Massimo inquieto, stimolato dall’immagine del padre impaziente, si vestì in fretta, uscì dal suo quartierino a terreno, attraversò l’atrio, salì lo scalone. Credeva di trovare il conte nel suo gabinetto particolare, ove lo riceveva quando voleva consigliarlo, rimproverarlo, ammonirlo; fu introdotto invece nella stanza da letto.

Il conte Annibale prendeva il caffè, voltando le spalle all’uscio, ritto davanti a una finestra. Sentì il passo di suo figlio, la voce rispettosa che gli domandava come avesse passata la notte, ma non rispose, nè si mosse finchè non ebbe vuotata e posata sur un tavolino la bella tazza di porcellana filettata d’oro.

Padre e figlio si considerarono per qualche tempo, come si vedessero per la prima volta.

Il conte Annibale era di piccola statura, assai curvo; aveva i capelli bianchissimi, gli occhi grigi, i lineamenti del volto fini come quelli d’un ritratto in miniatura. Faceva stupore la sua voce robusta e sonora.

— No, che non ho dormito bene — diss’egli poi; — ma non importa. Leggi questo e quindi discorreremo.

Massimo prese il foglio che gli porgeva il padre con la punta delle dita, e si avvicinò alla finestra. Chi scriveva si dichiarava amico dei nobili e particolarmente di casa Claris. Avvertiva il conte che in certi discorsi ultimamente tenuti, suo figlio Massimo aveva dato non equivoci contrassegni di aderire alle recenti sfrenate opinioni di Francia. La lettera non aveva firma. Il giovane alzò le spalle, ripiegò il foglio per restituirlo.

— No, no! — esclamò il conte — straccia e butta via.

— Sono insinuazioni stupide e maligne — disse Massimo, — cose che vengono dal basso; e lei, signor padre, fa benissimo a...

Il conte alzò la mano:

— Sì: ma c’è pur Qualcuno che sta in alto, molto in alto, il quale si meravigliò non poco quando seppe che non avevi voluto entrare nei battaglioni che combattono gl’insorti.