Perchè ei fur Greci, forse del tuo detto.»
Poi dinanzi a Guido di Montefeltro (Inf. XXVII, 33) gli dice:
«.... parla tu, questi è latino.»
[529]. Dante ebbe la coscienza della nobilitazione ch'egli effettuava del tipo di Virgilio e del suo vedere in quel poeta più addentro che altri allora non facesse. Ad altro non credo possa riferirsi quel ch'ei dice di Virgilio (Inf. I, 9): «chi per lungo silenzio parea fioco.» Intendere, come molti fanno, che Virgilio fosse stato a lungo dimenticato e negletto non si può, poichè Dante sapeva che ciò non era, e chiama Virgilio «famoso saggio» e dice che la sua «fama ancor nel mondo dura».
[530]. È tale l'oscitanza di taluni espositori di Dante, che si è voluto trovare un'allusione alla magia di Virgilio in quei versi (Inf. IX, 22):
«Ver'è che altra fiata quaggiù fui
Congiurato da quella Eriton cruda
Che richiamava l'ombre a' corpi sui.»
Quasi che fosse mago chi soggiace alle arti di una maga! Dante come tant'altri grandi uomini del suo tempo crede alle arti magiche, ma le considera come brutte e colpevoli frodi. Finzi (Saggi danteschi p. 157) sostiene nondimeno la vecchia tesi con un argomentare però che lo mostra assai inesperto di ciò ch'ei chiama «la tradizione popolare.» Acute e giuste osservazioni ha su di ciò D'Ovidio, Dante e la Magia in Nuova Antologia 1892, p. 213 sgg.
[531]. Inf. XX, Virgilio parlando dei maghi, indovini ecc. dice: v. 28 «Qui vive la pietà quand'è ben morta;» v. 117 «Delle magiche frodi seppe il giuoco;» v. 121 «Vedi le triste che.... fecer malie con erbe e con imago.»