D'Ovidio nello scritto sopra citato difendendo questa nostra tesi si spinge troppo in là, quando con ingegnoso artificio vuol provare (p. 216 sgg.) che lo sdegno manifestato da Virgilio in quel canto contro i maghi e gl'indovini è come una protesta indirettamente introdotta da Dante contro la leggenda che facea di lui un mago. Ai maghi, siano diabolici o no, Dante non fa mai speciale attenzione; essi in quel canto non sono ricordati che incidentemente e secondamente; i peccatori ivi contemplati, come si rileva pur dalla natura della punizione ad essi inflitta, sono gl'indovini, e la collera di Virgilio dinanzi a questi non fa che rappresentare la stizza di Dante stesso contro gli astrologhi quali Michele Scoto e simili, influentissimi, e in alte regioni, ai suoi tempi. La leggenda non fece mai di Virgilio un indovino, ed anche facendone un mago non gli attribuiva fin lì nè magiche frodimalìefattuccherie, ma opere benefiche prodotte per straordinaria conoscenza dei segreti della natura; ingenuità inoffensive, iperboli popolesche di glorificazione, che potevano meritare un'alzata di spalle o anche una risata, ma non poi tanta collera. I versi, generalmente sì male intesi, «Chi è più scellerato di colui Che al giudizio divin passïon porta?» si riferiscono esclusivamente agli indovini; passione è qui adoperato nel senso filosofico, come contrapposto di azione. Iddio essendo per sua natura essenzialmente azione o atto, inaccessibile a passione ossia all'esser passivo, scelleratissimo è colui che scrutando, come fa l'indovino, il giudizio suo imperscrutabile vi porta passione, ossia lo rende passivo. Quindi Virgilio riprende e tratta di «sciocchi» coloro che, come allora Dante, si commuovono dinanzi al supplizio di quei dannati, non intendendo la profonda gravità della loro colpa, che offende Iddio nella essenza sua stessa, tanto che dinanzi ad essi chi vuol esser pio non può esser pietoso: «Qui vive la pietà (come opposto di empietà) quand'è ben morta» (come pietosità); solo con tal gioco di parola (cosa non insolita in Dante) fondato sui due significati della parola pietà, si può a nostro avviso ben intendere quel verso assai maltrattato dagli espositori.

[532]. Cfr. Klotz, De verecundia Vergili, in Opuscula varii argumenti p. 242 sgg.

[533]. Per tal macchia attribuita a Virgilio da biografi e da commentatori, nasceva l'idea anacronistica e leggendaria che quando Cristo nacque morirono tutti i sodomiti e fra questi Virgilio; così Saliceto ap. Emanuel de Maura Lib. de Ensal. sect. 3, c. 4, num. 12; ved. Naudé, Apologie pour tous les grands personnages soupçonnés de magie p. 628 sg.; Herder ha tentato con poco successo di purgare Virgilio da queste accuse, singolarmente dando alla 5.ª ecloga una interpretazione allegorica; Ueber die Schamhaftigkeit Virgil's in Kritische Wälder II, p. 188; cfr. Genthe, Leben und Fortleben des P. Vergilius Maro, p. 28 sgg.

[534]. «Siccome pare Tullio recitare nel primo di Fine de' beniConv. IV, 6. Il De natura deorum, da cui avrebbe potuto desumere più copiose notizie sull'epicureismo, non lo conosce.

[535].

«Questi è Nembrotto per lo cui mal coto

Pure un linguaggio nel mondo non s'usa.»

Inf. XXXI, 78.

[536]. «se tu ti rechi a mente Lo Genesi» Inf. XI, 106; «La tua Etica» Ib. 80; «la tua Fisica» ib. 102.

[537].