Vedere in tutto ciò e in tant'altro che potrebbe riferirsi di simile, retorica e adulazione, non ammettere la reale intensità e legittimità del sentimento a cui in tanto vera grandezza d'impero e di gesta corrispondeva, è un procedere assai leggermente, sacrificando la verità e la coscienziosità scientifica a tendenze paradossali ed a prevenzioni malamente allucinatrici.
[31]. Il titolo stesso del poema sarebbe stato dapprima, secondo alcuni, non Eneide ma Gesta del popolo romano; «unde etiam in antiquis invenimus opus hoc appellatum esse non Aeneidem sed Gesta populi romani; quod ideo mutatum est, quod nomen non a parte sed a toto debet dari.» Servio, ad Aen. VI, 752.
[32]. Niente di meno serio dell'idea espressa da qualche critico moderno (V. fra gli altri Teuffel, Gesch. der röm. Litt. p. 391) che la natura molle e mite di Virgilio non fosse tagliata per l'epopea. Dicano, di grazia, questi signori quale dei poeti epici della stessa categoria a cui Virgilio appartiene può dirsi nato per l'epopea. Forse il platonico Tasso, o il pio Milton, o il mistico Klopstock? E come fra tanti poeti d'arte così diversi per stirpe e per carattere, il solo molle Virgilio ha saputo fare il meglio in questo genere, mentre il titanico e multilaterale Göthe quando a ciò si è voluto provare ha messo fuori quell'aborto che è l'Achilleide?
[33]. «Qui bene considerat inveniet omnem romanam historiam ab Aeneae adventu usque ad sua tempora summatim celebrasse Virgilium, quod ideo latet quia confusus est ordo: nam eversio Ilii et Aeneae errores adventus bellumque manifesta sunt: Albanos autem reges, romanos etiam consules, Brutos, Catonem, Caesarem Augustum et multa ad historiam romanam pertinentia hic indicat locus, cetera quae hic intermissa sunt in ἀσπιδοποτίᾳ commemorat.» (Servio, ad Aen. VI, 752. Cfr. anche Probo, ad Georg. III, 46, p. 58 sg. ed. Keil).
[34]. Secondo Boissier (La publication de l'Énéide in Revue de Philologie, 1884, p. 1-4) era già pubblicata quando Orazio scrisse il Carmen saeculare nel 737 (19) ossia due anni dopo la morte del poeta.
[35]. Nella letteratura latina oggi superstite il più antico autore che esprima ciò esplicitamente è Ovidio:
«Et profugum Aenean, altaeque primordia Romae,
quo nullum Latio clarior extat opus.»
Ars amator. III, 337.
«Tantum se nobis elegi debere fatentur,