Ma l'ugna che ti tien non è pietosa.
E Giobbe 6.º dice: Le cose che l'anima mia avrebbe ricusato pur di toccare, sono ora i miei dolorosi cibi. Inoltre frate Elia aveva il costume di parlare parabolicamente; ed una volta, interrogato da Gherardo Podestà di Parma, ove andasse ed a che fare, rispose: Il Papa, che mi ha incaricato di questa missione, è per me contemporaneamente una forza di attrazione e di repulsione. Quasi volesse dire che passava da un amico ad un altro amico, e questa maniera di esprimersi fu giudicata dagli uditori ingegnosissima.... La seconda colpa di Elia fu di aver ricevuto nell'Ordine molte persone inutili. Io abitai due anni nel convento di Siena e vi trovai venticinque frati laici: ne abitai quattro in quello di Pisa, e ve n'erano trenta. E forse per molte ragioni Iddio permise queste ammissioni.... La quarta ragione si è che Dio lo aveva rivelato all'Abbate Gioachino. Onde, parlando egli di due Ordini futuri, dice: «Parmi vedere che l'Ordine de' Minori accolga senza distinzione ogni sorta di frutti della terra, e incorporerà nella Chiesa chierici e laici; e l'altro dia precipuamente la preferenza ai chierici». Se poi vi sia alcuno che voglia sapere qual colpa vi fu da parte di frate Elia nel ricevere i laici nell'Ordine, se lo fece perchè Iddio aveva così decretato, rispondo che:
Quidquid agant homines, —
intentio judicat omnes
Null'opra in colpa all'uom giammai s'appone,
Se fatta sia con buona intenzione.
La passione di Cristo fu certamente cosa buona, anzi ottima, perchè per essa noi siamo stati redenti e siamo salvi; ma fu cattiva pei Giudei, i quali lo fecero patire, e poi non vollero credere in Cristo, che aveva patito. Così, se frate Elia riceveva nell'Ordine una moltitudine di laici per poter meglio con loro padroneggiare, o per averne le mani piene di denaro da loro contribuito, io sostengo che appunto per questo era veramente meritevole d'essere deposto. Perciò dice la sapienza nei Proverbi 17.º: L'empio prende il presente dal seno per pervertire le vie del giudizio. Egli se lo saprà. Terza colpa di frate Elia fu il promuovere uomini indegni alle Prelature dell'Ordine. A Guardiani, Custodi, Ministri promoveva dei laici, il che era fuor d'ogni ragione, non mancando nell'Ordine buona messe di chierici. Ed io a' miei giorni ho avuto per Custode un laico, e laici parecchi Guardiani. Non ho mai avuto un laico per Ministro, ma ne ho veduto parecchi in altre provincie. Nè è da meravigliare se li nominava, perchè l'Ecclesiastico nel 13.º dice: Tutte le bestie fan società colle loro simili, così ogni uomo si unirà col suo simile. Che se alcuno obbietti l'articolo della nostra Regola che dice: I Ministri stessi, se sono preti ecc. io gli farò osservare che il citato articolo fu inserito per quel tempo in cui l'Ordine scarseggiava di Sacerdoti e d'uomini di nome e di lettere, quali ora abbiamo, e quali vi furono ai tempi di frate Elia. Quarta colpa di frate Elia fu non aver dato all'Ordine leggi generali tendenti a conservare la Regola e a servire di norma per il regime uniforme dell'Ordine stesso. Nè leggi generali di tale natura furono mai emanate, durante il governo di tre Ministri Generali, cioè del beato Francesco, di Giovanni Parenti e di Elia, che due volte, a nostro danno, fu Ministro. Imperocchè sotto il suo governo molti frati laici in Toscana portavano la chierica, come ho veduto co' miei occhi, quantunque non conoscessero nemmeno una lettera dell'alfabeto; alcuni dimoravano in città, accanto alle Chiese dei frati, chiusi in romitaggi, ma che avevano finestre, per cui mezzo tenevano colloquii colle donne; e i laici non erano utili nè a confessare, nè a dare buoni consigli. E questo l'ho veduto a Pistoia ed altrove. Così pure alcuni se ne stavano soli, cioè senza compagno, negli ospedali; e questo l'ho veduto a Siena, dove un frate Martino Spagnuolo, laico, vecchio e di bassa statura, serviva ai malati nell'ospedale, e tutto il giorno, quando gli piaceva, se ne andava da solo gironi per la città; ed altri li ho veduti in tal modo girare il mondo. Ho veduto anche chi portava sempre la barba lunga, a uso degli armeni e dei greci, che lasciano crescere la barba senza mai raderla, nè avevano il cingolo. Altri si cingevano di una corda comune, con entro un'anima intorno alla quale i fili erano in vaghe e varie guise attorcigliati; e beato chi se la poteva comprare più bella. Sarebbe troppo lungo il noverare tante altre cose da me osservate, che erano ben lungi dal conferire onestà al vestiario. I laici erano fin anche mandati ai Capitoli per rappresentare i voti dei semplici fraticelli; e tanti altri laici, a cui per grado non spettava, a torme popolavano i Capitoli. Ed io, in un Capitolo provinciale convocato a Siena, ho visto ben trecento frati, la più parte laici, che ivi null'altro facevano che mangiare e dormire. E nella provincia di Toscana, quando io vi dimorava, che di tre provincie fu unita in una sola, erano tanti i laici, quanti i chierici, anzi di laici ve ne erano quattro di più. Ah! Elia, Elia! tu hai moltiplicato la gente, ma non hai accresciuta l'allegrezza, Isaia 9.º. Anderei troppo per le lunghe s'io volessi sciorinare tutte le grossolanità e gli abusi, che ho veduto, e forse me ne verrebbe meno il tempo e la carta, e annoierei i lettori senza alcun loro insegnamento. Se qualche frate laico vedeva od udiva un frate ancor giovinetto parlare latino, ne lo rimprocciava dicendogli: Ah! meschinello, vuoi tu abbandonare la santa semplicità per far pompa del tuo sapere? Ai quali di ripicco io rispondeva: «La santa semplicità giova solo a sè stessa, e quanto per merito di vita è utile a edificazione della congregazione dei fedeli, altrettanto è nociva se non sa confutare i nemici della Chiesa». È vero che chi è asino vorrebbe che ogni cosa fosse dell'asino, secondo che fu scritto.... A quei tempi si arrivò al punto che i laici precedevano i sacerdoti; e in qualche romitorio, ove tutti, tranne un sacerdote e uno scolare, erano laici, volevano che anche il sacerdote, il giorno che gli toccasse, facesse da cucina. Ed una volta accadde che il sacerdote fosse cuciniere in giorno di domenica, ed entrato in cucina e sbarrato bene l'uscio, cominciasse, come meglio sapeva, a cuocere gli ortaggi. Ma passarono alcuni Francesi secolari, che con insistenza domandavano una messa, nè vi era chi la dicesse. Corsero perciò in fretta i laici alla porta della cucina e bussarono perchè il sacerdote uscisse a dire la messa. Ma egli rispose: Andate, andate voi a cantare la messa, chè io faccio in cucina quel servizio che non volete far voi. Di che arrossirono grandemente e riconobbero la loro nullaggine. Ed era veramente una miseranda stoltezza non mostrare reverenza a quel sacerdote, che doveva poi essere giudice delle loro coscienze. Perciò in processo di tempo sono stati ridotti a pochissimi, ed ora la loro ammissione è quasi al tutto proibita, perchè non ebbero nessuna riconoscenza per l'onore loro conferito, e perchè l'Ordine dei Minori non ha bisogno di tanta caterva di laici... che sempre tendevano insidie a noi. Ed io ricordo che in un Capitolo, tenutosi nel convento di Pisa, fu proposto di deliberare che quando si ammetteva un chierico si ammettesse contemporaneamente anche un laico; ma la proposta nè fu deliberata, nè ammessa alla discussione; chè sarebbe stata gravissima sconvenienza. Tuttavia quando entrai nell'Ordine dei Minori vi trovai molti uomini insigni per santità, per coltura letteraria e per ispirito di preghiera, di devozione e di contemplazione. E questo soltanto di buono ebbe frate Elia che promosse nell'Ordine dei Minori gli studi teologici. L'Ordine, quando io vi entrai, era stato fondato da trent'anni, e vidi il frate, che primo si era associato al beato Francesco, ed altri di que' primi. A Parma lasciai lettore di teologia frate Sansone, Inglese; ed a Fano, quando vi fui novizzo della Provincia d'Ancona, al cui governo sedevano due Ministri, ebbi lettore frate Umile di Milano. Ora che scrivo corre l'anno 1283, dopo la Natività della Vergine gloriosa, giorno di San Gorgone martire, e sta al governo della Chiesa Romana Papa Martino IV... la qual cosa accadde l'anno seguente quando fu deposto frate Elia, e fu scritta una lunga serie di costituzioni. Quinta colpa di frate Elia fu di non aver mai voluto visitare il nostro Ordine; ma dimorava sempre o ad Assisi, o in un luogo che si era fatto fabbricare elegantissimo, ameno e deliziosissimo nella diocesi d'Arezzo, luogo che si chiama anche oggidì Cella di Cortona.... Sesta colpa di frate Elia fu di tormentare e gettare il vilipendio sui Ministri provinciali sino a che si riscattassero dalle sue persecuzioni, o spillando a lui danaro, o inviando regali. E quell'infelice accettava regali contro quel che dice la Scrittura nel Deuteronomio 16.º: Non aver riguardo alla persona, e non prender presenti; perciocchè il presente accieca gli occhi de' savi, e sovverte le parole de' giusti. E ne diede esempio Alberto Balzolano giudice di Faenza, che cambiò la sua sentenza dopo che ebbe saputo che un contadino gli aveva regalato un maiale.... Di più il sunnominato Elia teneva tanto a bacchetta i Ministri provinciali, che tremavano al suo cospetto, come giunchi scossi dalla corrente, o come allodola inseguita dallo sparviere, che vola a ghermirla. Nè è da farne le meraviglie; chè egli era figlio di Belial, e nessuno gli poteva parlare. Infatti nessuno osava dire a lui la verità, redarguendo i fatti di lui e le male opere, tranne che frate Agostino di Recanati e frate Bonavventura di Iseo. Con facilità vilipendeva i Ministri che erano calunniati da suoi cagnotti, certi frati laici maligni, intrattabili e pieni di veleno, che erano sparsi per le Provincie dell'Ordine.... Li deponeva dall'ufficio loro anche innocenti, li privava di libri, li sospendeva dalla predicazione e dalla confessione e da ogni atto del loro legittimo ministero. Inoltre dava loro un lungo cappuccio e li mandava dall'oriente all'occidente, cioè dalla Sicilia o dalla Puglia in Ispagna o in Inghilterra, o viceversa. Così depose dall'ufficio frate Alberto Parmigiano, Ministro provinciale di Bologna, uomo santissimo, e per lettera, comandò a frate Gherardo da Modena di surrogare il Ministro deposto, e condurlo ad Assisi col cappuccio della probazione. Ma frate Gherardo, che era uomo mitissimo, nulla disse di tanto a quel Ministro; solamente lo pregò di seguirlo perchè lo voleva accompagnare a visitar la sede del beato padre Francesco. Andarono dunque ambedue vestiti ad un modo sino ad Assisi, e quando frate Gherardo fu all'anticamera di frate Elia tirò fuori due capparoni di probazione, e ne indossò egli uno, e l'altro lo diede al predetto Ministro di Bologna e disse: Mettitelo, o padre, e aspetta qui sino a che io ritorni. Presentatosi intanto frate Gherardo ad Elia, e prostratosi a piedi di lui, disse: Ho obbedito a voi, ed ho condotto qui il Ministro di Bologna in capparone; ed è quì fuori che attende, pronto a fare ciò che a voi piacerà di comandare. All'udir queste parole, si dissipò ad Elia ogni nebbia di sdegno che gli ingombrava l'animo, e si calmò quel suo spirito gonfio contro di lui.... Introdotto poi frate Alberto, gli restituì il grado, di cui l'aveva spogliato, e per giunta gli fece, mercè frate Gherardo, molte concessioni a favore della Provincia. Per questa dunque e per altre simili cose del pessimo che era frate Elia, covavano nell'animo de' Ministri provinciali molti propositi di vendette. Ma aspettavano tempo ed opportunità di poter rispondere allo stesso secondo la sua follia: chè talora non gli paresse d'esser savio. Proverbi 26.º.... Era infatti Elia un pessimo, a cui possono benissimo applicarsi le cose dette da Daniele a proposito di Nabuccodonosor: Egli uccideva chi egli voleva, ed altresì lasciava in vita chi egli voleva; egli innalzava chi gli piaceva ed altresì abbassava chi gli piaceva. Come anche paion fatti a posta per lui que' versi che citai più sopra:
Asperius nihil est humili, cum surgit in altum
Nulla di più aspro d'una persona di umile condizione
quando sale ad alto grado.