About her soul’s immediate sanctuary»[6].

E l’amore è, nel pensiero dell’Artista, un insieme di simboli, di sogni e di potenza; qualche cosa che viene da lungi, dall’alto; un’onda di mistero; qualche cosa di severo e di pensoso che domina tutte le cose, passa attraverso a tutte quelle che per lui e in lui vivono:

«Amor che muove il sole e l’altre stelle».

Non lo ha egli detto in quel suo tocco in penna, il più strano che mente di pittore abbia mai immaginato, del «Dantis Amor?»

In questo quadro egli è riuscito a rendere quel simbolismo che Dante ha espresso coi numeri. Tutti e due sono platonici; il Poeta come un filosofo, il pittore come un poeta. L’Alighieri ci racconta la perfezione della sua donna, e ce la dimostra cosa divina, in quel fortuito concorso del numero perfetto che presenziò alla morte di Lei; il Rossetti ci presenta l’Amore — l’Amore che il poeta incontrò

«..... nel mezzo della via

In abito leggier di peregrino» —

e ce lo mostra circondato dai simboli dello spazio e del tempo, del giorno e della notte, e porta il quadrante che accenna l’anno del dolore e l’ora dell’angoscia.

In tutta l’opera di Rossetti, poemi e pitture, c’è come un’ombra di dolore. Egli ha sentito che il dolore è la trama su la quale è tessuta la vita. Ogni breve gioia della esistenza è soffocata dalle sofferenze, e l’occhio è più sovente umido di pianto, che non brillante di sorrisi. E questo suo intimo senso del dolore umano gli ha permesso d’essere tanto suggestivo nelle sue figure. Ed anche per questo suo squisito sentire nella profondità della coscienza umana, maciullata dal dolore, i suoi capolavori sono appunto i quadri ne’ quali domina, non veduta, eppure presente, la Morte.

«Beata Beatrix» non è morta no, — egli lo ha scritto: — gli occhi di Lei sono socchiusi nell’estasi divina che la rapisce alla terra e le schiude le meraviglie del cielo. Vengono, avvolti nell’aureola che circonda la testa di Beatrice, Dante e l’Amore che lo guida, e si scorge, nello sfondo lontano, nella penombra leggera, la città che udirà fra un istante le parole che l’ambascia strappa al desolato Poeta «quomodo sedet sola civitas!» parole non sue, lingua non sua, come s’egli non sapesse trovare nel dolore, nulla di suo per esprimerlo. Ma tutta la vita non è fra quei vivi. Meravigliosa, nella luce d’oro che le sfavilla intorno e vela lo sfondo del quadro, Beatrice sola sembra vivere; eppure i simboli che la circondano dicono la fine della vita corruttibile; le mani giunte di lei, l’uccello nunzio di morte, il quadrante accennano l’ultimo sonno.