Accovacciato sur un muricciuolo, accanto al portone del palazzo, v’era un povero ragazzo di forse dodici anni. Aveva un cappellaccio in pezzi, i piedi scalzi; la camicia lacera e i calzonetti tutti toppe e strappi, lasciavano vedere le carni sudicie e le membra così rifinite che parevano pelle e ossa.
Si rizzò, vedendo il contino, e tese la destra. Massimo corse subito con la mano alla tasca, cercò, trovò di che soccorrerlo e si ritrasse senz’altro.
Ma il silenzio, la solitudine gli riuscirono insopportabili.
Uscì di casa, girovagò per le strade, avido d’informazioni, e scansando precisamente quelli da cui poteva averne. Però anche questi erano pochi. Non si ricordava d’aver mai visto meno gente in giro, anche nei luoghi più frequentati; e a quando a quando gli tornavano in mente le parole di suo cugino: — Guarda se non sembrano tutti amici o parenti di quei due disgraziati!
V’era nell’aria una calma tetra e pesante che opprimeva il corpo e soffocava il pensiero. Gli pareva che tra il cielo alto e puro e la città triste si estendesse un gran velo fosco.
Quando fu di ritorno al palazzo, trovò accostato il portone; l’atrio e il cortile già pieni d’ombra. Si fermò un momento a riflettere, poi si avviò risoluto su per lo scalone. Un servitore andava attorno ad accendere le lanterne e i lampioni appesi qua e là. Seppe da questo che il conte era in casa.
Entrando nell’anticamera, udì camminare e parlare nel gabinetto di suo padre; passi e voci si appressavano all’uscio. Egli fu lesto ad aprir quello che metteva nell’attiguo salone di ricevimento, vasto spazio neutrale che separava l’appartamento del conte da quello della contessa e nel quale le due parti non mettevano piede che in qualche rara e solenne occasione. Scivolò dentro e ascoltò.
Il marchese Violant e due altri gentiluomini prendevano congedo dal conte. Avevano chiacchierato fino allora ed uno di questi diceva forte a mo’ di conclusione:
— Ebbene, sì signori, ammettiamo pure che per noi nobili la sia finita, che la borghesia arrivi a soppiantarci o prima o poi; cosa credete? imiterà i nostri difetti, non acquisterà mai le nostre qualità.
— Volete dire le nostre virtù — corresse il conte.