Avevano percorso più che mezzo il viale tendente all’ingresso della Cittadella, quando si udì gridare: — Largo, largo!
La folla si apriva per far luogo a un drappello di soldati, mandati a schierarsi più avanti a maggior tutela dell’ordine. Massimo scambiò un saluto coll’ufficiale che li comandava, suo conoscente, e si fermò per vedere sfilare quelle facce maschie ed abbronzate, esprimenti in quell’ora una noia fredda e rassegnata.
Passato il drappello, bisognò lasciar passar coloro che gli si erano cacciati dietro a furia per approfittare del solco che si veniva aprendo; e poichè la gente sospinta dalle due parti cercava di riserrarsi, seguì un momento di gran confusione. Nel pigia pigia, Massimo si trovò bruscamente separato dal padre e dallo zio. Li cercò subito con gli occhi qua e là, alzandosi in punta di piedi. Tutt’intorno la folla fluttuava esaltata, commossa; s’udiva un mormorìo cupo e continuo, nel quale nascevano e si propagavano fremiti subitanei e strani movimenti convulsi. Di tanto in tanto scoppiava qualche grido senza senso e senza parole, simile al ruggito d’una belva, all’urlo inarticolato d’un pazzo. Accanto a Massimo alcuni artigiani disputavano caldamente fra loro con gesti focosi e parole veementi. Uno di essi, eccitato forse da quel terribile stimolante che è la morte, agitava la testa e le braccia come un frenetico.
Il giovane si sentiva inchiodato nel punto ove s’era fermato; incapace non solo di movere un passo, ma di volgersi dalla parte ove si volgevano già tutti gli altri.
S’udirono i tocchi lenti ed eguali di una campana; soverchiati ben tosto da un lugubre rullar di tamburi. Massimo, preso da un capogiro, s’aggrappò all’albero che aveva vicino. Stava per succedere una cosa orrenda, disumana: non sapeva più altro.
Ritta di fronte a lui, che ora dava le spalle alla fortezza, una giovinetta smorta, con le due palme strette al volto, lo guatava immobile, come impietrita.
Tosto il pensiero di Massimo corse alle famiglie dei condannati. — Chi sa che strazio in quell’ora!... E colei chi poteva essere? La sorella, la fidanzata, l’amante forse d’uno dei due moribondi?
La mirò un momento anche lui, come incantato, mentre sentiva un nodo che gli stringeva la gola, che gli toglieva il respiro e gli faceva gonfiar le vene dal sangue che circolava a fatica. Non aveva più provato uno spasimo simile da quando era bambino; si calò il cappello su gli occhi, poichè le stille calde calde cominciavano a rigargli le gote.
In quel subito, senza ch’egli sapesse spiegarsi il perchè, gli tornò nel corpo un po’ di forza nervosa, e insieme a questa la smania, lo struggimento di fuggir lontano da quel funestissimo luogo.
Avendo la gente continuato a spingersi avanti, ed egli non essendosi mosso, veniva adesso a trovarsi quasi all’estremità della calca. In pochi istanti, con pochissimi sforzi, ne fu fuori affatto. Appena si trovò alla dirittura d’una via laterale, scantonò; da quella voltò in un’altra; poi in un’altra ancora, trepidando sempre d’esser raggiunto dal fragor della scarica.