva aver quiete in una casa dove egli fosse: e, quel che sorpassava tutto, non solo disturbava orribilmente chi dormiva, ma anche chi vegliava. Perciò i frati lo mandarono a dormire in un angolo del convento destinato per le legne e per la paglia; ma neppur così poterono i frati impedire che non risuonasse per tutto il convento quel maledetto russare. Allora si convocò un'adunanza di tutti i sacerdoti e dei discreti del convento di Bologna in camera di frate Giovanni da Parma, che era Ministro Generale, e gli dissero che quel giovane, a cagione di grave vizio organico che aveva, doveva essere mandato fuori dall'Ordine; ed io pure era presente. E fu giudizio e deliberazione comune che si dovesse ritornare alla madre di lui, perchè essa, che conosceva il difetto di suo figlio, aveva ingannato l'Ordine. Ma per disposizione divina non fu rimandato immediatamente, poichè Iddio voleva fare un miracolo per frate Nicola. Considerando pertanto frate Nicola che quel giovane doveva essere mandato fuori dell'Ordine per un difetto di natura, non per sua colpa, ogni giorno chiamavalo sull'alba a servirgli messa; e, dopo la messa, il giovine di dietro all'altare, per ordine di frate Nicola, s'inginocchiava sperandone qualche grazia. Frate Nicola poi colle mani ne toccava la faccia e il naso, volendogli, la Dio mercè, restituire il dono della salute, e gli ordinava di non rivelare quel segreto a persona. Ed ecco che subito fu quel giovine guarito benissimo, e, dopo, dormiva quieto e pacifico come un ghiro, senza disturbo alcuno dei frati. Si trasferì poscia nella provincia romana; diventò sacerdote, confessore, predicatore, ossequiente e utile ai frati e riconoscente dei beneficî che Dio aveva a lui conferiti mercè dei meriti e delle preghiere di frate Nicola, che sia benedetto ne' secoli de' secoli, e così sia. Ora passiamo a frate Bertoldo di Lamagna. Costui fu sacerdote e predicatore dell'Ordine dei Minori, di onesta e santa vita, come a religioso si addice; fece l'esposizione dell'Apocalisse, della quale non ho copiato che la parte che riguarda i sette Vescovi dell'Asia, i quali sul principio dell'Apocalissi sono raffigurati sotto il nome di Angeli, e lo feci allo scopo di accertarmi che quelli non erano stati Angeli, e perchè io aveva l'esposizione dell'Apocalissi dell'Abbate Gioachimo, la quale io pregiava sopra tutte le altre. Compose anche un grosso volume di sermoni per le feste di tutto l'anno e per le domeniche; de' quali copiai due soli, perchè vi si parlava dell'Anticristo con molta aggiustatezza. Il primo cominciava così: Ecce positus est hic in ruinam; cioè: Ecco che questi è posto per ruina. L'altro: Ascendente Jesu in naviculam, secuti sunt eum discipuli eius; cioè: Ascendendo Gesù sulla navicella, i discepoli di lui lo seguirono, ne' quali è trattato ampiamente dell'Anticristo, e del tremendo giudizio. E avverti che frate Bertoldo ricevette da Dio il dono speciale della predicazione; e tutti quelli che lo ascoltarono, dicono che dagli Apostoli a noi non fu mai uno pari a lui, che predicasse in lingua tedesca. Una gran moltitudine d'uomini e donne lo seguiva, talora sessanta o cento mila; e talora una gran moltitudine di gente da molte città convenuta per ascoltare le salutifere e melliflue parole che suonavano dalle labbra di lui.... Quando egli voleva predicare montava su di un palco a mo' di battifredo (cioè una torre di legno a foggia di campanile, di cui si serviva come di pulpito, all'aperto nelle campagne) sulla punta alta del quale, coloro che ne congegnavano insieme le parti, collocavano una banderuola perchè dalla direzione del vento che spirava, il popolo conoscesse da che parte dovesse mettersi per udir meglio. E, maraviglia! si udiva ed intendeva tanto da chi era vicino, come da chi era lontano a lui; nè, quand'egli predicava, vi era alcuno che s'alzasse e partisse se prima la predica non fosse finita. E quando parlava del giudizio tremendo, tremavano tutti, come giunchi nell'acqua, e lo pregavano per amor di Dio di non parlare di quell'argomento, perchè a udirlo atterriva e faceva inorridire. Dovendo un dì frate Bertoldo predicare in un certo luogo, avvenne che un bifolco pregò il padrone di permettergli di andare ad ascoltarlo. A cui il padrone rispose: anderò io alla predica, e tu anderai ai campi co' buoi ad arare.... Ma avendo il bifolco un altro giorno cominciato ad arare la mattina per tempissimo nel campo, maraviglia! ecco che subito udì la voce di frate Bertoldo che predicava, sebbene in quel giorno fosse lontano ben trenta miglia. Allora il bifolco tolse di sul collo il giogo a' buoi, perchè pascolassero, ed egli standosene seduto ascoltava la predica. E quì furono operati tre miracoli in uno: Primo, perchè udì la predica e la intese, quantunque fosse distante ben di trenta miglia al predicatore; secondo, perchè imparò tutta la predica, e se la suggellò ben salda nella memoria; terzo, perchè, finita la predica, arò tanta terra quanto ne soleva arare in giornate, in cui non sospendeva mai il lavoro. Avendo poi il bifolco interrogato il padrone intorno alla predica, ed esso non sapendola ripetere, gliela ripetè egli tutta per filo e per segno aggiungendo che l'aveva udita e imparata di sul campo. Perciò il padrone, riconosciutavi l'opera di un miracolo, diede piena facoltà al bifolco di andare liberamente, ogni volta che lo desiderasse, alla predica di frate Bertoldo, per quanto urgente fosse il lavoro che avesse da fare. Era poi consuetudine di questo frate, che andava predicando ora in una, ora in altra città, di prestabilire il tempo e il luogo delle sue prediche, affinchè il popolo che vi affluiva potesse trovare sufficienza di vettovaglie. Una volta, certa nobil donna accesa d'ardente desiderio di udire frate Bertoldo a predicare, sei anni continui, per città e castella, con alcune sue compagne... seco lui potè avere un colloquio secreto e famigliare. Finiti i sei anni e i denari che aveva, la vigilia dell'Assunzione della beata Vergine non avendo di che mangiare nè essa, nè le sue compagne, andò da frate Bertoldo, e gli espose schietto e netto lo stato di miseria in cui versava. Frate Bertoldo, udito tutto, la mandò a nome suo da un banchiere a dirgli che le desse pel vitto ed altre spese tanto denaro, quanto ne poteva meritare un giorno di Indulgenza, per ottenere la quale ella aveva seguito sei anni frate Bertoldo. Il banchiere sorrise e disse: Come posso io calcolare il valore di un giorno di indulgenza meritata da voi seguendo le peregrinazioni di frate Bertoldo? A cui essa rispose; Mi ha detto che da una parte mettiate denari nel piattello della bilancia, ed io soffierò sull'altro piattello; l'equilibrio vi darà, la misura del valore dell'indulgenza da me acquistata. Pose dunque il banchiere monete a larga mano, e ne empì il piattello della bilancia; essa soffiò sull'altro, e subito quel soffio mostrossi preponderante, e le monete furono sollevate come si fossero cambiate in lievi piume. La qual cosa considerando, il banchiere ne fu pieno di meraviglia; e più e più volte rimise monete sulla bilancia; ma il soffio della donna non potè essere mai vinto dal peso loro, perchè lo Spirito Santo per mezzo di lei spirava sì forte che il piattello, su cui soffiava la donna, non potè mai essere equilibrato dall'altro delle monete. La qual cosa vedendo sì il banchiere che la nobil donna e le altre di lei compagne, meravigliati volarono difilato a frate Bertoldo e gli raccontarono per punto le cose accadute; e il banchiere aggiunse: Io sono pronto a restituire l'altrui, e per amor di Dio a distribuire il mio ai poveri, e a diventare, come desidero, un buon uomo, perchè oggi ho veramente veduto miracoli. Perciò frate Bertoldo gli impose di dare a larga mano vettovaglie a quella donna e alle compagne di lei, per cagione di cui tanto prodigio aveva veduto. Il che subito e di buonissimo grado fece a lode di nostro Signor Gesù Cristo, a cui è onore e gloria ne' secoli de' secoli, e così sia. Una volta, passando frate Bertoldo verso sera col suo compagno laico per una strada, incappò nei bravi di un Castellano, che lo presero, lo condussero al castello, lo incatenarono, e quella notte lo tennero con siffatta ospitalità. Ma quel Castellano aveva tanto gravemente angariati i suoi concittadini, che nel palazzo del Comune avevano già dipinto il modo di punizione che gli si doveva infliggere, se mai avvenisse che potessero ghermirlo, cioè la forca. All'indomani per tempissimo si presentò il carnefice al Castellano suo signore, e gli disse: Che vuole si faccia la signoria vostra di quei frati, che ieri sera sono stati condotti qui? A cui il Castellano rispose: Spicciali; che era come dire: Impiccali.... Tale era quel Castellano, tali i suoi bravi, che alcuni svaligiavano, altri ammazzavano, altri menavano al castello e incarceravano, e teneanli sinchè per denaro si riscattassero, altri li uccidevano issofatto. Ora frate Bertoldo dormiva, e il suo compagno, un frate laico, vegliava recitando il mattutino, e aveva udita la sentenza di morte dal Castellano lanciata sul loro capo, giacchè tra lui e loro non era che una semplice parete. Allora il laico cominciò a chiamare, più volte gridando, frate Bertoldo. E il Castellano udendo pronunciare il nome di frate Bertoldo, si diede a pensare se mai per caso fosse quel famoso predicatore, di cui si dicevano mirabilia; e incontanente richiamato il carnefice, gli comandò di non toccar que' frati, anzi di condurli al suo cospetto. Condotti alla presenza del signore del castello, furono domandati di lor nome. E il laico rispose: Il mio nome è questo, e lo disse. Il mio compagno si chiama frate Bertoldo, quel famoso, graziosissimo predicatore, per cui mezzo Iddio opera tanti miracoli. Udito ciò, il Castellano si prostrò subito a' piedi di frate Bertoldo, lo abbracciò e lo baciò. Inoltre lo pregò per amor di Dio di fare una predica per udirla, poichè da tanto tempo aveva desiderio di ascoltare da lui la parola della salute. E frate Bertoldo annuì a patto che in una col signore del castello si adunassero ad ascoltare la predica tutti que' bravi che vi avevano. E il Castellano promise di farlo volentieri. Mentre dunque egli faceva chiamare i suoi bravi, e frate Bertoldo s'era messo in disparte a pregare, si avvicinò a lui il compagno e gli disse: Sappiate, frate Bertoldo, che da questo signore è stata posta sulla nostra testa sentenza di morte. Laonde se mai inspiratamente avete predicato altre volte delle pene dell'inferno e della gloria del paradiso, or qui risurga la vostra valentia, che ora ne fa vieppiù bisogno. Udendo frate Bertoldo questa cosa, si diede tutto a pregare Iddio; e poi presentatosi a quell'uditorio, parlò così infiammatamente, e così spiegò la parola della salute, che tutti ne furono commossi al pianto. E prima di partire li confessò tutti, ordinò a tutti di abbandonare quel castello, di restituire il mal tolto, e di perseverare in far penitenza per tutta loro vita, se volevano acquistarsi il gaudio eterno. Il Castellano poi, prostrato a' piedi di frate Bertoldo, piangendo dirottamente, lo pregò di riceverlo per amor di Dio nell'ordine del beato Francesco; e lo accolse colla speranza di ottenerne poi grazia dal Ministro. Voleva anche seguire subito frate Bertoldo, ma questi glielo proibì, temendo del furore del popolo, che era stato tormentato, e nulla sapeva della conversione di lui. Arrivato frate Bertoldo alla città, il popolo volle udirlo a predicare, e tutti si adunarono nel greto di un fiume, ove dalla parte del pulpito pendevano dalla forca alcuni ladroni. (Tu che leggi queste cose, mettiti davanti agli occhi, come tipo, la ghiaia del fiume Reno presso Bologna). Ma il Castellano suaccennato, dopo la partenza di frate Bertoldo, infiammato d'amor di Dio, e vinto dal desiderio di riudirlo dimenticò tutte le soperchierie inferte alla città, e andato da solo al luogo, in cui si predicava, fu subito riconosciuto e preso e condotto alla forca; giacchè fu da tutti rincorso e tutti gridavan alto: s'impicchi, s'impicchi, e turpemente muoia questo pessimo nostro nemico.... Frate Bertoldo, che vide il popolo correre e lasciare la predica, fu preso da meraviglia e disse: Non mi avvenne mai che nessuno partisse dalla mia predica, se non dopo finita, e dopo ricevutane la benedizione. Allora una delle persone che erano ancora sedute al posto rispose: Padre, non ve ne maravigliate, perchè fu preso il tale Castellano, che era pessimo nostro nemico, e lo trascinano alla forca. Udendo questo, frate Bertoldo fu preso da tremore, e disse: Sappiate ch'io ho confessato lui e tutti i suoi satelliti, e che li ho assolti e mandati a far penitenza, ed io aveva anche ammesso il Castellano all'Ordine del beato Francesco, ed ora veniva qui per udire la predica; corriamo dunque tutti e liberiamolo. Si diedero tutti a correre velocemente, ma arrivati sol luogo del patibolo, eravi già su penzolone e spirante. Ad un cenno di frate Bertoldo fu deposto, e trovarongli attorno al collo una carta scritta a caratteri d'oro che diceva: Sapienza 4.º: Maturato egli in breve tempo compiè una lunga carriera: conciossiachè era cara a Dio l'anima di lui; per questo egli si affrettò di trarlo di messo all'iniquità. Allora frate Bertoldo mandò chiamando i frati Minori del convento della città, pregandoli di portare una croce, un feretro, e un abito da frate e accorressero a vedere e udire le mirabili opere del Signore. Così fu fatto; e riferì loro tutto intero il caso. Trasportarono il corpo di lui, e gli diedero onorifica sepoltura nel convento de' frati Minori, lodando il Signore che opera tali miracoli.... L'anno 1284, indizione 12.ª, millesimo che abbiamo già più sopra cominciato, settantadue di quelli che si chiamano apostoli, e non li sono, tra' quali ve n'erano di giovani e di vecchi, viaggiavano per la publica strada, passando per Modena e per Reggio, diretti a Parma per vedere frate Gherardino Segalello, che era stato il loro istitutore, mettere nelle mani di lui ogni loro avere, essere da lui benedetti, e con licenza di lui viaggiare pel mondo. Ed egli condusseli entro una chiesa vicino a Parma, li spogliò tutti, li rivestì, li ammise all'Ordine degli apostoli, li benedisse, e poi li lasciò liberi dì andare dove volessero. Papa Gregorio X da Piacenza, in pieno Concilio a Lione, interdisse loro di aggregarsi nuovi proseliti e di moltiplicarsi; pure vestono ancora quel loro abito e vanno girovagando e folleggiando pel mondo; nè hanno il timore di Dio, nè reverenza per l'uomo, cioè pel Sommo Vicario di Gesù Cristo, e credono di essere in istato di salvezza, mentre non obbediscono alla Chiesa romana. Parimente lo stesso anno, pochi giorni dopo le predette cose, arrivarono per la stessa strada pubblica, dodici donzelle avvolte in mantelli attorno alle scapole, che dicevano di essere sorelle apostolesse degli uomini preaccennati, e andavano a Parma a visitare Gherardino Segalello per lo stesso preindicato scopo. Questi uomini, che dicono di essere, ma non sono apostoli, e sono invece ribaldi e uomini grossolani e bestiali, conducendo secoloro queste donne, credevano di fare ciò che l'Apostolo disse ai Corinzi 9.º: Non abbiamo noi podestà di menare attorno una donna sorella? Nello stesso millesimo Papa Martino IV mandò lettere di comando di predicare la crociata contro Pietro d'Aragona, che aveva occupato la Sicilia; e metteva innanzi quattro ragioni, per le quali voleva che si predicasse una crociata contro di lui. La prima, perchè aveva occupata una Terra della Chiesa, e contro la volontà della Chiesa tenevala, nè s'induceva ad abbandonarla. La seconda, per aiutare e favorire Re Carlo, a cui la Chiesa aveva data quella Terra. La terza, perchè colà si moltiplicavano gli eretici, nè gli inquisitori dell'eresia potevano andarvi, a cagione degli ufficiali che vi teneva Pietro d'Aragona. La quarta, perchè l'esercito di Pietro d'Aragona che stanziava in Sicilia, impediva di soccorrere Terra Santa, che di là ab antico traeva abbondanza di vettovaglie e d'armi e d'armati. Ma la crociata non si predicò, perchè dopo breve tempo avvenne la morte di Re Carlo e del Sommo Pontefice romano.
a. 1285
Di fatto l'anno seguente, cioè 1285, indizione 13.º il giorno subito dopo l'Epifania, ed era Domenica, Re Carlo morì presso Foggia, fu portato a Napoli, ed ivi sepolto[68]. E noto che, dopo parecchi anni di regno, morì il giorno compleanno della sua incoronazione. Egli fu ottimo guerriero, e lavò l'onta di que' Francesi, che erano andati oltremare con Re Lodovico il Santo. Lasciò dopo sè molti eredi legittimi, figli e nipoti, e della sua morte una santa donna n'aveva avuta chiara visione. Una donna di Barletta, nello stesso anno 1285, ebbe una visione mostratale da Dio, della quale parlandone ai frati Minori, di cui era dovota, disse: Ho veduto in una visione notturna uno che stava davanti a me e diceva: Prima che avvenga, sappi sin d'ora che, entro un anno, per volere di Dio, quattro notabilissimi personaggi entreranno nel regno della morte, ove è la sede assegnata ad ogni vivente Giobbe 3.º: E il primo sarà Re Carlo; il secondo, Papa Martino; il terzo, Filippo Re di Francia; il quarto, Pietro d'Aragona. E gli eventi s'argomentarono di provarlo; conciossiachè ogni cosa succedette giusta la predizione. Questa donna, quando morì Re Carlo, ebbe un'altra visione, e raccontandola ai frati Minori, disse: Parevami d'essere in un ampio e bellissimo giardino, ove vidi un gigantesco e terribile drago, dal cui cospetto io spaventata fuggiva con quanta lena di correre io aveva. Ma il drago di corsa velocissima m'inseguiva, gridando e pregandomi con voce umana di aspettarlo, chè mi voleva parlare. Avendo io udito quella voce che suonava umana, mi soffermai, volendo udire che cosa dicesse; e voltami a lui, gli dico: Chi siete voi, e che volete dirmi? E in risposta disse: Io sono Re Carlo, che abitava in questo bellissimo Giardino, d'onde Pietro d'Aragona con un frusto di carne ora mi scaccia. E alludeva alla moglie di Pietro d'Aragona, per cagion della quale occupò contro Re Carlo il Regno di Sicilia. E che la moglie venga significata col nome di Carne, si ha in Giobbe 1º.... Dopo poi che i frati Minori ebbero saputo della morte di Re Carlo, riconobbero che quella donna aveva veduta una visione vera. Nello stesso millesimo, dopo la morte di Re Carlo, si vide un'ecclisse di luna, ai 4 di Marzo, nell'ora in cui cantavamo il mattutino, cioè nella Domenica di lætare Jerusalem (allegrati, Gerusalemme); nella quale Domenica il Sommo Pontefice dà la Rosa. Questa Rosa è d'oro e contiene entro di se musco e balsamo; in che si rappresenta la Trinità delle sostanze di Cristo.... Il musco, che trasuda dal liocorno, e colla sua essenza aromatica conforta lo spirito, significa il corpo di Cristo...... Il balsamo, che è caldo e odorifero, denota l'anima di Cristo..... L'oro...... raffigura la divinità..... Il Papa dona questa Rosa al Prefetto di Roma. Il Papa dunque dando la Rosa viene a significare le accennate sostanze e spiega il mistero. Parimente il Doge di Venezia co' suoi Veneziani, nel giorno dell'Ascensione del Signore, sposa il mare coll'anello d'oro; parte per festa ed allegria; parte mosso da una specie di antica idolatria, per la quale i Veneziani sacrificano a Nettuno; parte, per indicare che i Veneziani hanno il dominio del mare. Poi i pescatori, a cui piace, chè d'altronde non vi sono forzati, si cavan nudi, e colla bocca piena di olio, che poi mandan fuori, si buttano nel profondo del mare a ripescare l'anello; e chi lo può trovare, senza contrasto, è suo.... Nel millesimo stesso sussegnato, la Pasqua cadde ai 25 di Marzo, cioè il giorno dell'Annunciazione della Beata Vergine, la qual coincidenza alcuni credevano infausta; il che si aspetta che accada di nuovo fra dieci anni, cioè nel 1295. E nello stesso anno, il giorno della Pasqua di Risurrezione, Papa Martino IV fece un solenne pontificale; e poi nel Mercordì fra l'ottava, nel qual giorno si cantò alla messa l'introito Venite, benedicti (Venite, o Benedetti), chiuse la sua carriera mortale; e volle essere sepolto ad Assisi nella chiesa del beato Francesco, perchè era amico intimo dell'Ordine de' frati Minori. E immediatamente, dopo l'ottava di Pasqua, ai 2 d'Aprile, ebbe successore Giacomo Savelli Romano, che era del novero del Collegio de' Cardinali, anzi ne era l'anziano, vecchio, carico d'anni, malazzato, affetto di podagra e di chiragra; e prese nome Onorio IV. Dopo che fu fatto Papa, andò subito a Roma, e richiamò i Cardinali, sparsi in Legazioni per le varie provincie, a fine di trattare con loro della pacificazione del mondo. Era stato lasciato esecutore del testamento di Papa Martino IV; e mandò al figlio di Re Carlo, che era in Sicilia prigioniero di Pietro d'Aragona, un ingente tesoro in grazia di amicizia; e incoronò Carlo, nipote di Re Carlo; e si spera che farà molto bene, come si dice, e come pare che egli stesso assicuri....