[398]. Cf. Quintilian. X, 3, 8; Donat. Vit. Verg., p. 58, 5; Ribbeck, Prolegomm. p. 89.

[399]. «et Seneca tradidit, Iulium Montanum poetam solitum dicere involaturum se Vergilio quaedam» etc. Donat. Vit. Verg. p. 61. In ciò che ci rimane di Seneca il vecchio questo luogo non si ritrova.

[400]. «Nisus grammaticus audisse se a senioribus aiebat» etc. Donat. Vit. Verg. p. 64.

[401]. Molta confusione regna fra gli eruditi circa gli scritti che portano il nome di Donato. È d'uopo dunque notare che la maggiore biografia che possediamo appartenne al commento oggi perduto di Elio Claudio Donato, e non fa parte di quello superstite di Tiberio Claudio Donato. A quest'ultimo essa fu attribuita erroneamente da più dotti, quali Fabricio, Gräfenhan (Gesch. d. class. Philol. im Alterth. IV, p, 317) ed altri. Reifferscheid (op. cit., p. 400 sg.) ha provato chiaramente l'erroneità di questa opinione. Ridestando però la controversia L. Valmaggi (La biografia di Virgilio attribuita al grammatico Elio Donato in Riv. di filol. class. 1886 p. 1 sgg.) ha voluto dimostrare con un lavoro d'indagine minuta, che «quella biografia non può essere di Donato e nemmeno può rappresentare l'originale di Svetonio, sibbene essa appartiene ad un anonimo commento alle Bucoliche, una delle cui fonti principali fu il commento perduto di Elio Donato o forse più probabilmente quello di Servio.»

[402]. Delle molte edizioni di questa biografia io adopero e cito costantemente (come già dissi) quella del Reifferscheid che, come di diritto, ha restituito a Svetonio tutta la parte genuina di essa, Svetoni praeter Caesarum libros reliquiae, Lips. 1860, p. 54 sgg. Per la critica e la storia di questa antica biografia è indispensabile consultare l'importante lavoro dell'Hagen, il quale ne ha dato una nuova edizione critica (Scholia Bernensia ad Vergil. Bucol. et Georg. p. 734 sgg.), aggiungendo anche quella parte relativa alla poesia bucolica che nel commento di Donato veniva immediatamente dopo la biografia. Ved. anche Nettleship, Ancient lives of Virgil, Oxford 1879; Beck ad Verg. vit. Svetonian. in Jahrbb. f. Philol. 1886 p. 502 sgg.

Il Wölfflin pubblicò nel Philologus del 1866 (p. 154) la prefazione di Donato, che trovasi premessa alla biografia in un codice parigino coll'indirizzo «Fl. (legg. Ael.) Donatus L. Munatio suo salutem.» L'editore, il Baehr (p. 367) ed altri hanno erroneamente considerato quel testo come una prefazione alla biografia; il che, come nota Baehr, a causa delle parole che in esso s'incontrano «de multis pauca decerpsi» starebbe contro l'idea che questa sia tutta desunta da Svetonio. Ma basta leggere con qualche attenzione quello scritto per accorgersi che esso non è una prefazione alla sola biografia, bensì a tutto il commento. Certamente alle interpretazioni del commento si riferisce ciò che Donato dice della propria opinione mescolata all'altrui (admixto sensu nostro), e non ad altro si possono riferire le parole della fine «si enim haec grammatico, ut aiebas, rudi ac nuper exorto viam monstrant ac manum porrigunt, satis fecimus iussis.»

Da questa prefazione apparisce che tutto quel lavoro di Donato era essenzialmente una compilazione, quantunque ci mettesse anche del suo, come dice egli stesso, e come si rileva anche da Servio. Egli fece come Macrobio nel riferire le idee e i fatti appresi da altri; cioè, senza citare per lo più i nomi, riferì esattamente le parole degli scrittori adoperati: «Agnosces igitur saepe in hoc munere conlatitio sinceram vocem priscae auctoritatis. Cum enim liceret usquequaque nostra interponere, maluimus optima fide, quorum res fuerat eorum etiam verba servare.» Ciò trova la sua applicazione anche nella biografia tolta di peso da Svetonio.

Sui MSS. e sul testo di questa biografia cf. Hagen, op. cit., p. 676 sgg. 683 sgg.

[403]. Notevole e non incredibile è il fatto che viene aggiunto a quella notizia: «quae arbor Vergili ex eo dieta atque etiam consecrata est, summa gravidarum ac fetarum religione et suscipientium ibi et solventium vota.» Donat. Vit. Vergil. p. 55.

[404]. L'Anthologia latina offre qualche epigramma da servire d'epigrafe a ritratti del poeta; n. 158 (R.). È singolare però che in tanta fama non mai interrotta di Virgilio non ci sia giunto un ritratto di lui che possa credersi intieramente fedele. I busti di Virgilio furono, singolarmente nelle biblioteche pubbliche (Cf. Sveton. IV, 34) e private, cosa comunissima nell'antichità, fino agli ultimi tempi della decadenza. Citeremo più sotto una epigrafe del V secolo che si riferisce ad un ritratto di Virgilio. Anche antico è l'uso di ornare i manoscritti virgiliani col ritratto del poeta (cfr. Martial. XIV, 186) e durò sempre fino al risorgimento. Il più antico che possediamo è quello ben conosciuto, che adorna il noto codice romano, riferito da taluni al IV o V sec. Ma presto in queste miniature invalse l'arbitrio, e l'uso di rappresentare uno scrittore qualunque, senza dare un ritratto propriamente detto. Difatti quella miniatura vaticana offre un tipo assai mal determinato e insignificante, quantunque, ripetuto uguale in tre luoghi del volume, possa sembrare una copia barbara di un ritratto tradizionale che già ornava MSS. assai più antichi. Nel medio evo poi e nel risorgimento non si badò punto alla fedeltà, e le numerose imagini del poeta che ornano i manoscritti offrono i tipi più diversi, arbitrari e fantastici. Talvolta il poeta ha la barba, anche gran barba, talvolta non ne ha punta; ha lunga zazzera, non ne ha, o è anche calvo; porta il berretto frigio ecc. Nei molti che ho potuto vedere ho trovato affatto assente ogni unità d'ideale. I numerosi codici di Dante nei quali trovasi rappresentato del tutto arbitrariamente questo poeta, benchè tanto più prossimo e di figura più noto di Virgilio, provano quanto poco si badasse alla somiglianza in quelli ornamenti.