Arrivato a casa, serrò le finestre, sbattè le imposte e cominciò a passeggiare. Ogni voce, ogni rumore che venisse dalla strada lo faceva rabbrividire. Stupiva nel trovarsi il cuor così fiacco. Che diavolo! Un soldato! Quasi non avesse visto cader colpiti di piombo al suo fianco amici e camerati. Ma in guerra la Morte aleggia nel fumo, abbatte questo, abbatte quello e si pensa a lei così poco! Guai se non fosse così!

Quando si dice il destino! A Carassone, nel fatto d’arme che seguì la battaglia di Mondovì, Berteu s’era diportato da valoroso, incoraggiando con le parole e con l’esempio i dragoni del Re, suoi compagni, e rispondendo al colpo con cui il generale Stengel lo feriva al volto, con un altro che gli passava il petto. Aveva così contribuito a sgominar gli usseri francesi per modo, che se non si fosse trovato con loro Murat, invece di una ritirata sarebbe stata una fuga.

Promosso maresciallo d’alloggio sei mesi dopo, la ricompensa gli era sembrata tarda e meschina. Vedendo svanire Dio sa che larve di rinomanza, di gloria e forse d’amore, aveva posto in non cale l’onore, la sua fede di soldato, ed era entrato a far parte di una congiura... O quanto meno l’accusa era questa.

Massimo si gettò bocconi sul letto con la faccia nel guanciale e cominciò a riandar quanto sapeva del fatto. Prima erano stati arrestati Giuseppe Pasio, materassaio, e Paolo Bonino, cameriere del marchese di Cravanzana, come rei del fallito attentato contro il Re sulla strada di Rivoli; e poco dopo l’ex-maresciallo Berteu, il medico Boyer e cinque altri medici: Negri, Benvenuti, Sala, Savi e Simondi.

Un uffiziale d’artiglieria, al quale Boyer e Berteu avevano fatto confidenze e proposte, s’era creduto in dovere di denunziare ogni cosa. Denunzia confermata prima da Simondi, fidente nell’impunità; poi da Benvenuti, che vedendo inutile star sulla negativa, s’era limitato a cercar di salvar sè e di scolpare per quanto era possibile Sala, Negri e Savi. — Pasio e Bonino, rei confessi, erano stati giustiziati per l’appunto un mese prima di Boyer e di Berteu.

Tutto questo era noto; ma intorno, ma sotto questo chi sa che vasta, intricata, occulta rete d’imbrogli! Erano tante le voci che andavano in giro, tanti i giudizi, tanti i pareri; tanti e tanti quelli che stimavano deboli o addirittura fallaci le prove su cui s’era fondata la condanna dei due giovani; insufficiente o vana la difesa ch’era stata loro concessa. Non s’erano forse trovati uomini disposti a sacrificar temporaneamente la loro libertà, pur di ottenere la facoltà di provar l’insussistenza delle accuse! Perchè erano stati respinti?

E poi non bastava forse meditar un momento su queste stesse imputazioni per trovarle spropositate e fantastiche! Dunque questi poveri esaltati avevano concepito il disegno d’impadronirsi a un dato momento della Cittadella, dell’Arsenale, delle porte della città; di sequestrare il Re, trucidare i principi, proclamar la repubblica? Ma erano poi certi d’aver con sè tutto il popolo e almeno la metà dell’esercito?

— Cose da matti! — pensava Massimo. — Come mai tanto il Re che la Regina non hanno visto in questo una buona occasione per mostrarsi clementi? Non fanno altro che pregare: non s’è mica santi per niente!

Qui si ricordò che il conte di Castellengo, vicario di polizia, e il ministro Priocca s’erano mostrati più inclinati a indulgenza che a rigore. Chi sa? Non era nuovo il caso d’una grazia arrivata all’ultimo momento. Berteu era raccomandato dalla sua bella condotta e dalla ferita riportata in battaglia. Boyer dall’ingegno, dal buon nome, dalla vita esemplare.

Facile a credere quanto desiderava, Massimo saltò giù dal letto, aprì la finestra per aver ragguagli dal primo che passasse. — Sentì un ronzìo lontano che pareva indicare un gran movimento: pensò fosse la folla che tornava dalla Cittadella; poi un gemito lì vicino.