Il contino si rincantucciò in fondo al legno senza rispondere. Rammentava che parecchi nobili avevano stabilito di cogliere quell’occasione per dimostrare il loro fervente amore per la monarchia, assistendo al supplizio di quelli che avevano congiurato per abbatterla. Comprendeva tutto, oramai. Anche suo padre afferrava quella congiuntura per porre ad effetto un suo divisamento, forse già antico. Non sapendo al giusto quali fossero le idee di suo figlio, e impensierito per certa tepidezza che sentiva in lui, non cessava dal tentar l’animo suo in varie maniere per vedere se gli si aprisse. Ora, poichè una lettera lo accusava nettamente di propendere alle nuove dottrine, cercava di troncare i sospetti, obbligandolo, in certo modo, a provare pubblicamente il contrario. Massimo conosceva abbastanza suo padre per non meravigliarsi se non s’era pigliata la briga di comunicargli la sua decisione. Oramai era tardi: ogni osservazione, ogni rimostranza sarebbe riuscita vana; bisognava piegarsi.
Il legno procedeva quasi di passo, ma al giovane pareva volasse. Il conte aveva la sua solita faccia marmorea, guardava fuori tranquillamente come se andasse a semplice diporto. Al momento in cui passavano davanti alla chiesa di San Giuseppe, si chinò innanzi verso il cocchiere e gli ordinò di fermare. Massimo sperò per un istante che quella fosse la meta e che non si andasse più oltre, ma scendendo a terra dietro al padre, scorse lo zio, il marchese Violant di Ricaud avviato a piedi con suo figlio.
— Faremo così anche noi — disse il conte. — Abbiamo tempo, e un po’ di moto a quest’ora fa bene.
I due nobili cognati si salutarono, si strinsero la mano e cominciarono tosto a parlare gravemente, sommessamente fra loro. Massimo si accompagnò a malincuore col cugino.
Giuseppe Giacinto Violant, era un giovanotto sui ventidue o ventitrè anni; grosso, paffuto e colorito come suo padre. S’occupava assai di cavalli, d’intrighi galanti e anche un po’ di politica.
— Dunque è stamattina che si fa loro la festa! — diss’egli a Massimo. — Ci sarà un bel pubblico, sai: parecchi gentilissimi cavalieri e qualche bellissima dama. Anche la mattinata è bella.
— Troppo bella... per morire.
— Che muso hanno questi signori borghesi! Guarda se non sembrano tutti amici o parenti di quei due disgraziati. Non hanno ragione, per Bacco! Niente capestro, questa volta: piombo, piombo servito con tutte le formalità, come se si trattasse di due gentiluomini, o di due militari... Ed ecco lì che per contentar certa gente si finisce col far le cose a rovescio.
— Contentar chi?
— Per contentare l’ambasciatore di Francia si fucilano i borghesi e s’impiccano i nobili.