— Che nobili?
— Il conte della Morra, per Bacco! Non ti ricordi?
— Ma il conte della Morra è stato appeso in effigie! Solamente in effigie!
— E cosa importa?
Massimo alzò le spalle e non aperse più bocca.
Giacinto ripigliò subito:
— Mio caro, niente di più pericoloso che queste concessioni al ceto medio; lo dice anche mio padre. In questo caso le leggi, le consuetudini prescrivono la forca, e forca doveva essere. Basta, vedremo come andrà la faccenda. Sai che mi sono già trovato presente alle esecuzioni del cavaliere di Saint-Amour, del maggiore Mesmer, di Chantel e di Junod? Questa sì mi ha fatto una certa impressione! La Corte si era ritirata alla Vigna della Regina; pattuglie in tutte le strade; in Cittadella i cannonieri ritti accanto ai pezzi con la miccia accesa; la cavalleria accampata fuor di porta Susina. Però nessuno si mosse, parevano tutti più balordi di quello che non siano quest’oggi... E non avrei creduto mai che quei due sapessero morir così bene! Nessuna debolezza, nessuna bravata. Non vollero confessar niente, neppure quando li interrogò il Primo Presidente in persona. Quando li hanno fatti inginocchiare per chiedere perdono a Dio, al Re, alla regia delegazione, sì l’uno che l’altro... Oh, guarda un po’ chi c’è qui!
Così dicendo il marchesino lasciò bruscamente il braccio del cugino per slanciarsi verso una leggiadra bussola che usciva in quel momento dal palazzo Rombelli. Si levò il cappello, s’inchinò, baciò con ingordigia la piccola mano inguantata, che comparve per un momento fuor dello sportello.
Avvedendosi che suo figlio era rimasto solo, il conte lo chiamò vicino con un’occhiata. Massimo si pose al fianco di suo zio. Avrebbe voluto distrarsi un poco prestando orecchio a quanto dicevano, e non gli veniva fatto. Pieno il cuore d’una viva, crescente angustia, non poteva levar gli occhi dalle severe muraglie del mastio; dai baluardi, che indi sporgendo, si guardavano insieme con aiuto scambievole; da tutta la parte della formidabile fortezza che gli sorgeva davanti, via via più vicina e distinta.
La fantasia ora gli rappresentava i condannati piangenti, tremanti, in atto d’implorare misericordia e perdono; ora furenti e minacciosi; ora pieni di coraggio e di forza; ora lividi, disfatti, già quasi morti.